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Editoriale
marzo, 2021

Chi riempie il vuoto

Emergenza e riforme. Tocca a Mario Draghi decidere le priorità, la comunicazione, le alleanze nel paese. Tutto questo significa in una sola parola: fare politica

È stato il vero esordio da capo del “governo del Paese”, come lo ha chiamato nel discorso con cui ha chiesto la fiducia del Parlamento. Fuori da Palazzo Chigi, fuori dalle aule di Camera e Senato, dove finora si è mosso. L’arrivo nella notte all’aeroporto di Ciampino delle salme di Luca Attanasio e di Vittorio Iacovacci, servitori dello Stato caduti in una foresta nel Congo. C’è un momento in cui il capo di un governo, anche di una Repubblica parlamentare come è l’Italia, ha il dovere di rappresentare i sentimenti nazionali, farsi carico della gioia ma anche del lutto, del dolore e dell’indignazione, mettere il suo corpo in prima linea. Lo ha fatto il presidente del Consiglio Mario Draghi. Ha atteso sulla pista di atterraggio, ha posato la mano sul tricolore che copriva la bara di Attanasio, l’ambasciatore ragazzino come ragazzino era il giudice Rosario Livatino, caduto trent’anni fa sul fronte interno della lotta alla mafia. E in quella carezza timida di un uomo che ha attraversato i vertici istituzionali italiani e europei, ma che non si era mai ritrovato ad attendere nella notte due caduti in nome dello Stato, c’è il definitivo passaggio a un ruolo finora mai svolto, denso di incognite.


La politica non tollera il vuoto. È la lezione di sempre, e anche di questa alba del governo presieduto da Draghi. Il tempo del covid non è una parentesi della politica, è al contrario una stagione iper-politica. Con la richiesta di protezione e di sicurezza, di decisioni e di strategie per il futuro, per la Next Generation cui è dedicato il piano dell’Unione europea. Con il suo risvolto più negativo, la crescita della sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti dei governanti, la stanchezza, come l’ha definita Le Monde (23 febbraio), in crescita dopo un anno di pandemia, in Francia, in Germania, in Italia. I cittadini sono stanchi, prima che sfiduciati. Stanca è la democrazia, nonostante la prova di resistenza offerta nei mesi del covid, stanca è la politica. La politica palliativa, di cui scrive il filosofo Byung-Chul Han (“La società senza dolore”, Einaudi), priva di alternative, mancante di visione, incapace di riforme incisive «che potrebbero far male».


Mario Draghi è arrivato a Palazzo Chigi in questo momento. La fotografia del Paese, a quasi un anno dal primo lockdown, la primavera più drammatica della nostra storia repubblicana, dimostra che sulla somministrazione dei vaccini alla popolazione siamo molto lontani dalle proiezioni più ottimistiche - il ministro Roberto Speranza in un’intervista alla Stampa con il direttore Massimo Giannini (28 dicembre) si era spinto a promettere tredici milioni di vaccinati entro il primo aprile, i dati del governo aggiornati al 24 febbraio conteggiano invece un milione 341.780 italiani cui sono somministrate le due dosi del vaccino, dieci volte in meno. Nel primo trimestre del 2021 l’Italia doveva ricevere secondo gli accordi presi dall’Unione europea dieci milioni di dosi (8,7 Pfizer, 1,3 Moderna), finora ne sono state consegnate cinque milioni, la metà. Astrazeneca annuncia ufficiosamente per l’Unione il dimezzamento delle dosi previste per il secondo trimestre e intanto le varianti del virus si diffondono (un terzo dei positivi in Italia ha contratto la variante inglese). Di fronte a una situazione di allarme che non si spegne, i dati di Euromedia Research (La Stampa, 24 febbraio) parlano di più di un italiano su due che di fronte al covid afferma di dare segni di cedimento psicologico o di non farcela più: di questi ultimi il 40 per cento sono giovani sotto i 24 anni, la Next Generation non vede l’orizzonte oltre il presente. Una sensazione diffusa in Europa: gli analisti del centro studi Cevipof, interpellati da Le Monde, si spingono a parlare per i francesi della percezione di una crisi senza fine, che non è soltanto l’effetto del virus, ma di un vuoto politico.


Di questo vuoto della politica il governo Draghi è in Italia l’effetto, non la causa. La soluzione della crisi è stata la nascita di un governo di unità nazionale composto da ministri tecnici di alto profilo richiesti dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e da ministri politici che rispecchiano in modo millimetrico i rapporti di forza interni ai partiti. Qualcosa di inedito nella storia repubblicana: non fu questa la composizione del governo Ciampi nel 1993, quando la maggioranza del precedente governo Amato non riuscì ad allargarsi né a sinistra (il Pds di Achille Occhetto ritirò i suoi ministri dopo il voto della Camera che negò l’autorizzazione a procedere per Bettino Craxi) né a destra (la Lega di Umberto Bossi restò fuori), non lo fu nel 2011 con il governo Monti, che ha ricevuto numeri parlamentari più alti di Draghi nel voto di fiducia ma non aveva ministri politici, dato il rifiuto di Pd e berlusconiani di sedersi nello stesso Consiglio dei Ministri.


L’operazione Draghi si sostiene su un solo fondamento: lui, il capo del governo, il suo prestigio internazionale e l’autorevolezza personale, fuori discussione. Ma serve un di più, che ora è un’incognita. La capacità di colmare il vuoto della politica con la politica. Perché altrimenti, poiché la politica non tollera il vuoto, il vuoto sarà colmato da altro: la rissa sui sottosegretari che ha paralizzato gli uomini di Palazzo Chigi per quasi due settimane, il conflitto delle competenze e delle materie, con il passaggio della delega sull’energia dal ministero dello Sviluppo economico occupato dal leghista Giancarlo Giorgetti al nuovo ministero della Transizione ecologica affidato al fisico Roberto Cingolani. La ripresa della campagna elettorale permanente, specialità di Matteo Salvini. E il big bang dei partiti: polverizzato il Movimento 5 Stelle, secondo la strategia dell’auto-distruzione del suo garante Beppe Grillo (ne parla Susanna Turco su L’Espresso), sacrificata Forza Italia come sempre agli interessi berlusconiani (Carlo Tecce).

 

I due clown, come li appellò in copertina l’Economist dopo le elezioni del 24-25 febbraio 2013, otto anni dopo i due pagliacci che secondo il titolo del settimanale inglese avrebbero minacciato il futuro dell’euro sono diventati i più entusiasti sostenitori del governo Draghi.

 

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Il Cavaliere e il Comico sono uniti da una comune idea della politica: il partito è uno strumento per conseguire altri scopi, gli interessi dell’azienda Mediaset o il narcisismo del Capo che vuole rivoluzionare il Sistema. Nessun problema a sostenere il governo Draghi, se è utile a questi scopi. In difficoltà, più di tutti, è il gruppo dirigente del Pd, perché legato a una cultura politica opposta: il partito è un fine, da difendere a ogni costo. È il motivo profondo per cui, di fronte alla crisi del governo Conte e della maggioranza giallorossa, la segreteria Zingaretti ha provato a blindare il vecchio premier e si è fatta dettare le mosse da un unico sentimento.

 

L’ossessione nei confronti di Matteo Renzi, l’ossessione che l’ex segretario potesse essere per il suo ex partito quello che in Francia è stato Emmanuel Macron per i socialisti, il liquidatore. Una paura agitata in particolare dal numero due del Pd Andrea Orlando. Come in ogni ossessione, il risultato è stato quello di finire subalterni a quella paura che si voleva evitare. È l’ossessione che ingigantisce le ombre. Se il Pd avesse guidato in prima persona e per tempo il cambio di schema politico, l’ossessione Renzi si sarebbe dissolta, riconsegnando il leader di Rignano alla sua attuale dimensione di leader di un partitino senza radici nell’elettorato e di propagandista di Mohammed bin Salman, altro che Macron.


Invece l’operazione è stata subita e il Pd si ritrova a riscrivere tutta la sua strategia. Per Orlando il destino cinico e baro ha riservato un posto da ministro nel governo che non voleva far nascere. Per Zingaretti - che è rimasto fuori - la partita è più complicata. Eppure ci sarebbe una prateria politica, soltanto a vederla: incarnare quell’anima di riformismo radicale (e di sinistra) che nella composita maggioranza che sostiene Draghi non è rappresentata da nessuno: un cambio che richiede per Zingaretti nuove parole d’ordine, una diversa sostanza politica e anche un altro gruppo dirigente (libera nos a Bettini). Ma nell’attesa di un congresso, ci troviamo in un sistema senza un partito che si faccia carico davvero dell’operazione Draghi. Il vuoto che la politica non ammette.


Per ora non ci sono alternative: tocca al presidente del Consiglio svolgere anche questo ruolo. Decida lui come farlo, come comunicare, con quali parole e con quali gesti, con quali antenne e con quali terminali sui territori, i grandi dimenticati della stagione precedente (il dialogo tra Massimiliano Panarari e Aldo Bonomi). Decida Draghi con quali alleati rispondere all’emergenza covid e fare le riforme che servono, come ha detto lui stesso in Parlamento. Fare politica, in una parola. Draghi non ha un partito, un gruppo parlamentare, non si candiderà alle elezioni, come sbagliando pensò di fare Monti, ma è necessario fare politica per sostenere l’azione di governo. E farla subito, in tempi rapidi, adesso, perché altrimenti il vuoto sarà colmato da altro e l’esperimento fallirà nella sua ambizione o sarà destinato a galleggiare, l’ultima cosa che possiamo permetterci. Per parafrasare il discorso a proposito del debito dell’ex presidente della Bce al meeting di Rimini di sei mesi fa, non serve il draghismo cattivo e immaginario dei partiti che compongono il governo e lo vivono come una fastidiosa parentesi, serve un progetto per il Paese, un draghismo buono. Che si chiama politica.


In questi tempi vigliacchi per le donne italiane, dalla tragedia di Clara Ceccarelli uccisa a coltellate dal suo ex compagno a Genova alla presenza femminile calpestata nelle istituzioni e nei partiti, l’Espresso è attraversato da tre scrittrici del nostro Paese. Helena Janeczek apre il numero con la parola Speranza rivolta alla Next Generation. Djarah Kan, che comincia la sua collaborazione con il nostro giornale, si chiede di fronte allo spettacolo quotidiano dei talk televisivi dove siamo finiti tutti, noi, gli italiani. Michela Murgia, in chiusura, con la rubrica l’Antitaliana interviene sul caso di Giorgia Meloni. Il sessismo non è la vita degli altri. È la nostra.

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