La proposta: salario minimo legale
È necessario introdurre un salario minimo legale e assieme estendere erga omnes i contratti collettivi e rafforzare le ispezioni contro le irregolarità. E poi serve una robusta strategia per prevenire le crisi aziendali ed evitare la distruzione del capitale fisso e umano accumulato: ricorrendo ove possibile ai Workers BuyOut e introducendo i Consigli del lavoro e della cittadinanza per consentire la partecipazione di lavoratori e lavoratrici, cittadini e cittadine al disegno strategico del futuro.
Di fronte a una ripresa che quest’anno raggiunge il sei per cento, le sintesi statistiche sull’andamento della condizione sociale del paese mostrano ancora una volta la dissociazione tra chi produce e chi guadagna. Teste e braccia di questa ripresa sono per il 70 per cento lavoratori a termine o in affitto tramite un’agenzia di somministrazione. La scelta di scaricare in basso - sui lavoratori - il peso dell’aggiustamento, senza dover distribuire nulla del valore creato e della ripresa, è indubbiamente il meccanismo privilegiato di formazione e perpetuazione delle già intollerabili diseguaglianze economico-sociali del nostro paese. Non ci si è allora stupiti nel leggere che i lavoratori italiani sono gli unici tra i paesi Ocse per cui la dinamica dei salari medi è stata negativa.
Diseguaglianze che continuano a essere celate, quando non minimizzate e quasi derise nel dibattito pubblico. Il racconto del lavoro, della fatica, dello sfruttamento, quando messo in scena ha caratteri macchiettistici e mai materiali. Eppure, dai magazzini agli ospedali, dai supermercati al trasporto pubblico, i lavoratori definiti eroi durante la pandemia continuano a essere costretti a turni massacranti e salari da fame, a contratti brevi e all’inferno delle esternalizzazioni. Lavoratori essenziali che prima, durante e dopo la pandemia permettono semplicemente la sopravvivenza della società e la sua riproduzione sociale ed economica. Un valore senza prezzo che sfugge all’agenda politica, attenta esclusivamente a garantire le esigenze di profitto di filiere e attori economici, che a nulla contribuiscono, se non ad alimentare meccanismi di sfruttamento nel privato, così come nel perimetro della pubblica amministrazione. Una scelta politica volta a garantire sopravvivenza economica in alto e competizione nel basso, tra lavoratori costretti a tutto pur di mettere insieme il pranzo con la cena. Di appalto in appalto, di sopruso in sopruso.
Nelle cinquanta sfumature di diseguaglianze, nel lavoro non è più possibile tacere l’esplodere del lavoro gratuito (o quasi) in molte delle sue forme: dai tirocini extracurriculari fino al volontariato coatto. Tra il 2014 e il 2019 sono stati attivati 1.968.828 tirocini extracurriculari, nel solo 2020 altri 237.949. Quasi due milioni di lavoratori definiti soggetti in formazione, costretti a lavorare spesso oltre le 40 ore settimanali per un rimborso spese tra i 300 e i 600 euro al mese, senza alcun diritto: né ferie, né malattia, né contributi previdenziali e neppure il diritto agli assegni di disoccupazione.
Ad oggi, oltre cinque milioni di lavoratori non guadagnano neppure 9 euro lordi l’ora, quasi mezzo milione sono quelli costretti a un rimborso spese di gran lunga inferiore. Oggi più che mai, il disagio sociale non può essere evocato, ma va aggredito nella sua essenza conflittuale. L’introduzione di un salario minimo legale sopra i dieci euro lordi, soglia sotto cui nessun lavoratore, indipendentemente dal settore, dalla qualifica, dal tipo di contratto, dall’età, dal titolo di studio, dal genere, può essere retribuito, non è più rinviabile.