È l’Americano di Varese. Il leghista più amato dai poteri forti. Il mediatore sempre a galla capace di sopravvivere a tutti i cambi di stagione politica. E infatti un motivo ci sarà se Giancarlo Giorgetti, 56 anni a dicembre, in Parlamento ininterrottamente dal 1996, nei giorni scorsi non è mai uscito dalla lista dei possibili ministri del governo di Giorgia Meloni. La nomina all’Economia, che gli consegna un dicastero di grande peso politico, nei palazzi del potere romano non viene però letta come un successo leghista. In parte perché i rapporti del lumbard varesino con Matteo Salvini sono da sempre tutt’altro che idilliaci. E in parte perché la stima incondizionata che Mario Draghi nutre nei suoi confronti fa di Giorgetti una sorta di tecnico ad honorem, un uomo di garanzia nei confronti della burocrazia romana, dal Tesoro alla Banca d’Italia, e anche di Bruxelles.
Di certo adesso la Lega, che può contare anche su Salvini alle Infrastrutture, si è vista assegnare i due dicasteri di maggior peso per quanto riguarda la spesa pubblica. Due postazioni chiave, tra l’altro, per gestire il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza che grazie ai soldi europei sarà decisivo per evitare che la recessione prossima ventura faccia troppi danni.
La sfida decisiva si giocherà sui conti pubblici, con un debito che va tenuto sotto stretto controllo in una fase in cui il governo non potrà permettersi di chiudere il rubinetto degli aiuti alle famiglie e alle imprese messe alla corda dall’inflazione e dai costi dell’energia.
Nonostante il suo inglese non proprio fluente, negli anni Giorgetti è stato capace di accreditarsi anche sull’altra sponda dell’Atlantico, grazie ai tour americani e ai rapporti intrecciati prima come componente della commissione parlamentare italiana alla Nato e poi da presidente del gruppo di collaborazione tra la Camera e il Congresso Usa. I critici lo descrivono come un don Abbondio incapace di dare la spallata finale per prendersi la Lega, ma la sua specialità è un’altra.
L’ex sindaco di Cazzago Brabbia, paesino sulla sponda sud del lago di Varese, da sempre gira alla larga dai ring ed eccelle nella maratona. In 30 anni e più di militanza leghista Giorgetti ha condiviso ogni svolta, ogni linea imposta dal vertice: dal federalismo di Umberto Bossi, a cui lo lega un rapporto quasi filiale, fino al sovranismo populista di Salvini, passando dall’interregno di Roberto “Bobo” Maroni, che lo ha sempre considerato un pericoloso avversario interno. Giorgetti, sempre un passo indietro rispetto al leader di turno, non è mai finito nel cono d’ombra del potere.
Voce bassa e modi felpati, è stato descritto come il Gianni Letta della Lega e come lo storico consigliere di Silvio Berlusconi, più volte sottosegretario alla presidenza del Consiglio nei governi del Cavaliere, anche Giorgetti nel 2018 era arrivato al governo come sottosegretario di Palazzo Chigi nel governo gialloverde tra Lega e Cinque Stelle.
Fuori dai giochi nel Conte 2, il leghista varesino l’anno scorso era stato chiamato da Draghi al Ministero dello Sviluppo Economico, crocevia degli aiuti post pandemia per le imprese e postazione decisiva per la gestione delle grandi crisi industriali, dall’Ilva all’Alitalia. Adesso il maratoneta sale all’Economia. Sempre lontano dal ring, con la casacca da tecnico e la benedizione di Draghi.