«Scusate, ma che fine ha fatto Mario?» Se lo sono chiesto in tanti all’inizio della carriera di Draghi, quando appena entrato nei ranghi dell’amministrazione nei primi anni ’80 partecipava come sherpa ai comitati economici europei e all’improvviso scompariva perché era andato a incontrare qualche premier presente a Bruxelles, oppure quando da direttore esecutivo della Banca Mondiale a Washington arrivava in ritardo alle riunioni perché era riuscito a ottenere un colloquio con Paul Volcker, potente capo della Federal Reserve.
“Mr. Somewhere else”, lo chiamavano sorridendo i funzionari. Aveva un’abitudine: arrivava alle riunioni senza cappotto né cartella, perché così era più facile svignarsela magari dicendo che andava in bagno o a fumare una sigaretta. Un vezzo peraltro, quello di girare con la sola giacca, che conserva ancora: l’hanno constatato le decine di cronisti accalcati di fronte al Quirinale, in barba alle norme anti-assembramento, quando la mattina di mercoledì scorso è sceso dalla macchina per andare ad assumere l’incarico dal presidente senza gli sciarponi e i pastrani che tutti indossavano in una livida mattinata invernale.
La consuetudine di Draghi con il potere, presente e futuro, comincia quando nel 1971, dopo la laurea a Roma con Federico Caffè approda al Mit di Boston per il PhD in economia e si ritrova in classe con una serie di personaggi destinati a ruoli di vertice: «C’era Olivier Blanchard, che poi è diventato uno degli economisti più prestigiosi del mondo, c’era Pedro Aspe, futuro ministro delle Finanze messicano, e un gruppo di americani che ci saremmo ritrovati come consiglieri economici di vari presidenti», racconta Mario Baldassarri, che di quella classe faceva parte e poi è diventato a sua volta ministro del Bilancio (erano gli unici due italiani, entrambi con borse di studio della Banca d’Italia).
«E poi c’erano i docenti a partire da Franco Modigliani e moglie, con i quali formammo “the little italian mafia”: visto che sia io che Draghi eravamo arrivati a Boston con le mogli, ci invitavano spesso a cena. Altrettanta familiarità avevamo con l’allora giovane professore Stanley Fisher, poi vicepresidente della Fed e quindi governatore della Banca d’Israele. Tutto ciò dimostra un principio che Mario non si stanca di ripetere: l’investimento negli anni dello studio e formazione sono fondamentali, e cruciale è da un lato poterli garantire e dall’altro, per i giovani, esserne consapevoli e impegnarsi. I frutti si godranno per tutta la vita».
L’importante è non solo il network ma anche mantenere lo standing necessario per poterne far parte: gli stessi funzionari che alzavano il sopracciglio ai tempi di Washington, nonché i politici di mezzo mondo, riconoscono che, a parte qualche imbarazzo sul momento, è stato meglio che sia andata così perché la rete di contatti internazionali al massimo livello che in quel modo il giovane Draghi cominciava a tessere, ha contribuito a creare una figura di civil servant rara e preziosa. Per tutti, non solo per lui. Anche perché ben presto lo scenario si è capovolto, e politici e portaborse hanno fatto anticamera per essere ricevuti da colui che intanto - nel 1991 - il ministro Guido Carli aveva nominato direttore generale del Tesoro su suggerimento di Carlo Azeglio Ciampi. Da allora, nei dieci anni in cui ha tenuto quell’incarico e poi da governatore della Banca d’Italia e presidente della Bce, le relazioni di Draghi si sono moltiplicate. E si sono rivelate essenziali.
Lo stesso “whatever it takes”, la frase che l’ha consegnato alla storia con cui salvò l’euro, pronunciata il 26 luglio 2012 alla Global Investment Conference di Londra, è il frutto di un sottile e delicato lavoro diplomatico interamente imperniato sui suoi rapporti personali. L’Europa era ancora sotto lo choc della “passeggiata” sul lungomare di Deauville, la cittadina della Normandia cara a Proust: a margine di un consiglio europeo, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy il 18 ottobre 2010, mentre imperversava la crisi dei debiti sovrani, avevano deciso fra di loro la linea dura contro i Paesi insolventi. Niente finanziamenti, ristrutturazione dei debiti, sovranità limitata. Le cose erano andate ancora peggio nell’anno successivo, con l’Italia del bunga-bunga sotto tiro e lo spread a 500. Finché nel novembre 2011 arrivarono Mario Monti al governo e Mario Draghi alla Bce. Una designazione dovuta alla stima personale che Draghi era riuscito a costruirsi da governatore di Bankitalia. Altrimenti, con quel passaporto e in quel momento, non se ne parlava.
Decisivo fu l’appoggio del predecessore Jean-Claude Trichet. Ci fu anche fortuna: il presidente della Bce, in quell’autunno del 2011, doveva essere Axel Weber, presidente della Bundesbank. Senonché lo stesso Trichet, in uno dei confusi momenti della crisi finanziaria, aveva acquistato titoli italiani e greci per tamponare le perdite: Weber non era d’accordo, per protesta lasciò tutti gli incarichi sbattendo la porta in faccia alla Merkel. Saltata la nomina, Draghi fu abbastanza rapido, ricostruisce Stefania Tamburello ne “Il governatore” (Rizzoli), da inserirsi nel gioco riuscendo a stabilire un feeling speciale con Trichet, con il quale firmò perfino una dura lettera con cui dettavano le regole al governo italiano. Infine si dettero il cambio a Francoforte. Oggi Trichet è quasi commosso dal nuovo incarico a Draghi: «Gli auguro le migliori fortune - ci dice al telefono - in un momento così importante e difficile: il suo successo è decisivo non solo per l’Italia ma per l’intera Europa».
Ma in quel 2011, malgrado le riforme di Mario Monti, sul debito italiano non si allentava la pressione e si era a un passo dall’implosione. Finché arrivò quella mattina di Londra, preceduta da un intenso e capillare lavoro di persuasione diretta e riservata sia su Parigi che soprattutto su Berlino condotto personalmente da Draghi. Alla fine Merkel appoggiò la politica della Bce contro la volontà della Bundesbank, che sosteneva che i membri deboli non potevano più stare nell’euro. Con l’aiuto dell’altro “Supermario”, anch’egli di casa a Berlino, Draghi l’aveva convinta che senza l’Italia l’euro non poteva esistere, quindi bisognava permettere all’Italia di salvarsi. E quindi via ai tassi a zero, ai finanziamenti bancari sottocosto, agli acquisti dei Btp. Il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, non l’ha mai digerita: sostenuto dalla voce dei sovranisti tedeschi, il tabloid Bild, ha promosso ben due ricorsi (persi) alla Corte costituzionale tedesca. Ogni volta la Merkel ha preso posizione contro di lui, a favore di Draghi. Per ripicca, Weidmann ha votato contro qualsiasi decisione assunta dal direttivo della Bce, nessuna esclusa, fino a fine mandato.
«Questa vicenda - commenta l’economista Giampaolo Galli - dimostra che i provvedimenti tecnici come le misure monetarie non convenzionali, devono reggersi su un consenso politico precedentemente costruito: a Draghi vanno riconosciute capacità e leadership non comuni». Aggiunge Marcello Messori, economista della Luiss e autore della laudatio con cui l’ateneo romano ha conferito a Draghi nel 2013 la laurea honoris causa, guarda caso, in Relazioni internazionali: «Draghi è un innovatore che sa vedere i confini invalicabili. Tutte le sue iniziative “non ortodosse” di politica monetaria lo dimostrano: esplora le possibilità, conosce i limiti, vi si avvicina con coraggio ma non li supera e quindi non si espone al rischio di cocenti sconfitte». Anche se rischia in proprio, Draghi ha avuto nei suoi anni alla Bce soprattutto due spalle nel board che l’hanno aiutato a fronteggiare la furia di Weidmann: il portoghese Vitor Constancio e il francese Benoit Coeure, ora al vertice della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, quella che fissa i limiti patrimoniali delle banche. Per chi ha redatto quando era dg al Tesoro il codice delle attività finanziarie (che si chiama appunto Legge Draghi), non è un rapporto da trascurare.
Ancora più sottile la trama in terra americana. Qui, oltre agli antichi amici del Mit, i suoi rapporti più stretti si giocano su due poli. In uno c’è Timothy Geithner: già presidente della Fed di New York, poi ministro del Tesoro nell’Obama I, ha co-presieduto con Draghi il G30, un organismo di consulenza finanziaria di Washington, e da allora sono in costante contatto. Ancora più stretta è l’intesa con Janet Yellen, già presidente della Fed, appena nominata segretario al Tesoro dell’amministrazione Biden. Lei e il marito George Akerlof, premio Nobel 2011, entrambi economisti di Berkeley, sono espressioni di quell’atmosfera intellettuale sanamente progressista da campus liberal in cui Draghi si trova più a suo agio. Ma quando erano presidenti della Fed e della Bce, nel 2017, non hanno esitato a lanciarsi nella battaglia: con due discorsi di fuoco concordati, nell’estate 2017 al summit dei banchieri centrali di Jackson Hole nel Wyoming, attaccarono frontalmente la politica economica di Trump che si era insediato da poco ma già dava segnali inquietanti sul protezionismo, il multilateralismo, le deregulation finanziarie selvagge. Poi Draghi continuò a professare le stesse idee, diciamo di capitalismo liberale, la Yellen invece nel febbraio successivo, a scadenza mandato, non fu rinnovata da Trump e dovette lasciare il campo a Jerome Powell, un avvocato che il presidente credeva di poter gestire meglio. Così non è stato, però è un’altra storia.