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Editoriale
luglio, 2021

L’ultima impresa di Sergio Mattarella

Inizia il semestre bianco. Il Presidente è deciso a esercitare i suoi poteri. Per garantire la continuità del governo Draghi. Mentre in molti gli chiedono di rimanere. E sale il partito della riconferma al Quirinale

Quel giorno che ora sembra già lontano il bollettino del Covid-19 registrava 9.660 nuovi contagi e 499 morti che portarono il totale delle vittime della pandemia in Italia a 89.344. Alle nove di sera il presidente della Repubblica uscì di fronte alle telecamere e si rivolse direttamente agli italiani, teso in volto, preoccupato. I partiti della vecchia maggioranza, disse, hanno fallito. Le elezioni anticipate farebbero perdere al Paese mesi preziosi. Serve «un governo di alto profilo» per fronteggiare le emergenze «sanitaria, sociale, economica, finanziaria». Qualche minuto dopo arrivò la convocazione per il giorno dopo con il nome del presidente del Consiglio incaricato: il professor Mario Draghi


Era il 2 febbraio di sei mesi fa. Sergio Mattarella ha racchiuso in quel passaggio a sorpresa il suo intero settennato. Sette anni al Quirinale in un unico movimento, un solo colpo, una intera assunzione di responsabilità. Qualche ora prima dell’inattesa accelerazione della crisi di governo, mentre i partiti della maggioranza uscente consumavano le trattative sulla formazione di un terzo governo guidato da Giuseppe Conte, l’ufficio stampa del Quirinale aveva diffuso una dichiarazione del capo dello Stato «in occasione dei 130 anni dalla nascita di Antonio Segni».

 

Sembrava un atto dovuto al predecessore, il giurista di Sassari, l’unico tra i più importanti capi democristiani a essere riuscito nell’impresa di farsi eleggere al Colle, rimasto in carica per soli due anni, dal 1962 al 1964, costretto a dimettersi perché infermo nell’estate del tintinnar di sciabole, l’aria di colpo di Stato che attraversò i palazzi del potere. La commemorazione di Segni passò inosservata, in quelle ore convulse c’era ben altro cui pensare. E invece il contenuto era esplosivo, soprattutto se collocato nelle stesse ore in cui Mattarella decideva di chiamare Draghi a formare un governo di unità nazionale. «Segni», si leggeva nella parte finale della dichiarazione che oggi conviene rileggere integralmente, «aveva espresso la convinzione che fosse opportuno introdurre in Costituzione il principio della “non immediata rieleggibilità” del Presidente della Repubblica. Segni definiva “il periodo di sette anni sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato”. Inoltre – aggiungeva - “la proposta modificazione vale ad eliminare qualunque, sia pure ingiusto, sospetto che qualche atto del Capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione”. Di qui l’affermazione che “una volta disposta la non rieleggibilità del Presidente, si potrà anche abrogare la disposizione dell’art. 88 della Costituzione, che toglie al Presidente il potere di sciogliere il Parlamento negli ultimi mesi del suo mandato”.

Una disposizione che - a giudizio del Presidente Segni - “altera il difficile e delicato equilibrio tra poteri dello Stato e può far scattare la sospensione del potere di scioglimento delle Camere in un momento politico tale da determinare gravi effetti”».


Parole di sessant’anni fa che Mattarella ha fatto proprie. E che ora tornano attuali, alla vigilia dell’inizio del semestre bianco della sua presidenza, il 3 agosto, gli ultimi sei mesi del suo mandato. Un codice a chiave per decifrare i prossimi sei mesi. L’idea di vietare la rielezione del presidente in carica ma di lasciare intatti tutti i suoi poteri, compreso il più importante, lo scioglimento delle Camere in caso di grave impasse del Parlamento, è un’ipotesi di scuola, in questo momento irrealizzabile, ma definisce bene lo stato d’animo con cui Mattarella si inoltra nell’ultimo tratto di strada della sua presidenza.

Nel giorno dei suoi ottant’anni, il 23 luglio, ha censurato l’abitudine di caricare i decreti di misure che non c’entrano nulla con la materia del provvedimento, più che un monito o un rimprovero è sembrato un avvertimento, l’annuncio che il presidente non resterà a guardare passivamente quanto accade.

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Il semestre bianco ha spesso coinciso nella storia repubblicana con i momenti più torbidi, le manovre più oscure, le fasi più drammatiche. Una sospensione di potere in cui si combatte la sorda e sotterranea lotta per la successione al Quirinale, in cui non esistono regole definite, candidature, programmi da presentare. Per la prima volta dal 1999 il semestre bianco non si sovrappone alla scadenza naturale del Parlamento, com’è stato nel 2006 per gli ultimi sei mesi di presidenza di Carlo Azeglio Ciampi e nel 2013 per l’ultima fase della (prima) presidenza di Giorgio Napolitano, quando, per una modifica della Costituzione approvata nel 1991, il presidente ha mantenuto la facoltà di sciogliere le Camere, per evitare il cosiddetto ingorgo costituzionale. In quei due casi, in realtà, solo l’elezione del presidente della Repubblica ha permesso la partenza della legislatura appena cominciata.

Già nel 2013 Mattarella avrebbe avuto la possibilità di essere eletto al Colle, invece fu confermato Napolitano dopo il disastroso suicidio del Pd di Pierluigi Bersani con i 101 franchi tiratori contro Romano Prodi. Nel 2015, dopo l’addio di Napolitano, Mattarella fu portato al Quirinale da Matteo Renzi. Qualcuno disse a Rosa Russo Iervolino che Renzi lo aveva scelto perché timido e innocuo, incapace di oscurarlo. «Si vede che non lo conosce», commentò profeticamente l’ex ministra democristiana, amica del nuovo presidente. Doveva essere un settennato tranquillo, è stato il più drammatico della storia repubblicana. La crisi politica senza rimedio. E l’incubo del Covid-19, con il suo carico di dolore e il blocco del Paese.


Oggi l’incertezza è un’altra. Sul no al Green Pass, la carta che certifica l’avvenuta vaccinazione, si sta formando un fronte composito che raggruppa i contestatori delle misure di restrizione per chi non può esibire, i commercianti che si sentono danneggiati, i no-vax e un’area di opposizione al governo Draghi che per la prima volta va oltre i confini dell’unico partito rimasto fuori dalla maggioranza, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. L’obbligo di certificazione per viaggiare, andare in scuola e nei posti di lavoro in presenza, esteso ai diritti sensibili, ha suscitato le perplessità di ordine filosofico e etico di intellettuali come Massimo Cacciari e Giorgio Agamben (cui replica Donatella Di Cesare) e i dubbi costituzionali e giuridici di Michele Ainis (Repubblica, 26 luglio). È l’onda lunga dello stato di necessità cominciato all’alba della pandemia, con il primo lockdown del 2020, i decreti della presidenza del Consiglio con il governo Conte due che chiusero gli italiani in casa. Già allora l’assoluta priorità di fermare a ogni costo, “whatever it takes”, il contagio che stava seminando migliaia di vittime al giorno non doveva bloccare l’esigenza di rispettare e di garantire le libertà previste dalla Costituzione. Il coprifuoco e la chiusura dei corpi nelle abitazioni non doveva coincidere con il blocco del pensiero e della battaglia culturale democratica, con il sorvegliare e punire. Un anno e mezzo dopo, il dibattito è ancora più avvelenato da tifoserie contrapposte e scomuniche reciproche. Sui social corrono i fanatismi, loro sì che sono sempre immuni e senza vaccino, sono immuni all’ascolto dell’opinione altrui, alla possibilità di prendere in considerazione un punto di vista diverso dal loro ma sono contagiosi nel far dilagare il verbo della setta, dell’intolleranza. E invece di misura e di equilibrio c’è bisogno, di libertà e di responsabilità, che sono valori etici, giuridici, politici.


Quanto accade nel Paese e in Parlamento testimonia di un progressivo spegnersi della tensione portata dall’emergenza sanitaria. Chi predica la libertà di non vaccinarsi sa di poterlo farlo senza correre rischi grazie alla stragrande maggioranza di italiani che si sono messi in coda per le dosi di vaccino. Al tempo stesso, non si possono maneggiare le garanzie costituzionali, la libertà di movimento, il diritto allo studio, i diritti dei lavoratori, con una circolare amministrativa o con la semplice applicazione di un articolo del codice civile. Ogni misura nel campo della restrizione delle libertà impone un dibattito politico alla luce del sole, un principio che vale ancora di più per un governo formato in uno stato di emergenza e che deve osservare i limiti imposti dalla Costituzione in modo ancora più stringente.


Ma libertà e responsabilità sono anche categorie politiche. Un partito come la Lega che fa parte del governo non può sedere nel Consiglio dei ministri e predicare la libertà dei no-vax e la sua irresponsabilità dai provvedimenti decisi dal governo. Lo stesso vale per Leu, il partito del ministro Roberto Speranza, che plaude a chi ha ritenuto la fine del governo Conte due un colpo di Stato e poi fa parte del governo Draghi che di quel colpo di Stato sarebbe stato l’effetto. E la riforma della giustizia della ministra Marta Cartabia, su cui altri partiti della maggioranza hanno alzato i vessilli, dal Movimento 5 Stelle per allargare l’elenco dei reati non sottoposti alla ghigliottina dell’improcedibilità a Forza Italia che punta all’obiettivo opposto.
Un conto è il dibattito pubblico, il valore più sacro, non negoziabile in democrazia, come lo sono il conflitto delle idee, l’antagonismo pacifico, il rispetto delle minoranze, l’anti-conformismo. Altro è la doppiezza di chi scende dall’auto blu di governo e rifiuta di sporcarsi le mani per convincere i propri elettori della bontà delle decisioni prese. Di lotta e di governo è forse il primo slogan (inconsciamente) populista. L’opposto dello stare nelle istituzioni senza perdere il contatto, la sensibilità di quanto si muove nella società che è la lezione della presidenza Mattarella, appresa alla scuola dei cattolici democratici e di Aldo Moro. Una cultura politica storicamente attenta allo sfrangersi della tela dell’unità nazionale, alla fragilità di un paese sempre pronto a dividersi, oggi si aggiunge la difficoltà del discorso democratico nell’epoca dei social.


Al centro di questa difficoltà che è un dramma politico e istituzionale c’è il presidente della Repubblica e «il cuore del ruolo presidenziale nella forma di governo italiana» che, ha ricordato Andrea Manzella (Corriere della Sera, 17 luglio), è la formula scelta dalla Corte costituzionale (sentenza n. 1 del 2013) per definire i poteri dell’inquilino del Quirinale, «collocato dalla Costituzione al di fuori dei tradizionali poteri dello Stato e al di sopra di tutte le parti politiche». Al di fuori e al di sopra. Eppure così dentro, così all’interno di ogni questione. Con il potere di bloccare quanto minaccia l’equilibrio del sistema, o di accelerare, in caso di paralisi. In entrambi i casi, con il potere di intervenire, con la forza della istituzione presidenziale e l’autorevolezza della persona.
Nelle ultime settimane è cresciuta la sensazione di una pressione su Mattarella per accettare un secondo mandato al Quirinale, che risolverebbe molti problemi, primo fra tutti il proseguimento del governo Draghi nel 2022-2023. L’inizio del semestre bianco segna la fine dell’unità nazionale di facciata dei leader di partito, la conflittualità è destinata ad aumentare.

A farne le spese è stata, almeno in parte, la riforma della giustizia che prova a passare in mezzo ai veti incrociati, la prova del fuoco della ministra Cartabia, candidata alla successione di Mattarella, su cui è cominciato il tiro incrociato sulle gazzette tendenza Conte. Alcuni osservatori, da un vecchio signore della politica come Rino Formica al giovane costituzionalista Francesco Clementi, si sono spinti a ipotizzare le dimissioni anticipate di Mattarella, se la spirale auto-distruttiva dei partiti dovesse mettere a rischio le riforme. Una mossa che metterebbe tutti di fronte alla responsabilità dello sfascio. A loro va aggiunto il geniale Makkox  della copertina, una citazione dell’immortale Gigi Proietti che Mattarella adorava: al Cavaliere bianco, durante il semestre bianco, non devi rompere.

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Il senso del 2 febbraio 2021 di Mattarella, con la dichiarazione su Segni, il presidente non può smettere di esercitare i suoi poteri durante il semestre bianco se c’è bisogno del suo intervento, e con l’incarico a sorpresa a Mario Draghi. Perché sempre lì si torna, al segreto meglio custodito della recente storia repubblicana. Cosa si sono detti Mattarella e Draghi al momento di formare il nuovo governo? Impossibile che l’incarico da premier sia maturato in pochi minuti, quella sera. I due presidenti si incontravano con riservatezza già da tempo. E Draghi aveva rinunciato a qualsiasi incarico privato (e ben remunerato) per tenersi pronto per un ruolo pubblico. Ma è anche inverosimile che l’ex presidente della Banca centrale europea abbia accettato di guidare un governo destinato a durare pochi mesi.

E dunque si torna al punto di partenza: o c’è un trasloco di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale. O c’è una riconferma di Mattarella, con un enorme sacrificio personale, perché il presidente non può lasciare incompiuta un’opera da lui stesso cominciata. In entrambi i casi, senza referendum e senza commissioni bicamerali, ci sarebbe una riforma costituzionale di fatto. L’ultima impresa del presidente che sembrava timido a chi non lo conosceva.

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