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Inchieste
ottobre, 2022

Giorgia Meloni e Roberto Gualteri spingono la corsa di Roma verso l’Expo 2030 da 45 miliardi di euro

Da qui a un anno si decide la sede della manifestazione nel 2030. Ma le grandi manovre della diplomazia sono già iniziate per battere Riad, Busan e Odessa. In gioco c’è la rivalutazione di Tor Vergata con nuovi appalti per Caltagirone e Salini. E il modello è Milano 2015

La corsa per l’Expo 2030 è partita da un mese. L’Italia c’è di nuovo, sette anni dopo la chiusura di Milano 2015. Stavolta ci giochiamo la carta della capitale, e non è detto sia un vantaggio dopo che la candidatura ai Giochi olimpici del 2024 è sprofondata in un caos di divergenze politiche interne quando era sindaca di Roma Virginia Raggi, contraria alle olimpiadi come il suo successore Roberto Gualtieri che, pochi giorni fa, ha detto no alla corsa per l’edizione 2036.

 

Per ora il fronte sembra compatto. Gualtieri ha chiesto il sostegno della vincitrice delle elezioni Giorgia Meloni dopo avere ottenuto l’investitura del greco Dimitri Kerkentzes, numero uno della Bie (bureau international des expositions), a Parigi lo scorso 7 settembre. A giugno del 2021 Mario Draghi aveva dato il suo nulla osta al compattissimo schieramento dei quattro candidati al Campidoglio: oltre Gualtieri del Pd, risultato vincitore, l’uscente Raggi per il M5S, Carlo Calenda di Azione e Enrico Michetti per il centrodestra. L’appello di Gualtieri non dovrebbe rimanere inascoltato dal prossimo esecutivo. Non si vede motivo perché proprio Meloni, nata e cresciuta alla Garbatella, dovrebbe opporsi a Roma 2030.

 

Sul piano della concorrenza la delegazione italiana guidata dall’ambasciatore Giampiero Massolo deve battere altre tre proposte. Quella di Busan in Corea del Sud sembra la più debole perché sarebbe la terza città asiatica in fila dopo Dubai 2020 e Osaka 2025. Quella di Odessa è suggestiva perché sarebbe un contributo alla ricostruzione. Purtroppo è improbabile, a meno che il conflitto russo-ucraino non si concluda da qui al momento dell’assegnazione dell’expo, fissata nel mese di novembre del 2023. Al momento il rischio maggiore si chiama Riad. Per la capitale del regno saudita dovrebbe valere la stessa pregiudiziale asiatica applicata a Busan ma il principe Mohammed bin Salman detto Mbs vanta l’appoggio di Emmanuel Macron, non proprio un ammiratore della leader di Fdi, a dispetto del caso Khashoggi, della guerra in Yemen e della faida dinastica senza esclusione di colpi in corso in Arabia Saudita.

 

La squadra messa in campo dall’Italia per superare le tre concorrenti ha la sua punta di diamante in Massolo, che ha declinato l’invito dell’Espresso a commentare.

 

Ambasciatore e figlio d’arte, Massolo ha 68 anni. I primi ventuno anni li ha trascorsi a Varsavia, oltre la cortina di ferro. Nel 1994 è stato il capo della segreteria politica del neopremier Silvio Berlusconi. Con perfetto equilibrio diplomatico nel 2007 è diventato segretario generale agli affari esteri del presidente del consiglio Romano Prodi. Cinque anni dopo ha sostituito Gianni De Gennaro alla guida del Dis (dipartimento informazione per la sicurezza) e nel 2017 è diventato presidente dell’Ispi (istituto studi di polita internazionale) e di Fincantieri. È membro delle sezioni italiane della Trilaterale e dell’Aspen institute. Il suo nome è stato nella lista dei papabili alla guida di palazzo Chigi all’indomani della vittoria grillina alle politiche del 2018 ed è stato citato fra i possibili successori di Sergio Mattarella al Quirinale prima che il presidente si convincesse a fare il bis.

 

Con Massolo c’è il direttore della Menarini, Massimo Scaccabarozzi, ex numero uno di Farmindustria che presiede la Fondazione Expo 2030. Il coordinatore della campagna per la candidatura romana è Sebastiano Cardi, che è stato nella rappresentanza permanente dell’Italia all’Onu e, da maggio 2021, capo di gabinetto alla Farnesina con Luigi Di Maio ministro. Gaetano Castellini Curiel, consulente culturale ed ex del comitato per Milano 2015 con Letizia Brichetto Moratti sindaco, guida la task force per Roma 2030. La comunicazione è affidata a Livio Vanghetti, con un passato in Adn Kronos e Philip Morris e un presente da vicepresident for global partnership and cooperation del think-tank Concordia, di base a New York.

 

Come ambasciatore speciale e fiore all’occhiello della candidatura è stato mobilitato Muhammed Yunus, economista bengalese profeta del microcredito e vincitore del Nobel per la pace nel 2006.

 

Si spera che basti a ottenere la nomina da qui a poco più di un anno. Per una Roma che sembra capace soltanto di organizzare giubilei pontifici, e quello del 2025 sarà il terzo del millennio, l’esposizione del 2030 potrebbe essere davvero l’ultima spiaggia per recuperare almeno in parte il divario infrastrutturale e amministrativo nei confronti delle altre metropoli. Come sempre per le grandi manifestazioni internazionali, sportive o commerciali, si prospettano benefici irrinunciabili. Nei sei mesi sono previsti 30 milioni di visitatori ai padiglioni, 8 milioni in più rispetto a Milano 2015. L’università Luiss ha calcolato che a fronte di 2 miliardi di denaro pubblico investito ci sarebbero 45 miliardi di euro di ritorno economico nel quinquennio successivo all’evento. Di questa cifra, oltre 24 miliardi sarebbero fatturati dalle attività di ristorazione e oltre 11 miliardi finirebbero a incrementare il patrimonio immobiliare. Va detto che la cifra da investire sembra stimata con il beneficio dell’ottimismo. I parametri delle expo più recenti dicono che a Milano sono stati spesi 2,4 miliardi di euro in un periodo che non doveva fare i conti con inflazione, crisi pandemica ed energetica, materie prime in eccesso di rialzo e una probabile stagflazione. L’esposizione di Dubai è costata 7 miliardi di dollari, nonostante i costi bassissimi della manodopera e in Giappone, dove si è voluta realizzare un’isola artificiale per accogliere i padiglioni, i budget sono fuori controllo più di quelli delle Olimpiadi disputate nel 2021 dopo il rinvio per il Covid.

 

Ma per i conti veri ci sarà tempo. L’attrattiva principale resta quella dello sviluppo immobiliare. Roma 2030, al di là degli aspetti ideologici su sostenibilità e dintorni, è vista come un’opportunità di creare valore molto diversa da Dubai 2020, visto che l’esposizione emiratina è stata quasi del tutto rasa al suolo, e abbastanza differente anche da Milano 2015 dove la riconversione dell’area di Rho nel progetto Mind (Milan innovation district), realizzato da Lendlease, è stata avviata in modo farraginoso e da poco come sa Carlo Ratti, l’architetto che ha lavorato per l’avventura del 2015 e ora lavora per il progetto 2030. «Abbiamo seguito un approccio radicale», dicono Ratti e il socio Italo Rota. «No brick will go to waste. Tutti gli edifici e le strutture dovranno essere realizzati avendo già definito il loro uso dopo la fine di Expo: dal riciclo dei materiali per nuove costruzioni in altre parti di Roma, fino alla conversione dei padiglioni per servizi e attività di quartiere».

 

I padiglioni tematici hanno nomi più consoni a un’esposizione di arte contemporanea che a un’iniziativa essenzialmente commerciale. Ai fori imperiali sorgerà il Teaser, la base di partenza per le visite con un percorso verde fino a Tor Vergata dove i visitatori troveranno il padiglione Ecosistema 0.0, il Pale Blue Dot dedicato alla sostenibilità, il Roomscape con cento sale a tema sulla storia dell’umanità e, alle Vele di Calatrava, il polo All Together/Alt Together. Altre idee sono in fase di elaborazione. Fra queste, si distingue la ricostruzione del colosso dal quale l’anfiteatro Flavio ha preso il nome un po’ meno di duemila anni fa. L’idea è dell’architetto salentino Antonio Romano, fondatore di Inarea, e di Luca Josi, consigliere della Fondazione Tim.

 

A chiusura dell’evento, il quartiere dei padiglioni dovrebbe essere trasformato in un centro ricerca sulle nanotecnologie e la mobilità leggera. Per la scelta dell’area espositiva la sindaca Raggi aveva indicato il quadrante Pietralata-Tiburtina, più centrale e meglio collegato. Poi Pietralata è diventata la culla del sempre nuovo stadio dell’As Roma. Tor Vergata, sede di uno dei tre atenei pubblici romani, è una delle ferite urbanistiche della capitale. Il suo simbolo sono le Vele dell’archistar Santiago Calatrava, l’incompiuta progettata dalla giunta di Walter Veltroni come elemento della Città dello sport, affidata alla Vianini lavori di Francesco Gaetano Caltagirone. Sarebbe Vianini, che guida il consorzio Metro C, con WeBuild, a realizzare il cosiddetto sfioccamento ossia lo snodo ferroviario di 3,5 chilometri che andrebbe a collegare la fermata di Torre Angela con Tor Vergata. L’approssimazione delle stime di spesa, fra 400 e 800 milioni di euro, già indica un’incertezza notevole. È invece certa la bocciatura del progetto alternativo, un collegamento con la linea Metro A da Anagnina, valutato oltre 1 miliardo di euro.

 

Ovviamente, le infrastrutture si faranno a condizione di vincere la corsa fra un anno. Lo ha spiegato l’assessore ai trasporti della giunta Gualtieri, Eugenio Patanè: la zona è quasi deserta. Senza expo resterà così.

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