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Attualità
febbraio, 2021

Sir Leonard Blavatnik, il nuovo zar della serie A amico di Scaroni: chi è il patron di Dazn group

Ha lasciato l'Urss da studente nel 1978. È tornato in Russia per arricchirsi con le privatizzazioni. Oggi è baronetto e cittadino Usa. Le sue carte vincenti? 32 miliardi di patrimonio e l'amicizia di vecchia data con il presidente milanista

Prima di diventare sir Leonard, cittadino britannico e statunitense, è stato sovietico con il nome e patronimico di Leonid Valentinovic. Oggi, a 63 anni, Len Blavatnik vuole essere il nuovo cassiere della serie A italiana, pericolante baraccone tenuto in piedi triennio dopo triennio con i diritti tv. con il suo Dazn group Blavatnik sembra destiato a essere il principale finanziatore del sogno calcistico nazionale, superando l’ultimo rilancio di Sky.
Ex sovietico sì, oligarca mai, Sir Leonard è pronto a querelare chiunque lo metta nel mucchio di chi alla caduta dell’Urss si è arricchito con le privatizzazioni. La migliore descrizione di quei tempi selvaggi è di un altro residente londinese amante del calcio, il padrone del Chelsea Roman Abramovicˇ: «Non ero convinto di entrare in affari. Ogni tre giorni ammazzavano un businessman».


Abramovicˇ lo conoscono tutti. Blavatnik ha quasi il triplo del patrimonio (31,7 miliardi di dollari e numero 22 del mondo secondo Forbes) ma è ignoto al grande pubblico. Le sue interviste sono casi rari. Di recente ha declinato richieste di colloquio dal Financial Times e da Bloomberg Businessweek. Non ama che qualcuno possa ricordargli il passato, quando era in trio con altri due ucraini destinati a fare strada: Viktor Veksel’berg e Mikhail Fridman.


I suoi rappresentanti italiani, Veronica Diquattro e Jacopo Tonoli, sono stati obbligati alla riservatezza fino a chiusura di accordo. Il momento è delicato e fra i padroni della serie A la scelta di Dazn è stata combattuta, con il solito andirivieni di voti, di alleanze combinate e scombinate, di patti in fumo.
Tra i sostenitori di Blavatnik ha pesato il parere del presidente milanista Paolo Scaroni che ha già ospitato il baronetto a San Siro. Con il magnate angloamericano Scaroni ha in comune, in tempi diversi, gli studi alla Columbia University di New York, la città dove Leonid Valentinovicˇ si è trasferito nel 1978, a 21 anni, in piena stagnazione brežneviana. Oltre vent’anni dopo, nell’ottobre 2011, l’allora ad di Eni firma un accordo per il trasporto di cargo dai campi petroliferi degli Urali. La controparte è Tnk-Bp, una joint venture fra il colosso petrolifero britannico e il consorzio Aar. Le tre lettere indicano Alfa group, la holding di Fridman, Access industries di Blavatnik e Renova di Vekselberg. La società anglorussa vivrà vicende travagliate, con scontri violenti fra i due partner, la fuga da Mosca dell’ad inglese Bob Dudley, minacciato da ignoti, e l’arrivo in cda dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, presidente dal gennaio 2009 al maggio 2012.


A marzo del 2013, il presidente Vladimir Putin mette tutti d’accordo e annuncia la cessione di Tnk-Bp a Rosneft, il gigante petrolifero pubblico che ristatalizza la società con un assegno da 55 miliardi di dollari. Il trio di amici venuti dall’Ucraina incassa la metà che gli spetta (27,5 miliardi) per un investimento pagato 800 milioni nel 1997. Pochi mesi prima (giugno 2012) Scaroni aveva firmato con Rosneft una partnership da 100 miliardi di dollari per sfruttare gli asset petroliferi del sud (Mar Nero) e del nord (Mare di Barents).
Nel 2012-2013 Blavatnik non è già più nel cda di Tnk-Bp ma rimane grande amico di lord John Browne che, come l’omologo Scaroni, da capo di Bp conta ben più di un ministro. In quel momento, Leonid-Leonard è il più povero dei tre del consorzio Aar. In meno di dieci anni riesce a superare i suoi ex soci con una straordinaria campagna acquisti. Compra la divisione musica della Warner, che non vuole saperne di un settore giudicato morto. Ma nel pacchetto c’è Spotify, la società dalla quale sir Leonard assumerà una giovane bolognese che si è fatta le ossa in Perù, Veronica Diquattro, classe 1983. Mentre Warner music si trasforma in una storia di successo, sarà lei a prendere le redini di Dazn tre anni fa, al momento di firmare l’accordo con Sky per la trasmissione in diretta streaming di tre partite della serie A. Mentre Diquattro, che lo scorso ottobre è stata cooptata nel cda del Sole 24 ore, si occupa del brand, Tonoli segue i diritti. Il manager spezzino, 43 anni, ha fatto quasi tutta la carriera nel mondo del business sportivo lavorando a Dorna, la società che distribuisce il MotoGp, e poi a Perform, la media company rilevata da Blavatnik nel 2014.

Leonard Blavatnik


GOVERNISSIMO PAY
La situazione del calcio italiano nell’era del Covid-19 non richiede grandi analisi. Il virus ha colpito un malato con ogni possibile patologia pregressa. Il fronte pro-Dazn in Lega, guidato dalla trimurti Milan-Inter-Juventus, sottolinea che gli 840 milioni di euro offerti dai manager di Blavatnik per sette match in esclusiva più tre in condivisione non sono poi lontanissimi dalla cifra del triennio in corso (973 milioni all’anno). Se si aggiunge il mancato esborso alla mediazione di Infront (55 milioni di euro), la riduzione è nell’ordine del 10 per cento. Neanche male, con gli stadi vuoti e Amazon che ha preferito puntare sui diritti della Champions league.


Le incertezze sulla pandemia hanno bloccato la trattativa, che potrebbe finire in contenzioso, con i fondi che avevano offerto 15 miliardi su dieci anni per entrare nella futura media company della Lega di serie A. L’offerta, in un arco temporale così lungo, è parsa bassa alle grandi e alta alle piccole (più la Roma di Dan Friedkin) che già sognavano di farsi anticipare la loro fetta dal factoring bancario. Tutti pensano che la buriana Covid-19 non durerà per sempre ma il presente e il futuro prossimo sono duri per tutti.

Sky Italia di Maximo Ibarra ha 2,9 milioni di abbonati per il calcio e nel prossimo quadriennio il nuovo socio di riferimento Comcast vuole ridurre la forza lavoro complessiva del 20 per cento. Ha offerto 750 milioni, metà in anticipo sull'unghia.


Dazn a sua volta ha 1,9 milioni di iscritti paganti una frazione delle tariffe Sky (10 euro al mese), un prezzo che non potrà certo essere mantenuto l’anno prossimo. Chi è scettico sullo streaming elenca i problemi tecnici che colpiranno le zone meno attrezzate sotto il profilo della banda anche se interverrà la partnership fra Dazn e la Tim di Luigi Gubitosi, non proprio il migliore amico del manager della Lega di A Paolo Dal Pino. Lo scenario da sogno, o da incubo, è in stile governissimo Draghi: un turno di campionato con sette partite su Dazn, due su Sky e un “monday night” in chiaro su Canale 5, magari sullo sfondo di un trattato di pace fra i soci litiganti di Mediaset, Vivendi e Tim.


Anche Sky alla fine non resterebbe a bocca asciutta. Dal quartiere generale milanese a Santa Giulia si fa notare che 1,3 milioni degli abbonati Dazn, due terzi del totale, si appoggiano sul satellitare per non rischiare il buffering e le immagini trasmesse con tre minuti di ritardo, come succede ancora oggi nelle zone a bassa copertura.

PERDITE IN CRESCENDO ROSSINIANO
Blavatnik ha fatto troppa strada per temere gli intoppi politico-tecnologici. Il tycoon ha la sua residenza principale a Londra in un tredici stanze da 200 milioni di sterline a Kensington Palace Gardens, nella cosiddetta “3 billion pound street”, la strada da 3 miliardi di sterline che nel secondo dopoguerra ha ospitato l’ambasciata sovietica, quella israeliana, e prima il servizio segreto militare MI9.
La sua strategia è stata accompagnata negli anni da un’efficace campagna filantropica condotta, finanziariamente parlando, con le maniere forti. Alla prestigiosa facoltà di medicina di Harvard sono andati 250 milioni di dollari in donazioni. Altri 75 milioni di sterline sono serviti a realizzare la Blavatnik school of government di Oxford ma sir Leonard è anche nell’advisory board dell’ateneo rivale di Cambridge. La sua fondazione di famiglia ha donato decine di milioni all’università di Tel Aviv, ha istituito i Blavatnik awards for young scientists, ha regalato 55 milioni di sterline al museo Tate Modern. Il magnate ha sottolineato il suo amore per la musica con un assegno da 25 milioni di dollari alla Carnegie Hall di New York. Al confronto la passione operistica del suo amico Fridman, primo banchiere privato russo e finanziatore del Festival rossiniano di Pesaro, è cosa da poco.


Perfino il superdissidente russo Aleksej Navalnij due anni fa ha dichiarato al Financial Times: «Almeno con i soldi di Blavatnik costruiscono campus universitari. Fondamentalmente lui non è legato a Putin».
Sui rapporti fra il democratore russo e il magnate di origine ucraina, che dice di non incontrare lo zar del Cremlino dal 2000, non tutti la pensano come Navalnij e qualcuno non ha gradito la generosità di Blavatnik. Per esempio, Charles Hudson, fondatore del think tank conservatore Hudson Insitute’s Kleptocracy Initiative o la sinistra liberal di Oxford.


Il suo finanziamento da un milione di dollari alla campagna elettorale dei Repubblicani, dopo qualche migliaio versato al democratico Barack Obama, gli ha procurato le attenzioni del procuratore speciale Robert Mueller, durante l’investigazione sui soldi dati all’ex presidente Usa da imprenditori legati alla Russia. A differenza di Vekselberg e di un altro ex partner in affari, l’oligarca dell’alluminio Oleg Deripaska (Rusal), Blavatnik non è stato sanzionato.


Per quanto sia stato abile negli investimenti in hotel di lusso o in quote di Facebook e Amazon e sebbene si dica distaccato da tutto ciò che è Russia, Blavatnik deve il grosso della sua fortuna al petrolio di Stato russo e alle cosiddette guerre dell’alluminio condotte intorno al gigante Rusal, di cui è stato amministratore dal 2007 al 2016 per poi litigare con Deripaska e liquidare con profitto la sua partecipazione.
La cessione di Tnk-Bp a Rosneft è stata la svolta decisiva nelle sue fortune e ha fatto dimenticare i rapporti conflittuali con i soci britannici. A metà del 2012, poco prima che Vladimir Putin risolvesse la questione imponendo a Rosneft di staccare un assegno da 55 miliardi, Blavatnik, Vekselberg e Fridman avevano tentato di liquidare il 50 per cento di Bp affidandosi alla consulenza di Rothschild, dove oggi Scaroni lavora come vicepresidente. Già al tempo il regista dell’operazione era un italiano, Giovanni Salvetti, bocconiano uscito dai ranghi della Franco Bernabé & co, un altro ex Eni, per diventare responsabile di Rothschild fin dai tempi della Csi, la confederazione di stati indipendenti che ha fatto da cuscinetto fra la fine dell’Urss e l’organizzazione degli stati nazionali post-sovietici. Salvetti ha fatto da advisor a Rosneft in diverse altre operazioni e ha lavorato su tutto lo scacchiere dell’ex Unione, dal Kazakhstan alla Bielorussia, compreso l’incarico di vendere le attività imprenditoriali dell’ex presidente ucraino Petro Porošenko nel 2015, in piena guerra del Donbass.


L’uscita dal petrolio ha portato Blavatnik a reinvestire nella chimica con quello che oggi è il suo asset principale, la LyondellBasell, una partecipazione valutata 6,8 miliardi di dollari, oltre un miliardo in più rispetto a Warner music e più del triplo del gruppo Dazn.


Dazn Italia (234 milioni di ricavi e un lieve utile) è stata chiusa a novembre e incorporata nella londinese Dazn ltd. Il consolidato della holding Dazn group nel 2019 è di 878 milioni di dollari e le perdite superano 1,3 miliardi, quasi raddoppiate rispetto al 2018 dopo una campagna acquisti nel calcio inglese, tedesco e spagnolo. Nella serie A, del resto, il rosso di bilancio piace più del rosso sovietico. I presidenti dei club si sono detti: se Blavatnik può perdere tanto senza fare una piega, è l’uomo che fa per noi.

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