A leggere i numeri messi nero su bianco sulle carte, tutto è perfettamente in ordine. L’Italia sembra aver imparato la lezione e dopo essersi fatta trovare impreparata con un sistema sanitario malconcio quando è esplosa la pandemia all’inizio del 2020, adesso ha alzato un grande muro difensivo per evitare che il sistema sanitario vada in tilt. Un muro fatto da quasi 10 mila posti letto di terapia intensiva, che possono reggere l’urto delle varie ondate del virus evitando di congelare tutti gli altri reparti e rinviare interventi chirurgici. Sulla carta però. A leggere invece le cronache di questi giorni qualcosa non torna. La Sicilia ha dichiarato oltre 800 posti di intensiva, ma appena arrivata a quota 100 ricoverati Covid-19 intubati ha aperto gli ospedali da campo all’ingresso dei pronto soccorso di Palermo. In Veneto è già stato avviato lo stop agli interventi non urgenti, stesso discorso in Calabria e in molte altre Regioni entrate in giallo subito dopo la prima impennata di ricoveri.
I numeri, quelli sulla carta, non tornano e a guardare bene servono solo a consentire alle Regioni di non andare in arancione o rosso superando la soglia del 30 per cento di occupazione delle intensive. Secondo le associazioni degli anestesisti le vere terapie intensive attive oggi sono circa 6.500, circa 1.500 in più rispetto al 2019, prima della pandemia quando erano comunque già insufficienti a gestire l’ordinario. Il resto è un bluff, nonostante dopo anni di tagli le Regioni abbiano avuto a disposizione 1,4 miliardi di euro per potenziare ospedali e quasi 200 milioni di euro solo per incrementare le rianimazioni assumendo infermieri e medici.
Ma tra ritardi burocratici, incapacità a fare le gare di appalto e soprattutto assenza cronica di anestesisti formati, poco è cambiato nelle corsie: con i camici bianchi chiamati a fare tripli e doppi turni e a saltare le ferie, perché senza assunzioni a sufficienza il sistema si regge quasi sempre sulle stesse persone di due anni fa. Intanto però si scopre adesso che sono stati contrattualizzati a vario titolo, in gran parte per le Usca e il tracciamento che è stato un fallimento, migliaia di medici per un totale di 46 mila persone che grazie a una norma saranno stabilizzate in ospedali e aziende sanitarie. Ma non andranno a lavorare nelle intensive e nei reparti ospedalieri di emergenza e pneumologia, i più colpiti e messi sotto stress dalla pandemia.
I RITARDI DELLE REGIONI
Sulle terapie intensive la verità è che si è preferito fare quello che molte associazioni di categoria definiscono ormai «il gioco delle tre carte», comunicando all’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, i numeri dei posti “attivabili”: un giochetto che ricomprende nei dati anche la riconversione all’emergenza Covid-19 di altri reparti che hanno terapie intensive, chiudendo la porta a tutte le altre specialità e sospendendo una miriade di interventi ospedalieri programmati.
Secondo l’Agenas, quattordici Regioni hanno già raggiunto l’obiettivo minimo di 14 posti di terapia intensiva ogni 100 mila abitanti, come chiesto dall’Unione europea anche per avere i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (oltre 2 miliardi per il sistema sanitario italiano). Un miracolo, visto che appena due anni fa solo Veneto, Emilia Romagna e Friuli ne avevano più di 10 per 100 mila abitanti. Un miracolo fatto di numeri, ma non di veri posti letto.
Non a caso, la prima Regione a finire in zona gialla in quest’ultima ondata della pandemia è stata proprio il Friuli Venezia Giulia. Qualche giorno fa, grazie a un accesso agli atti fatto dalle associazioni dei parenti delle vittime del Covid-19, è saltato fuori però che solo 5 nuovi posti letto nuovi di terapia intensiva sono stati attivati in due anni: i fondi ricevuti dalla Regione servivano ad aprirne ben 140. Dal report consegnato dalla direzione sanitaria ci sono nove gare ancora da avviare e appena tre in corso e si precisa che le date previste «di conclusione dei lavori sono comprese tra la fine del 2022 e il 2027». In Veneto il governatore Luca Zaia ha ammesso le difficoltà nell’aprire nuove terapie intensive vere, con ulteriore personale medico e in aggiunta a quelle esistenti: formalmente all’Agenas il Veneto ha dichiarato di avere pronti mille posti di intensiva, metà per Covid-19 e metà per tutte le altre specialità. Peccato però che nel frattempo in questi giorni, con una media di circa 230 ricoveri in intensiva per il virus, siano già saltati tutti gli interventi non urgenti con pazienti che erano già stati chiamati per il pre-ricovero a metà dicembre, a esempio per operazioni legate a problemi gravi alla schiena, e che invece sono rimasti in un limbo in attesa che si liberi una sala operatoria.
Scendendo già a sud, la Calabria è andata in crisi appena superata la soglia di cinquanta ricoveri in terapia intensiva. La Corte dei conti nella relazione di fine anno sul bilancio ha sottolineato che non sono stati utilizzati la gran parte dei fondi per l’emergenza Covid-19 e non sono state realizzate le 134 terapie intensive in più, che sarebbero servite ad evitare il caos del sistema ospedaliero in questa ennesima ondata della pandemia. Solo per fare un esempio: la Regione aveva comunicato all’Agenas di essere pronta ad avviare sei nuovi posti di terapia intensiva al Policlinico di Catanzaro, che a oggi esistono solo sulla carta. Manco a dirlo, mancano all’appello i sette anestesisti e i tredici infermieri necessari ad attivare questi posti in più.
La Sicilia dichiara di avere oltre 800 posti di terapia intensiva attivabili, ma quanti di questi posti sono nuovi e non frutto di riconversione di altri reparti? Prima della pandemia i posti in intensiva erano poco meno di 400, e di certo c’è che in base a un report che ha stilato l’assessorato, in un documento interno circolato negli uffici, dei 571 posti in più finanziati da Stato e Regione a oggi ne sono stati realizzati 97. Il resto delle gare è in corso e la conclusione dei lavori è prevista non prima dell’estate, quando la tabella di marcia prevedeva il fine lavori nell’ottobre scorso. Problemi burocratici, rimpalli di competenza tra Palermo e Roma, e non solo. Al Cervello di Palermo ci sono 22 posti letto pronti da inaugurare, ma c’è un problema nelle apparecchiature che collegano l’ossigeno e quindi tutto è rinviato. «E comunque abbiamo fatto miracoli, impegnando più risorse della Lombardia per affrontare l’emergenza Covid-19», tiene a precisare il dirigente generale Mario La Rocca.
La Lombardia fino alla scorsa estate aveva impegnato appena il 10 per cento delle risorse assegnatele per nuove intensive, stesso discorso per Piemonte, Basilicata e Molise. Il problema per il governo Draghi e soprattutto per il ministro Roberto Speranza è che dopo la riforma del Titolo Quinto della Costituzione lo Stato mette i soldi e le Regioni hanno autonomia nella spesa e negli appalti. Un meccanismo disastroso in emergenza pandemica: le Regioni sono lente e poi è il governo centrale a dover prendere le misure restrittive e impopolari.
MANCANO GLI ANESTESISTI
Lo scoglio che non si può aggirare con numeri sulla carta è comunque quello dei rianimatori. Se non si assumono davvero nuovi medici e, ancora prima, non si incrementa e di molto il numero di iscrizioni nelle scuole di specializzazione di rianimazione, è chiaro che non si possono aprire davvero nuovi reparti.
I numeri, quelli veri, li ha messi nero su bianco Alessandro Vergallo, presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri: «Nel nostro settore già prima della pandemia, nonostante le carenze, il saldo tra gli assunti e chi andava in pensione era negativo. Fino al 2019 si mettevano a bando 700 posti per rianimatore nelle scuole di specializzazione, adesso siamo arrivati a duemila nel 2021. Ma li vedremo forse tra cinque anni nei reparti. E saranno di meno: dei duemila posti messi a bando, sono stati occupati nelle scuole solo 1.800. E di questi ne perderemo almeno un dieci per cento tra chi cambierà specializzazione o andrà all’estero una volta formato». Quindi quante sono in realtà le vere assunzioni fatte in questi due anni e di conseguenza i veri posti in più di rianimazione? «Sapevamo che nonostante tutta la buona volontà nel nostro Paese non potevamo arrivare a più di 7 mila posti di intensiva. Realisticamente oggi tra posti concretamente tali, e posti creati non proprio alla perfezione, comunque stimiamo che non siamo oltre i 6.500, come certificato dalla Corte dei conti nei mesi scorsi. Inoltre quando l’Agenas conteggia il totale, arrivando a quasi diecimila, non considera un aspetto: quando abbiamo in una rianimazione pazienti Covid-19 dobbiamo separarli da altri malati, in locali differenti e con personale dedicato. Quindi la disponibilità reale, vera e concreta, diminuisce ancora».
Nel frattempo il sistema sanitario assumerà adesso a tempo indeterminato 46 mila addetti tra medici, infermieri e operatori sanitari che hanno avuto contratti di lavoro per l’emergenza Covid-19. Come annuncia la Fiaso, l’associazione che riunisce le aziende ospedaliere, presieduta da Giovanni Migliore: «Grazie al nostro pressing nella manovra di bilancio è passata una norma che consente l’assunzione di questi precari, si tratta di personale molto importante per il nostro sistema sanitario in pandemia e non solo».
Solo per fare qualche esempio, in Piemonte i precari sono sono 4.783 (346 medici, 1.525 infermieri e 2.912 altro personale), in Lombardia 8.955( 1.785 medici, 3.711 infermieri e 3.459 altro personale), nel Lazio sono 4.035 e in Sicilia oltre 7 mila. Tante assunzioni, ma sul fronte intensive i numeri restano bassi. E alla prossima ondata, sperando non ci sia, il rischio che il sistema sanitario vada nuovamente in tilt resta intatto.