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Cultura
luglio, 2021

Manuel Vilas: «Ho scritto dei miei genitori come se fossero personaggi inventati»

Trasformano i ricordi domestici in letteratura. Rendono padri e madri figure immaginarie e universali. Due scrittori spagnoli, Elvira Lindo e Manuel Vilas, si confrontano sul tema del romanzo familiare. E, tra confessioni e segreti, affrontano la Storia

Uno spettro, o per usare una parola più dolce, un fantasma si aggira per l’Europa, è il romanzo familiare. Le presenze che lo abitano sono le bambine e i bambini, i figli e le figlie che siamo stati, e i padri e le madri che sono morti, da un’ora o da mille anni, e con la cui perdita bisogna fare i conti. (A volte, con la loro perdita bisogna fare i conti anche se sono ancora vivi). Un destino naturale, inevitabile, che da sempre fa parte della materia bruciante del romanzo. Ma che negli ultimi anni si è imposto con il sapore scabro e agrodolce dell’autofiction, il racconto imperniato, potremmo dire citando il tu falsovero dei poeti caro a Vittorio Sereni, sull’io falsovero del narratore. Un narratore che non può non rendersi conto che la vicenda narrata, per quanto tratti intimamente di famiglia, ha per forza a che fare con quella Storia che tutti dicono che stia finendo, anche se in realtà non finisce mai.


Se la letteratura italiana contemporanea non è certo avara di esempi oltre la linea d’ombra, è dalla Spagna che ci giungono due incarnazioni paradigmatiche del genere, per Guanda. “In tutto c’è stata bellezza” di Manuel Vilas (2019, traduzione di Bruno Arpaia), che ha fatto incetta di premi e ha conosciuto uno spettacolare successo con dodici edizioni in un anno; e il più recente “A cuore aperto” di Elvira Lindo (traduzione di Roberta Bovaia), notissima al pubblico spagnolo, dalla metà degli anni Novanta, per la serie di romanzi per bambini Manolito Gafotas, diventata un classico.


Nei vostri romanzi la domanda iniziale è: chi sono? E la risposta arriva dalla ricostruzione romanzesca (con tutte le sfumature di questo aggettivo) delle vostre famiglie di origine. Padri e madri che si rivelano a quei primi lettori e lettrici delle loro vite che sono i figli come gli sconosciuti per eccellenza. Una letteratura che nasce da un senso di lutto, e più che alla gioventù appartiene alla maturità. Cosa ci racconta questo sentimento? È il romanzo letterario il nuovo rituale del lutto?
Manuel Vilas: «Ho scritto “In tutto c’è stata bellezza” mosso dalla necessità di non dire addio, di far sì, attraverso le parole, che mio padre e mia madre tornassero in vita, e poter continuare ad essere, così, il bambino che sono stato. Non potevo sopportare la loro morte. Ho scritto un romanzo perché è il genere in cui più mi sento a mio agio, il genere della libertà, dell’esplorazione dell’anima dell’essere umano e del contesto sociale e politico. Poi ne “La gioia all’improvviso” (Guanda 2020, traduzione di Bruno Arpaia), ho continuato e ho concluso questa storia. Ho scritto questi due romanzi a partire da un sentimento d’amore per mio padre e mia madre, e la famiglia che siamo stati, e che visse in coordinate storiche precise. Una famiglia del ceto medio, medio-basso, in un Paese, la Spagna, che alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso viveva un’epoca importante di crescita economica. Io ero un bambino a cui suo padre sembrava un dio e sua madre una regina. Li avevo divinizzati, perché erano bellissimi. Tutti mi dicevano “come sono belli i tuoi genitori”. Nel mio libro ho salvato dall’oblio una famiglia, e attraverso la mia famiglia, tutte le famiglie possono salvarsi. Abbiamo tutti una necessità immensa di continuare a parlare con i nostri morti, ecco cosa faccio nei miei romanzi: riannodare questa conversazione».
Elvira Lindo: «Ho sempre voluto scrivere di mio padre perché era un uomo straordinario, fuori del normale, nel senso letterale del termine. Il suo spirito espansivo e stravagante causava situazioni estreme che a noi figli provocavano una certa inquietudine. All’inizio volevo scrivere un libro di racconti umoristici, “Racconti di un padre straordinario”. Poi ho trovato alcune foto di quando si erano conosciuti i miei genitori, era il 1956, ed erano così piene di passione per quell’epoca che ho deciso di raccontare la loro storia di amore e di disamore. Mio padre è stata la figura più importante della mia vita. Ho conosciuto meno mia madre perché è morta quando ero adolescente, e per questo nel libro la sua è una presenza più misteriosa. Da sempre parlo con mia madre morta, ho mantenuto in vita nella mia fantasia questa conversazione che è stata troncata dalla sua scomparsa. Come diceva Manuel, scrivere di mio padre e mia madre è stato come riportarli alla vita, e anche se nel libro ho raccontato anche momenti duri, mi è sembrato di ritornare alla mia infanzia ed è stato molto piacevole. Finire il libro mi ha dato un po’ di malinconia perché non so se, letterariamente parlando, saprò fare ritorno a quell’universo. Non credo che romanzi come questi siano rituali del lutto. Il ritorno al territorio dell’infanzia, dell’adolescenza, è un genere classico della letteratura. In definitiva sono romanzi di formazione. E la distanza che dà l’età da questo punto di vista funziona perfettamente. Io ho potuto scrivere il mio romanzo così come l’ho scritto perché sono una donna adulta e oggi posso comprendere situazioni che, quando sono accadute, risultavano per me inaccettabili».

 

Elvira Lindo


In Freud, la teoria del perturbante indaga ciò che più ci è familiare e che di colpo ci si svela come nuovo, misterioso e per questo – anche – spaventoso. Dove ci conduce il cammino dell’“unheimlich” nell’avventura di scrivere?
Elvira Lindo: «Anche se ciò che racconto nel libro è reale, si tratta di una costruzione letteraria. Ho fatto dei miei genitori dei personaggi letterari e ho rivelato o occultato ciò che mi interessava per generare nel lettore una certa sensazione. Per me è stata un’avventura e una sfida, né più né meno che se avessi scritto di personaggi “inventati”, che poi sono quasi sempre inventati a partire da persone reali, che lo scrittore conosce».
Manuel Vilas: «Non c’è stato nulla di perturbante nel mio rapporto con i miei genitori. Ci sono state le miserie della Storia, gli anni dopo la Guerra Civile, il franchismo e le trasformazioni del ceto medio spagnolo a cui appartenevamo la mia famiglia e io. Però è vero che ci sono state delle rivelazioni, che ho potuto ricordare cose che erano rimaste nascoste nella mia memoria. Scrivendo della mia famiglia, lavorando con la memoria, sono riuscito ad accedere a luoghi del passato situati molto in profondità. Nella letteratura contemporanea Proust è stato il primo a rendersi conto che la memoria del passato è necessaria per completare il significato della vita. Nella nostra memoria, il passato si riscrive. Io l’ho sempre visto come qualcosa che è pieno di bellezza».


Narrando a partire della memoria, lo scrittore diventa un testimone. Ci ritroviamo a fare i conti con l’idea della verità e della Storia, con i documenti. Allo stesso tempo, come affiora dalle vostre risposte, siamo donne e uomini del XXI secolo e sappiamo che la memoria è (anche) invenzione, ricostruzione, fantasia, che non ha solo cause ma finalità…Chi vince la partita del romanzo tra l’immaginazione e la realtà?
Elvira Lindo: «Per me prevale sempre l’aspetto letterario. Il mio libro non è un’indagine. L’impegno che si prende è con la verità intrinseca della storia. Nel mio caso l’impegno con la verità consisteva nel mantenermi fedele alla personalità dei miei genitori. Molte scene le ho dovute inventare dal nulla perché sapevo poco di come si fossero svolte, però ne conoscevo l’origine e le conseguenze. Quello che conta in letteratura non sono i fatti, è il modo di raccontarli».
Manuel Vilas: «Ti rendi conto che i morti hanno la stessa consistenza esistenziale dei personaggi di finzione, il che produce malinconia e strazio. A volte penso che in realtà non esistiamo, che l’umanità non esiste, che ci siamo inventati tutto. La vita è così fragile. Quando penso che la mia famiglia non esiste più mi viene un altro pensiero, ancora più cupo: e se la mia famiglia non fosse mai esistita? Ormai sopravvive solo nella mia memoria, sono solo io a ricordare mio padre e mia madre. E quando morirò, sarà come se non fossero mai esistiti. E in tutto questo c’è bellezza. I miei genitori sono stati creatori di bellezza».


C’è più continuità o più discontinuità tra l’adulto che diventiamo e il bambino o la bambina che siamo stati? Con quei bambini possiamo instaurare un’amicizia, c’è amore, o cos’altro, tra presente e passato?
Elvira Lindo: «La bambina che era in me è sempre molto viva e faccio sì che continui ad esserlo. In questo libro, in particolare, mi sono sentita ritrasportata a quell’età, ho ricostruito la mia voce di bambina e di adolescente. Ed è stato meraviglioso, mi ha dato molta felicità ritrovare la mia voce di allora, con tutta l’assurdità, la mancanza di conoscenza e l’innocenza di quegli anni. È stata la cosa più bella del viaggio».
Manuel Vilas: «È molto complicato. Il bambino che siamo stati non esiste più, eppure è ancora con noi, si è trasformato in un uomo di 58 anni. È un mistero. Tutto ciò che quel bambino è stato è nella mia memoria, e posso ripercorrere il cammino che porta fino a lui. Lo faccio, ed ecco che siamo di nuovo uno di fronte all’altro. E perché tutto questo accada è importante invocare quel bambino nel suo contesto familiare, alla presenza di suo padre e sua madre. Allora il bambino torna e il cuore si riempie di bellezza e di malinconia».


Quanto c’è di spagnolo e di europeo, e invece di universale e di globale nella vostra opera? Pensate a un lettore o lettrice a voi familiare, o a qualcuno che ha altre mappe del mondo, viene da un altro Paese, o dal futuro? Se in un certo senso il lettore è un traduttore, vorreste che i vostri traduttori vi somigliassero, o no?
Elvira Lindo: «Credo ci sia un movimento di ritorno a ciò che ci è vicino, forse perché ci sentiamo persi in un mondo che ci si presenta sempre più incomprensibile. La letteratura che fa ricorso all’intimo e al concreto è necessaria per lo scrittore e quindi per il lettore. Grazie a un buon traduttore, o traduttrice, una storia radicata in un mondo particolare si converte in universale. Avere dei lettori in un Paese che non è il tuo è un privilegio. Il buon traduttore interpreta e riscrive la nostra storia. È forse uno dei mestieri più difficili dell’universo letterario, e per questo dobbiamo benedire e celebrare che qualcuno si dedichi al nostro lavoro con passione e dedizione».
Manuel Vilas: «Credo che le storie che racconto in questi due romanzi siano universali, anche se, scrivendo, non lo sapevo. Perché le storie di padri e figli, dalla Bibbia ad oggi, sono il gran tema di tutta la letteratura. E della condizione umana, perché la relazione tra padri e figli ha a che fare con due concetti fondamentali, il tempo e la morte. E poi, nei miei romanzi tratto della classe media, e la classe media è universale. Sia “In tutto c’è stata bellezza” che “La gioia all’improvviso” sono stati tradotti in moltissimi Paesi e i lettori di quei Paesi li hanno compresi a perfezione. Nel tradurre, è importante trasferire lo stile della lingua originale nella lingua verso cui si traduce. Senza stile, la letteratura zoppica. Ho fatto lunghe riunioni telematiche con molti miei traduttori e a volte sono proprio loro a rivelarmi nuovi significati dei miei libri. Per me i traduttori sono dèi. Li riverisco. Conoscono i miei libri meglio di me, e a volte parlando con loro soffro, perché sanno tutti i segreti del mio stile letterario. Provo molta gratitudine nei loro confronti. Poi nella traduzione dallo spagnolo all’italiano Bruno Arpaia è un gigante, ha fatto cose straordinarie».

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