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Opinioni
ottobre, 2021

Vince la Destra che nega i diritti e la realtà. Per questo serve una battaglia culturale

Mentre l’Aula tradisce nel segreto dell’urna le aspettative sul ddl Zan, pandemia e cambiamenti ambientali mettono in crisi i nazionalismi. Che mutano pelle. Dalla Francia all’Ungheria fino alla frontiera polacca

Con un voto segreto, autorizzato dalla presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, alle ore 13,30 di mercoledì 27 ottobre, l’aula del Senato ha affossato il disegno di legge sull’omofobia firmato dal deputato del Pd Alessandro Zan. La stessa aula che quattro anni fa, al termine della precedente legislatura, con altri rapporti di forza tra i partiti, non era riuscita ad approvare la legge sullo ius culturae.

 

In comune tra le due sconfitte c’è l’indifferenza verso le persone, con le loro storie, i loro drammi, i loro volti, il loro desiderio di vivere. La società va da una parte, il Parlamento dall’altra. I sovranisti scelgono i diritti come terreno di scontro, i democratici non riescono ad avere la forza politica delle loro buone ragioni, oltre che quella numerica. Si offrono nuove, ottime ragioni alla sfiducia, alla mancanza di credibilità, alla delegittimazione delle nostre istituzioni democratiche. La democrazia è più fragile quando i cittadini si sentono traditi dalle aule rappresentative. Ad avvantaggiarsi, è il fronte della negazione. Negano l’esistenza dei diritti delle persone Lgbtq+, degli immigrati, negano la pandemia e gli effetti del cambiamento climatico.

 

Tra i protagonisti del G20 di Roma di questo fine settimana c’è anche il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, considerato il principale artefice dell’ultima deforestazione dell’Amazzonia, dichiarato da una commissione parlamentare di inchiesta responsabile di «crimini contro l’umanità» per la disastrosa gestione della pandemia. Negli stessi giorni, il consiglio comunale di Anguillara, in provincia di Padova, a maggioranza leghista, ha votato per conferire a Bolsonaro la cittadinanza onoraria in ricordo dell’origine veneta della sua famiglia. «Jair Bolsonaro sta massacrando la vita dei più poveri, sul Covid-19 la sua politica negazionista e anti-vaccino ha prodotto 600 mila morti e ventuno milioni di contagi, favorisce la distruzione e svende le terre dell’Amazzonia», ha scritto il coordinamento dei missionari e delle missionarie italiane in Brasile, chiedendo che la decisione sia revocata.

 

La pandemia e la consapevolezza della ferita mortale inflitta al pianeta dal cambiamento climatico hanno messo in crisi il dogma del sovranismo: ogni Paese, ogni casa è un confine chiuso, un’isola circondata, una fortezza protetta. Ma il sovranismo non è morto. Sta cambiando pelle. Si nutre, come sempre, della debolezza della democrazia.

 

Un anno fa, di questi tempi, la sconfitta di Donald Trump nelle elezioni americane contro Joe Biden è sembrata autorizzare una interpretazione rassicurante: la parentesi è chiusa. A dieci mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, però, il presidente democratico è in crisi di consensi (ne scrive Alberto Flores d’Arcais sull’Espresso di questa settimana).

 

In Francia, in vista delle elezioni presidenziali del 2022, il giornalista Éric Zemmour sale nei sondaggi, punta all’Eliseo e ha appena fondato un suo partito personale, dal nome evocativo, Vox Populi, chissà l’invidia della nostra destra, con un impasto tipicamente trumpiano. Zemmour è un campione del politicamente scorretto emerso grazie alla visibilità mediatica offerta dalla rete Cnews, la versione francese di Fox News, di proprietà di Vincent Bolloré, principale azionista di Vivendi che in Italia vuol dire il controllo di Tim e di una quota importante di Mediaset. Un magnate conservatore sponsorizza l’ideologo del suicidio della Francia e del maschio bianco, della femminilizzazione della società, da lui avversata, e lo catapulta in vetta nei sondaggi. Una storia che si svolge al confine con l’Italia. Vox populi riguarda anche noi. C’era una volta la destra liberale, oggi a tenerla su è rimasto in solitudine il deputato Elio Vito di Forza Italia. Il resto della destra insegue un altro modello, in Italia e in Europa.

 

Nell’Unione del dopo Angela Merkel è in corso lo scontro tra Bruxelles e la Polonia: la Corte costituzionale polacca ha sancito la superiorità del diritto nazionale sui trattati europei, ma il governo nazionalista di Varsavia non ha nessuna intenzione di lasciare l’Unione, semmai corrode la costruzione europea dall’interno, come sta facendo da anni il premier ungherese Viktor Orbán, che fino a sei mesi fa aderiva al Partito popolare europeo e che ora abbraccia Marine Le Pen, ma anche Zemmour, e dichiara la sua ammirazione per Matteo Salvini: «È un eroe, ha fermato l’immigrazione anche in mare».

 

Sulla frontiera d’Oriente, in Polonia e in Ungheria, si è consumata la tragedia del Novecento europeo: il corridoio di Danzica, i campi di sterminio nazisti, il genocidio degli ebrei in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, e poi lo stalinismo, nel 1956 la rivolta di Poznam cui segue l’insurrezione di Budapest calpestata dai carri sovietici. Fino ad arrivare al 1989, al crollo del muro che cominciò a Varsavia, con le prime elezioni libere in un Paese del Blocco orientale e la vittoria di Solidarnosc e del premier Tadeusz Mazowiecki, intellettuale cattolico: dovrebbe essere considerato uno dei padri della nuova Europa, invece è dimenticato.

 

«Nel 1989 pensavamo che l’Europa fosse il nostro avvenire. Oggi pensiamo di essere noi l’avvenire dell’Europa», ha rivendicato una volta Orbán. Nel 1989 il futuro premier ungherese era un giovane dissidente, studiava a Oxford con una borsa di studio finanziata dalla fondazione Open di George Soros, che sarebbe diventato in seguito il bersaglio prediletto. Dieci anni dopo, nel 1999, in una tavola rotonda all’Istituto di scienze umane di Vienna, con Vaclav Havel, il drammaturgo diventato presidente ceco, e Adam Michnik, direttore di Gazeta Wyborcza, Orbán attaccò le due figure simbolo del dissenso accusandole di continuità con il regime comunista, di gattopardismo, lo racconta lo storico Jacques Rupnik.

 

Il nemico, già venti anni fa, era diventata la democrazia liberale. La sfiducia nei contropoteri dello Stato di diritto, la magistratura e la stampa. Gli attacchi contro la democrazia parlamentare e le élites corrotte. Il nazionalismo, con il richiamo alle radici millenarie e a una cristianità fuori dal tempo e dalla storia e l’esaltazione delle tradizioni contro il riconoscimento dei diritti delle persone Lgbtq+. La sovranità della Nazione, da proteggere rispetto alle ondate dei migranti.

 

Wlodek Goldkorn racconta lo straordinario scontro che sta avvenendo in Polonia. Uno scontro dall’esito non scontato, che si combatte prima di tutto nella cultura, tra gli intellettuali, i cineasti, i creatori di immaginario, e con la resistenza di pezzi importanti della società. Nel suo reportage dal confine tra la Polonia e la Bielorussia, Bianca Senatore descrive i volontari che soccorrono i migranti, le luci verdi alle finestre che segnalano la presenza di una famiglia o di una casa disposta a dare un soccorso, ad accogliere.

 

In quella frontiera ci siamo tutti, noi che siamo nel confine sud, nel Mediterraneo. La lezione polacca insegna che la sfida contro i sovranisti non si combatte nell’establishment, con il laboratorio asettico delle coalizioni tra i partiti, ma in una battaglia a viso aperto, sociale e culturale. È l’opposto del Metaverso in cui sogna di trascinarci Mark Zuckerberg, in crisi di immagine (e finanziaria) per le rivelazioni sulle manipolazioni di Facebook. Una realtà virtuale, con le sue leggi e i suoi codici, per vivere in un mondo altro rispetto al nostro, deludente e frustrante (ne parla Simone Pieranni questa settimana sull’Espresso). Si toccano così, per paradosso, i sovranisti e i giganti del web. Le leggi della terra e le leggi del cielo si intrecciano in una comune negazione della realtà, che è lo spazio e il tempo che ci è stato assegnato di vivere.

 

In questo spazio c’è la democrazia, lo strumento inventato per riequilibrare le disuguaglianze, per garantire le libertà, per consentire a tutti di partecipare alla costruzione del bene comune, compreso il proprio benessere individuale, e che invece agli occhi di milioni di cittadini abbandonati si è rivelata drammaticamente al di sotto delle attese. La democrazia che è una tensione, una conquista continua. Una transizione, come dice Paul B. Preciado, intervistato da Chiara Valerio: «In transizione siamo tutti, il mondo è in transizione». Il sovranismo è la pretesa di fermare la transizione, di imprigionarla in un confine.

 

Per vincere questa sfida non c’è il metaverso, non c’è una metademocrazia, bisogna restare nella realtà. C’è la nostra democrazia fragile, con le sue regole da riscrivere e le sue istituzioni da ricostruire.

 

In Italia il Parlamento è afono, in una legislatura che era cominciata con l’ambizione di rilanciarlo e che invece blocca il disegno di legge Zan. Una nuova ferita. Susanna Turco ci fa attraversare di nuovo il Transatlantico di Montecitorio, che sta per riaprire dopo più di un anno e mezzo di Covid-19, sempre più simile alla sua sinistra fama di corridoio dei passi perduti.

 

Fuori dal Parlamento c’è il popolo dei referendum e della democrazia diretta (ne scrive Carmine Fotia). È un percorso lungo e tortuoso. Come scrive Fabrizio Barca nel suo libro in uscita per Donzelli, se fosse vera la lettura secondo cui alle ultime elezioni amministrative il sovranismo ha perso e Draghi ha vinto sarebbe l’ennesima conferma dell’inutilità della politica.

 

Di qua la vox populi, che in Italia assume la forma dei no green pass, di là il super-tecnico che governa a Palazzo Chigi, in mezzo il nulla. Una situazione che preoccupa ma che ha prodotto in una parte di opinione pubblica e anche in alcuni esponenti del Pd un’aria di normalizzazione, di scampato pericolo. Eppure la destra continua a essere avanti nei sondaggi e si parla senza temere il ridicolo di una caccia ai voti per portare al Quirinale Silvio Berlusconi, che di tutti i populismi in Italia è stato il padre, neppure tanto nobile.

 

Per vincere la sfida, bisogna tenere insieme diritti civili e diritti sociali, nella realtà di chi rischia di soccombere di fronte alla fatica della quotidianità, di restare disorientato in una transizione che non prevede ascolto e persuasione. A questo, in fondo, servivano una volta i partiti: ascoltare, convincere, rappresentare. E si torna al punto di partenza. Non c’è nessuna sconfitta possibile del sovranismo senza una mobilitazione nella società, senza una battaglia politica e culturale. Tutto il resto è una scorciatoia che produce una reazione ancora più minacciosa.

 

Bisognerà tenerne conto, ora che si va verso l’ultima parte della legislatura e si parla di legge elettorale, di Quirinale e di alleanze politiche per le future elezioni. Il fronte populista è ammaccato, ma in piedi. Il fronte democratico è tutto da costruire e non può essere soltanto difensivo o costruito su un patto di classi dirigenti senza legami con la parte più debole della società, quella disillusa dalla democrazia e dal voto. Vale per la Polonia, l’Ungheria, l’Europa, gli Stati Uniti. E vale per l’Italia.

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