Qui ridiamo noi. Il tanto atteso film di Mario Martone su Eduardo Scarpetta, applauditissimo a Venezia e in corsa per molti premi, ci auguriamo, è un capolavoro. Proviamo a spiegare velocemente perché.
Uno. Resuscita una figura chiave nella storia del nostro teatro e del nostro cinema, dunque della nostra cultura, con il rigore di chi ha studiato a lungo tutte le carte, edite e inedite, frugando in archivi pubblici e privati, ma poi ha romanzato in libertà questa vita incontenibile. Per esempio “invecchiando” Eduardo, Titina e Peppino de Filippo, figli naturali di Scarpetta, che all’epoca del processo (1906-1908) in realtà erano un po’ più piccoli che nel film (il solidissimo script, mai riferimento famigliare fu più pertinente, è di Martone e di sua moglie Ippolita Di Majo).
Due. Questa vicenda così napoletana è sempre proiettata su uno sfondo “internazionale”. Dal lungomare che appare in apertura, ripreso nel fatidico 1895 nientemeno che dai fratelli Lumière, alle ripetute allusioni a Charlot, di cui il Felice Sciosciammocca di Scarpetta è forse uno dei possibili modelli. E non si tratta di nobilitare il soggetto, ma di ricordare che Napoli fu tra le capitali mondiali dello spettacolo e del cinema muto. In un altro paese questo sarebbe un fatto acquisito, noto a qualsiasi studente delle medie. Da noi è roba da specialisti.
Tre. Rievocare Scarpetta significa tornare alle radici di gran parte della storia del nostro teatro e del nostro cinema. Da Totò (“Miseria e nobiltà”, “Un turco napoletano”, “Il medico dei pazzi”, nascono da commedie di Scarpetta) ai De Filippo, appunto. L’ipotesi di Martone, leggibile in filigrana nel film, è che tutto Eduardo sia attraversato da questa ossessione della paternità. Ipotesi da verificare, ma “Qui rido io” ha il merito di porla con forza. Sappiamo quanto il nostro mondo dello spettacolo sia incapace o poco desideroso di raccontarsi se non nei modi della commedia e della parodia. O nelle forme stucchevoli di certe fiction tv “popolari”. Martone ci indica anche la strada per un tesoro tutto da esplorare.
Quattro. A interpretare questa figura “bigger than life” e la sua corte di donne, amanti, attori, attrici, figli, figliastri, collaboratori, amici, nemici (ci sono pure quelli), pensa un esercito di attori partenopei meravigliosi che non solo rendono memorabili i loro personaggi, ma creano un potente gioco di specchi fra l’epoca messa in scena, con tutti i suoi clan, le sue tribù, le sue gelosie, le sue complicità, e quella attuale (da Toni Servillo, uno Scarpetta assolutamente strepitoso, alle sue donne Maria Nazionale e Cristiana Dell’Anna, a Gianfelice Imparato, Iaia Forte, Antonia Truppo, Lino Musella, Roberto De Francesco, Nello Mascia, Gigio Morra…). Vecchia storia: se togliessimo di colpo la componente napoletana dal nostro cinema, il danno sarebbe enorme.
Cinque. Poiché come avrebbe detto più tardi proprio Eduardo “fare teatro significa vivere fino in fondo quello che gli altri nella vita recitano male”, ogni distanza tra il palcoscenico e la vita “vera” è abolita. La vita è quella che si porta in scena ogni sera. Più quanto resta negli intervalli, che serve solo ad alimentare lo spettacolo. “Qui rido io” lo ribadisce a ogni scena, con un fulgore figurativo (la fotografia è di Renato Berta, le scene di Giancarlo Muselli e Carlo Rescigno, i costumi di Ursula Patzak) che non esalta solo le molte scene madri, ma rende folgorante per intensità e verità ogni apparente digressione, ogni indugio descrittivo.
Sei. Come dice Benedetto Croce all’attonito Scarpetta, quando gli annuncia che lo difenderà dalle accuse di D’Annunzio in tribunale, “Ma come, voi che ridete di tutto non sapete ridere sul tempo che passa?”. Alla fine il cuore del film è questo. Centrato sulla figura unica di questo capocomico arrogante, padre-padrone, pronto a rubare la scena a figli e figliastri fino all’ultimo istante, anche a costo di umiliarli, “Qui rido io” ci ricorda che lo spettacolo è ancora l’arma migliore per combattere l’angoscia del tempo e della morte. Che poi lo faccia prendendo a prestito le forme e i codici del teatro per trasformarli in cinema, non fa che accrescerne la grandezza. Altro che “semplice biopic”, come abbiamo sentito dire in giro.
Sette. Speriamo solo che la giuria lo capisca. Per ora è stato venduto a una società molto prestigiosa per la distribuzione negli Usa. È questo è già un segnale importante.