Si goda la vittoria, perché sarà l’ultima». La fosca previsione, incastonata tra uno psicodramma e l’altro nei giorni di avvitamento che hanno preceduto l’elezione delle nuove capegruppo, asseconda uno humour noir tipico del Pd che il nuovo corso ha risospinto indietro, ma certo non annullato. Si goda la vittoria, Enrico Letta, che da qui alle amministrative, sarà un precipizio. Se ne è già vista qualche avvisaglia, nel pur trionfale esordio del nuovo segretario. A Roma, dove non si sa come uscirne dacché la candidatura dell’ex ministro Roberto Gualtieri è stata congelata, ma quella di Nicola Zingaretti stenta assai a fiorire (l’interessato si dice indisponibile, nonostante le lusinghe dei sondaggi). A Napoli, dove al governatore campano Vincenzo De Luca - già definito «salvatore della Campania» dall’ex segretario - non è piaciuta affatto la mancata riconferma nella segreteria nazionale del deluchiano Nicola Oddati, ergo piace ancor meno la possibile candidatura di Roberto Fico (lui, sì, interessato). E persino a Bologna, dove dopo un attimo di apparente calma sul nome di Matteo Lepore si è tornati a parlare di primarie (non un buon segno).
Insomma il panorama è già ingarbugliato, maturo per nuove Babeli: e questo senza considerare che, in prospettiva, i risultati delle amministrative d’autunno faranno da tappeto alla successiva battaglia per la leadership, sia di partito che di coalizione. Roba quasi quasi da mollare presto, prima che sia (di nuovo) tardi: «Ditejelo, a Erico, de nun perdersi», sussurra in effetti la voce testaccina che si leva dal quartiere dove vive il segretario dem. Lo stesso pensiero paradossale sembra, almeno per suggestione, attraversare anche Letta. Il quale - alle spalle la solita collezizione di Topolino - ha così esordito martedì sera, all’incontro via Zoom organizzato dal circolo Palombella di Bruxelles: «Mi sento un expat come tanti di voi. Sono un ri-pat adesso, da un certo punto di vista, però magari sarò un expat tra non molto», ha esordito, facendo strabuzzare gli occhi ai partecipanti. Preveggenza o semplice scaramanzia?
Di certo, a otto anni dalla sua nomina a Palazzo Chigi - e otto è un numero speciale per i Letta, che fino all’attuale generazione erano soliti riprodursi giusto nel numero di otto - Enrico Letta ha compiuto in questi giorni un ciclo vitale: era uscito dalla politica come Paperino, vi è rientrato da Paperinik. Vale a dire come l’alter ego del papero, concepito come il suo diabolico vendicatore. Quello della riscossa. Quello tra i due che riesce a ottenere ciò che vuole. Una metamorfosi non da poco, visto il personaggio: per quanto sia, in larga parte, più apparente che reale. In parte perché la narrazione dell’Enrico-Paperino nasce dall’effetto Renzi, che spazzò via Letta da Palazzo Chigi nel febbraio 2014. In parte perché la narrazione dell’Enrico-Paperinik attuale è a sua volta figlia di questo tempo.
Ovviamente ci sono in mezzo gli anni trascorsi all’estero, a dirigere la scuola di affari internazionali dell’Università Sciences Po. Ma la gara tra apparenza e realtà che un tempo gli giocò contro, adesso gioca a suo favore: ecco la prima differenza. Basta guardare i primi suoi passi. Asceso alla segreteria Pd al grido di basta con l’unanimismo, è stato eletto all’unanimità (meno 2, i contrari su 860 partecipanti alla votazione). Votato da tutte le correnti, avendo proclamato il suo «basta con lo strapotere delle correnti», ha nominato una segreteria che è un capolavoro di equilibrio tra correnti, almeno quanto lo è il dosaggio tra i partiti operato da Mario Draghi all’interno del suo governo. Due vice: una adatta a parlare con i moderati, ossia la ex montiana Irene Tinagli; l’altro adatto a parlare con la sinistra, l’ex ministro Peppe Provenzano. Nella segreteria quattro uomini e quattro donne; tre confermati dal precedente organismo zingarettiano, quattro provenienti dal governo Conte II. Le anime, tutte: c’è la prodiana Sandra Zampa, la franceschiniana Chiara Braga, l’orlandiano Antonio Misiani, l’orfiniana Chiara Gribaudo, la cuperliana Susanna Cenni, il gueriniano Enrico Borghi, e così fino all’antico lettiano Francesco Boccia – l’uomo che Letta impose per ben due volte come candidato in Puglia contro Vendola, nel 2005 e 2010. Niente male: risulta addirittura un capolavoro, se si pensa che a comporre l’opera è l’uomo che aveva appena finito di dire di «non aver capito la geografia interna al Pd».
L’inizio di un famoso film di Mathieu Kassovitz, “L’odio”, era: «Il problema non è la caduta: è l’atterraggio». Ecco, nel caso di Enrico Letta, come nel caso di Mario Draghi, la risorsa non sta nell’atterraggio, ma nel punto di partenza. Partendo dall’arrancare del governo Conte 2 verso il mai nato Conte 3, anche una normale conferenza stampa in cui il premier risponde (o glissa) alle domande in un tempo inferiore ai venticinque minuti, sembra una rivoluzione della democrazia. Parimenti, partendo dall’indecisionismo zingarettiano, qualsiasi scelta di Letta sembra un capolavoro di fermezza. Il sindaco fino a un certo punto renziano Dario Nardella ha, per dire, parlato addirittura di «piglio determinato e per certi aspetti decisionista».
Tale è apparsa la battaglia per cambiare i capigruppo, che Letta ha effettuato al grido di: non possiamo fare come Orban, e presentarci con una dirigenza tutta di uomini. Lasciando però poi al libero gioco delle varie anime la scelta di chi nominare al posto degli uscenti. Con il risultato che sono stati dunque i capicorrente, maschi, a indicare la donna da eleggere, costretti a loro volta dal segretario, maschio. Un lodevole inizio: non propriamente una rivoluzione, non ancora. La sostituzione di Graziano Delrio e , ancora di più, quella di Andrea Marcucci, erano operazioni all’ordine del giorno da tempo. Rimaste inevase per via dell’inerzia zingarettiana. Tanto che lo stesso Marcucci prima di capitolare a vantaggio di Simona Malpezzi lo aveva chiarito: con Zingaretti aveva messo a disposizione il mandato, non avendo partecipato all’elezione del segretario, ma in questo caso, essendo parte dell’unanimità lettiana, non ne sentiva il bisogno. Ugualmente dicasi per le amministrative: è tutto ancora molto indietro, siamo fermi ai «semilavorati» dell’epoca precedente, dove non una decisione era stata ancora presa. Nemmeno a Torino, che sarebbe sulla carta uno degli orizzonti più semplici, avendo da mesi detto la sindaca Appendino di essere determinata a non ricandidarsi. E lo stop alla candidatura di Roberto Gualtieri al Campidoglio, avanzata una prima volta nel giorno in cui poi si è dimesso Nicola Zingaretti, spinta con ancora maggiore decisione nelle 24 ore successive alla elezione di Letta al soglio Pd, è un mero congelamento, che è parso un supremo atto decisionista.
Il punto di partenza pesa dunque non poco. Così rivoluzionario è parso trasformare il senso di colpa e addirittura la nostalgia rispetto all’Era Conte in orgoglio nei confronti del governo Draghi; la subalternità, in capacità di individuare il nemico (Salvini). Il saper evocare «un partito nuovo», tratteggiando tuttavia un Pd che pericolosamente somiglia assai ai propri esordi – non esattamente un bel viatico. E indicando, giusto a proposito di quanto il nuovo tenda a coincidere con il vecchio, obiettivi che ragionevolmente non possono essere raggiunti: primo fra tutti lo ius soli, evocato adesso come marchio identitario – da escludersi che il Pd sia intenzionato a farne una battaglia parlamentare - ma presente già in Impegno Italia, il documento di rilancio dell’attività di governo che Letta premier aveva presentato il 13 febbraio 2014, alla vigilia della decapitazione renziana.
In questa nuova velocità c’è di certo la sapienza di un politico che è tutt’altro dall’uomo nuovo che a tratti vuol dipingersi. «La vita fuori di qui è molto bella», ha detto fra l’altro nel discorso di incoronazione. Abbellimenti estetici, per uno che ha cominciato a far politica alle medie e che oggi si porta a Roma da Parigi giovani come Michele Bellini con lo spirito con il quale, a 20, fu portato a Roma da Simone Guerrini, allora leader del movimento giovanile Dc (oggi capo della segreteria di Sergio Mattarella); che a 26 anni divenne presidente dei giovani democristiani europei; a 28 capo di gabinetto agli Esteri; a 31 vicesegretario dei Popolari per volere di Franco Marini. E tutto questo prima di essere ministro, sottosegretario, parlamentare e di nuovo vicesegretario, stavolta del Pd, a fianco di Pierluigi Bersani fino al giorno dello streaming coi Cinque stelle (c’era anche Letta), e alla mancata elezione di Marini al Quirinale (costruita giusto a casa Letta a Testaccio).
In mezzo, c’è un politico che ha sempre avuto il problema di affermare il fatto di avere un carattere. «Le palle», come fu scritto una volta e come tante volte ha mimato lui. Quello che oggi parla di «adrenalina a mille» o ancora di «una nuova affascinante avventura», e tutta quella congerie di espressioni e gesti in cui indugia e che peraltro malissimo s’adattano al volto pacato, alla piana ironia. Già nel 2004, quando era responsabile economico della Margherita, diceva di ambire a tornare ministro, ma che tuttavia doveva tornarci «non da Tremonti», ovvero non da tecnico, ma da politico. Come uno cioè in possesso di una sua corrente, in grado di «prendere voti». Come se, nato bene, ben collocato, avesse sempre il complesso di volersi distinguere dai suoi maestri e dai suoi parenti. Dal modello di Beniamino Andreatta, il maestro: professore universitario, appassionato di politica, ma senza la pazienza di costruirsi una filiera vera e propria. E dal modello Gianni Letta, lo zio, uno cioè che per definizione non è, da sempre: non ha correnti, non ha tessere, non interviene alle assemblee, eppure c’è, comanda, guida. Così anche la nuova «velocità» dell’azione lettiana, in favore della quale si è scomodato pure Paolo Mieli («è riuscito a far cose che sembravano impossibili»), appare a suo modo un approdo, per un politico il cui padre, Giorgio, è tra i pionieri del calcolo delle probabilità, accademico dei Lincei, ricordato dagli allievi come un professore talmente impeccabile che «nemmeno i gessetti facevano polvere». Che la mutazione sia sufficiente, per il compito assunto, appare tuttavia ottimistico ipotizzare.