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Attualità
febbraio, 2021

Vaccini, trionfalismo lombardo a rischio flop

La regione più colpita dal Covid è fra le ultime a partire ma il trio Fontana-Moratti-Bertolaso promette immunità a tutti entro giugno con una dose ogni sette minuti. Mentre continua lo scaricabarile con Arcuri, i medici ironizzano: «Neppure se centrassimo i pazienti con la cerbottana»

La variante lombarda, nota da tempo, è che qui si fa tutto meglio e più in fretta in ogni campo dell'agire umano. Letizia Brichetto Moratti, numero due della giunta regionale di Attilio Fontana e responsabile del welfare, o sanità perché il lombardo è una variante dell'inglese, è partita su questa falsariga con la determinazione che tutti le riconoscono.

 

Il responsabile della campagna di vaccinazione, Giacomo Lucchini, ex manager del gruppo Kos e della Fiera di Milano scelto dall'ex assessore Giulio Gallera, è stato messo da parte. Licenziato, no. Si occuperà della logistica. Ma i suoi ritmi non erano considerati soddisfacenti e soprattutto erano troppo variabili. Tremila dosi al minimo con un record di 22 mila ma la media viaggiava poco oltre i diecimila vaccinati al dì dall'inizio dell'anno con un obiettivo di mezzo milione di somministrazioni per metà febbraio.

 

Così ai primi di febbraio è tornato Guido Bertolaso, realizzatore dell'ospedale in Fiera sull'area dell'Expo 2015, flop certificato e costoso della prima ondata di Covid-19. Sono tornati anche i litigi con il potere centrale, rappresentato dal ministro Roberto Speranza che si ostina a volere un piano vaccini nazionale. L'altro avversario è il commissario all'emergenza pandemica Domenico Arcuri. Prima non mandava abbastanza fiale, adesso non manda abbastanza medici fra quelli reclutati attraverso le agenzie per il lavoro. La struttura commissariale ha ribaltato le responsabilità sulle otto Ats (Agenzie di tutela della salute) lombarde che non sarebbero abbastanza sollecite nelle visite mediche al personale ausiliario. 

Le solite schermaglie con Roma ladrona servono forse a fare dimenticare che la regione di gran lunga più popolata e più colpita dal Covid-19 partirà fra le ultime in Italia (24 febbraio) con la campagna vaccinale dedicata ai suoi 710 mila over 80 (dato Istat 2019). Il personale sanitario contattato dall'Espresso ha accolto con incredulità l'annuncio dell'ex numero uno della Protezione civile e del presidente Fontana che promettono di vaccinare entro giugno 6,6 milioni di lombardi, purché Arcuri fornisca i vaccini di Big Pharma come per ora sta facendo visto che da qui a fine febbraio la Lombardia potrà contare su 378 mila dosi Pfizer per gli over 80 e 182 mila Astra Zeneca per gli under 55.

 

«La campagna anti influenzale, che rispetto alla pandemia è una passeggiata, quest'anno è stata un incubo con i ritardi nelle forniture, le proteste dei pazienti, le restituzioni di fiale inutilizzate perché adesso tutti aspettano il vaccino anti Covid», dice un medico di base dell'Ats Montagna con trent'anni di esperienza. «Non so come si potranno raggiungere i risultati previsti a meno di vaccinare i passanti con la cerbottana».

Anche il portale per prenotare le vaccinazioni non è ancora arrivato ed è in forte ritardo sulle altre regioni che in alcuni casi (Campania, Abruzzo, Sicilia, Calabria, Marche) hanno scelto di appoggiarsi alle strutture informatiche messe a disposizione da Poste italiane. La Lombardia, con i suoi oltre dieci milioni di abitanti, ha preferito farsi il suo portale attraverso la controllata Aria (azienda regionale per l'innovazione e gli acquisti), guidata dall'ex Lombardia Informatica Francesco Ferri e da Lorenzo Gubian, già responsabile del Siss (sistema informativo socio-sanitario) della regione Veneto con Luca Zaia. 

 

Tempi da Formula Uno

Domenica 7 febbraio nei padiglioni di Rho Fiera si è officiata l'ennesima cerimonia dedicata all'efficienza del modello lombardo. La presenza di un che di spettacolare è confermata dalle dichiarazioni dei vertici regionali che hanno paragonato la campagna vaccinale a un lavoro “da orchestra”.

Il personale sanitario ha vaccinato, cronometro alla mano, 2500 volontari di Areu (agenzia regionale emergenza urgenza) al ritmo di una persona ogni sette minuti sotto l'occhio vigile degli esperti del Politecnico, della Fiera, della Fondazione Ca' Granda (l'ospedale maggiore di Milano) e di Aria. Chi c'era ha avuto l'impressione di assistere alle prove di un Gp di Formula Uno.

Alla fine delle simulazioni è stato detto che la struttura, destinata in origine alla terapia intensiva, costata 21 milioni di euro e finora utilizzata pochissimo, può sfornare 5500 vaccinati ogni giorno con una struttura ridotta a dodici medici e dodici infermieri. Su ventiquattro ore di impegno sono appunto un cittadino ogni sette minuti per le quattro fasi richieste di accettazione, anamnesi, inoculazione e attesa per verificare eventuali effetti collaterali.

 

Peccato che la vaccinazione notturna non sia ipotizzabile, ancor meno in un posto distante oltre mezz'ora dal centro della città con la metropolitana che peraltro nelle sei ore notturne è chiusa.

Naturalmente Rho Fiera è solo uno, e neppure il maggiore degli “hub”, i punti di somministrazione che il duo Bertolaso-Moratti intende mettere a disposizione della campagna in numero maggiore ai 65 previsti da Lucchini.

 

Il vecchio palazzo dello sport di piazza VI febbraio a Milano, vicino alla vecchia Fiera campionaria e all'attuale Citylife, potrebbe arrivare a novemila dosi quotidiane per concorrere all'obiettivo regionale di 157 mila iniezioni quotidiane praticate da un personale medico-sanitario di quattromila unità per una media di 39 dosi per ognuno dei vaccinatori. Le primule, i capannoni di Arcuri che arriveranno dopo Pasqua, per ora non vengono prese in considerazione.

È inutile aggiungere che ogni residente in Lombardia si augura che l'impresa riesca. Ma è fattibile? E come si può paragonare l'esperimento da laboratorio celebrato il 7 febbraio dai vertici della politica lombarda alla pratica quotidiana?

 

Il virus burocratico

In Lombardia ci sono 1,7 milioni di persone considerate fragili per patologie pregresse. Nella prima tornata di vaccinazioni, si stima che 620 mila over 80 su 710 mila si trovino in situazione di fragilità. Diecimila non possono uscire e dovranno essere vaccinati a casa. Molti medici ritengono che probabilmente anche i restanti 80 mila, più che avere una salute di ferro, non amino andare dal dottore o non sappiano di essere malati come nell'opera teatrale di Jules Romain “Knock o il trionfo della medicina”.

Il personale sanitario che è già passato per le vaccinazioni riferisce di un'esperienza molto efficace per quanto riguarda la fase di somministrazione vera e propria. Sono in genere gli infermieri a inoculare le dosi che, nel caso di Pfizer-Biontech, devono essere in precedenza misurate nell'ordine di cinque o sei per ogni fiala conservata a -75°, in attesa dei vaccini Moderna che sono sostanzialmente dello stesso tipo salvo la conservazione a temperatura di frigo da cucina (-20°).

Gli intoppi maggiori sono, e saranno, di tipo burocratico-amministrativo. C'è un consenso informato da firmare, un colloquio molto dettagliato sull'anamnesi di patologie, a partire da quelle allergologiche, e sui medicinali assunti. Il papello in cui ci si assume ogni responsabilità sui possibili effetti collaterali della vaccinazione richiede qualche minuto di lettura da parte di un operatore qualificato ma alcuni sanitari raccontano di sale d'attesa un po' troppo affollate da persone che sbarrano caselle a penna su scartafacci.

Il colloquio anamnestico è business as usual per il personale specializzato che si confronta più o meno alla pari con il medico incaricato di dare il via libera alla vaccinazione. Un candidato ordinario pone problemi meno prevedibili. Anche se non si andrà tanto per il sottile eventuali incidenti influiranno sul numero di vaccinati e quindi sui tempi.

 

Un confronto con i vituperati medici di base, una prima linea che opera da mesi in condizioni di grande stress, avrebbe rivelato che ci vogliono una decina di minuti per somministrare un vaccino influenzale ordinario a una persona il cui fascicolo sanitario è già noto al curante. Una quota consistente di ultraottantenni non è capace di gestire da sola il fascicolo sanitario elettronico che, fra Spid e funzionamenti a singhiozzo, può mettere a dura prova anche un navigatore ferrato.

Intanto nella fase iniziale dell'esperienza nel Lazio si è visto che per non sprecare dosi è necessario adottare lo schema israeliano della panchina lunga in caso di pazienti che non si presentano, che non vogliono Astra Zeneca perché ha una copertura inferiore o che semplicemente finiscono fuori tempo massimo perché il candidato precedente non ricorda se è cardiopatico ischemico, dilatativo o ipertrofico.

 

Fiale e buone intenzioni

In questo momento l'attenzione della cronaca è puntata sulle grandi città, come Roma, dove la campagna di vaccinazione degli anziani è partita lunedì 8 febbraio con passo alquanto prudente: 2083 dosi messe a disposizione nella capitale e 3601 in tutto il Lazio su cinquanta punti di somministrazione complessivi.

È una visione distorta perché, in primo luogo, la pandemia in Italia ha colpito in modo relativamente più duro le piccole realtà urbane rispetto alle metropoli. In secondo luogo, i centri meno abitati sono a maggiore rischio di allarmismo. «Basta una vaccinazione andata male e la gente non si presenta più», dice una dottoressa di base. «Gli incidenti si prevengono con grandi chiacchierate con i malati, possibilmente di persona perché al telefono ci vuole più tempo a spiegare e si spiega peggio. Io sto consigliando a tutti di passare dall'allergologo prima della somministrazione». Un ottimo consiglio che molti non vorranno o non riusciranno a praticare.

 

Nonostante questo superlavoro a livello territoriale, punto debole del sistema dopo decenni di gestione che hanno trasformato il dottore di famiglia in una fotocopiatrice per ricette e visite specialistiche private, proprio ai medici di base le Ats lombarde hanno chiesto di diventare, su base volontaria, vaccinatori anti-Covid quando, secondo molti di loro, sarebbe stato meglio utilizzarli nella fase preparatoria della somministrazione.

La maggior parte ha rifiutato di vaccinare, per mancanza di tempo. A maggior ragione c'è resistenza a mettere a disposizione gli ambulatori dove il minimo incidente può trasformarsi in un disastro. Chi ha aderito attende ancora di essere chiamato.

Intanto i suggerimenti della giunta che cerca palestre e luoghi ampi per aumentare il potenziale di fuoco hanno moltiplicato le iniziative volontaristiche del genere “vacciniamo in parrocchia”. L'intenzione è apprezzabile ma inapplicabile a un sistema che richiede personale molto qualificato, come si è visto, non solo sotto il profilo medico-sanitario ma anche burocratico-amministrativo. «La buona volontà», conclude un altro medico, «va bene per il banco alimentare, non per la più grande campagna di vaccinazioni da parecchi decenni».

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