«Sii gentile con coloro che incontri salendo le scale perché sono gli stessi che incontrerai scendendo», è una massima che gli americani ripetono spesso e che i diplomatici conoscono a memoria, la si trova negli alberghi di New York, la si attribuisce a parecchi, il più delle volte al drammaturgo e imprenditore Wilson Mizner . Non un alleato nel mondo degli italiani - né i severi Stati Uniti né la materna Germany - si è steso per frenare la corsa di Giuseppe Conte mentre rotolava giù dal piano nobile di Palazzo Chigi, onusto della presunta popolarità che il portavoce Rocco Casalino gli ha procurato in questi mesi di pandemia. Questo Matteo Renzi è considerato sin dal principio del suo spregiudicato assedio - non assalto - al governo giallorosso.Casalino gli ha procurato in questi mesi di pandemia. Questo Matteo Renzi l’ha considerato sin dal principio del suo spregiudicato assedio - non assalto - al governo giallorosso.
L'altra volta, alla fine di agosto del 2019, durante il cambio di abiti del Conte 1 verso il Conte 2, l'avvocato si ritirò in campagna, simulando il distacco dei deboli che si danno il tono dei forti, sicuro che qualcuno avrebbe telefono, che avrebbe convinto gli scettici, i Nicola Zingaretti stanchi di accettare le scelte altrui. E chiamarono gli americani - Donald Trump cinguettò su Twitter il celebre “stimato Giuseppi” - e chiamarono da Bruxelles. Con priorità e interessi diversi, chiamarono per Conte, che d'un tratto si fece indispensabile. Trump era ansioso di continuare le ricerche di intelligence, che Giuseppi aveva autorizzato, sul comportamento degli agenti americani in Italia rispetto al Russiagate, rovesciare lo scandalo, ergersi a vittima dei democratici. Spaventata dal sovranismo leghista, l'Europa vedeva in Conte l'attrazione per trascinare i Cinque Stelle nel territorio della collaborazione.
Mutata la retorica e insediato ancora a Palazzo Chigi, passandosi la fatidica campanella dalla mano destra alla sinistra, Conte non ha capito che salendo le scale s'era scordato di porgere un sorriso - essere gentile - con chi aveva incontrato. Fallita la missione sul Russiagate, Trump non si è curato più di Giuseppi, ma l'ambasciata americana a Roma - formata da quei funzionari che guardano soltanto alle ragioni di Washington - non ha compreso mai l'andatura confusa del presidente italiano. E ne ha preso nota: prima, firma accordi con la Cina; poi, si tuffa sugli Usa come i cantanti ai concerti; poi ancora, dopo un colloquio con Vladimir Putin - senza avvisare il ministero degli Esteri né la Difesa - accoglie aerei militari russi che materiali di doppia utilità per la pandemia; infine, non si permette di criticare mai le ultime follie di Trump; non festeggia la vittoria di Joe Biden e nel discorso di fiducia di gennaio non fa distinzioni di amicizia con Pechino e Washington.
In un contesto così strambo e pure di così marcate caratteristiche, si è infilato un Renzi ormai quasi indifferente alla perdita dei consensi, ma sempre attento alla gestione del potere, soprattutto internazionale. Italia Viva ha aumentato la pressione sul Conte 2 all'indomani della sconfitta di Trump e Renzi ha fatto una scommessa: nessuno avrebbe salvato l'avvocato, non la Casa Bianca di Biden, non l'Europa infastidita dalle capriole sulle risorse europee.
I complici di Matteo, che non hanno lasciato impronte digitali, si annidano in mezzo Pd e in mezzo 5S Incendiata la casa, Renzi è concesso la trasferta in Arabia Saudita - da conferenziere retribuito per riprendere la carriera intrapresa da un paio di anni - e l'imbarazzante colloquio col principe Mohammad bin Salman. Che siano i qatarioti oi sauditi, i cinesi o gli americani, Renzi nutre le sue relazioni e poi si fregia di un profilo internazionale. Quando l'ex premier è rientrato precipitosamente in Italia per le consultazioni al Quirinale dopo le dimissioni di Giuseppi, anziché sostituire il governo Conte 2 o quel vi restava, ha lavorato per tramortire le disperate trattative di Roberto Fico. Al solito Conte si era eclissato con la speranza di essere ripescato dopo un intervento dei “prefissi stranieri”, come li definì il leghista Giancarlo Giorgetti. Non è successo. Perché salendo le scale non ha pensato alla discesa. Casalino non l’aveva previsto.