Rosi aveva questa abitudine, oggi inimmaginabile ma nemmeno così comune negli artisti della sua generazione: se un film lo colpiva scriveva o telefonava al suo regista, magari debuttante, magari al secondo o terzo film. Telefonate di amichevole approvazione, di incoraggiamento per il futuro. Capitò anche che qualcuno, pensando a uno scherzo, rispondesse male o buttasse giù il telefono. Ho goduto anch’io del privilegio di quelle telefonate e, afferratolo al volo, non me lo sono mai lasciato scappare. Nacque in seguito la consuetudine di frequentarsi, andare al cinema assieme o fare lunghe passeggiate, perfino di intervistarlo a fondo sulla vita e i suoi film. A sua volta, Franco – il nome che meglio interpreta la sua incapacità di annacquare o edulcorare un’opinione – faceva lui le domande e guai a rispondergli in modo reticente su un regista, su un film, sul fatto del giorno, perché non tollerava i sottintesi o le prudenze della diplomazia.
I giudizi, anche sferzanti, non erano mai demolitori ma intesi semmai a correggere, a cercare la soluzione. Comunque non l’ho mai sentito dir male di qualcuno o lasciar galleggiare un pettegolezzo. Molto semplicemente ignorava ciò che lo poteva infastidire e non si lasciava incantare da andazzi e mode, soprattutto se era in ballo la politica, argomento che l’ha appassionato fino all’ultimo. Ci separavano quasi trent’anni. Nel cinema toccherebbe moltiplicarli per due o per tre perché i cambiamenti intervenuti nel frattempo – nella tecnologia, nei modi di produzione, nel pubblico ormai dirottato verso la televisione – hanno mutato il quadro come dopo una rivoluzione. Se la generazione di Rosi, Fellini, Antonioni, Lattuada, Monicelli, Risi, Comencini ha potuto succedere in continuità con quella di De Sica, Rossellini, Visconti (che a loro volta avevano rilevato il testimone da Blasetti, Camerini, Alessandrini, etc.) e legittimare i nuovi eredi della cuvée Sessanta come Pasolini, Olmi, Zurlini, Bellocchio, Bertolucci, Petri, etc., lo si deve a un comune denominatore: la fortissima affluenza nelle sale. È stato quel pubblico – sia pur differenziato dalla localizzazione geografica, dal contesto urbano o agricolo, dalla maggiore capacità di spesa grazie alla ricostruzione e al boom economico – a fare spazio anche al cinema “d’autore”, anzi a richiederlo non contentandosi del solo intrattenimento. Per la mia generazione è stato tutto diverso avendo dovuto fare i conti con la perdita di centralità che il cinema ha subito – forse non disinteressatamente – nell’establishment culturale. Da ragazzo guardavo alla generazione dei Maestri con venerazione, ma mi sembravano tutti irraggiungibili. Invidiavo che questi Padri avessero potuto contribuire all’età dell’oro del cinema italiano, ma non avrei mai osato avvicinarmi. Erano più vicini i Fratelli maggiori, quei ragazzacci Bertolucci, Bellocchio, Argento, Amelio, etc., impermeabili al retaggio neorealista, contaminati semmai dalle nouvelles vagues mondiali. Se mai ci fosse stato un testimone da agguantare avrei cercato il loro.
L’eccezione per me fu proprio Franco Rosi, che apparteneva sì alla generazione dei Padri (era nato giusto dieci anni dopo il mio) ma mai faceva valere l’autorità che proveniva dai suoi film e dall’unicità della sua figura. Per me poi, orfano a otto anni, non c’è mai stata la necessità di uccidere il Padre, cercando semmai di trovarne tanti nel cinema assorbendone la lezione come una spugna ricettiva. Sarebbe stato facile cadere in soggezione, ma era proprio Rosi a evitarlo; nulla lo seccava più della devozione o del fanatismo.
Si appassionava invece ai contrasti, alla diversità di opinioni e punti di vista; dovessi trovare un movente nei suoi film lo cercherei nella curiosità e nella diffidenza verso le versioni ufficiali. Il cineasta “civile” nasce proprio da questo spirito investigatore, dal bisogno di smontare ogni forma retorica che soffochi la verità per arrivare alla secchezza dei fatti, alla brutalità della notizia. Uomo di grande eleganza – vestiva come un borghese, un borghese però di scuola napoletana, non lombardo/abruzzese come i Caraceni che vestivano l’Avvocato e le sue imitazioni – detestava i toni profetici e oracolari, né ambiva a essere un tribuno. Per questo non l’ho mai visto cavalcare il sessantottismo dei suoi coetanei, preoccupati di restare indietro. Quella sua posizione - che nessuno gli aveva regalato e per la quale aveva dovuto combattere – lo avvicinava agli Illuministi piuttosto che a Masaniello, all’aristocrazia colta napoletana decapitata da sanfedisti e Restaurazione anziché al tumulto di plebi accecate o vendicative. Convinto riformista – e per questo svillaneggiato dal radicalismo “rivoluzionario” – fu convinto socialista anche quando, nel furore di Tangentopoli, rischiava ulteriori villanie nell’illusione di salvarne gli ideali. La fine del partito e degli uomini in cui aveva creduto fu motivo di sofferenza ma non di sconforto. Perché Rosi sapeva bene quanto fosse impeccabile la sua testimonianza di intellettuale e la coerenza di tutta la traiettoria del suo lavoro. Tale il prestigio che nemmeno la più giustizialista delle cagnare avrebbe mai potuto scalfirla.
Franco non abbandonò mai l’idea di fare film, ogni giorno si metteva alla scrivania a levigare antichi e nuovi progetti. Un gruppo di “allievi”, se così possiamo chiamarci, come Giuseppe Tornatore, Roberto Andò, Mario Martone, Marco Pontecorvo e tanti altri, continuò a frequentarlo con assiduità, sorta di appuntamento senza convocazione dov’era prezioso e stimolante ritrovarsi. Mai potrò dimenticare quelle riunioni estemporanee dove Franco era prodigo di consigli e anche di insofferenze, soprattutto constatando il deteriorarsi del Paese e delle sue istituzioni, del patto costituente che aveva reso possibile, nella grande stagione del cinema italiano, anche i suoi film capaci di raccontare dell’Italia veleni e illusioni. Uno dei risultati fu il bel libro di Giuseppe Tornatore “Io lo chiamo cinematografo”, la cui meticolosa gestazione ebbe tra l’altro il merito di strapparlo al dolore che patì dopo la morte di Giancarla, il baricentro della sua vita, l’amoroso conflittuale punto di equilibrio. Altro argine alla malinconia fu la volitività e il cuore di Carolina, la figlia che ne raccolse l’ingiunzione araldica: «Andiamo avanti!».
Aggiungo solo che questo amico esigente e insostituibile mi manca molto. Posso solo tener care le sue parole, che scandiva come dovessimo scolpirle nella pietra, e ricordarmene nelle contrarietà. Soprattutto cercare di seguirne l’esempio nella professione, nella vita, negli affetti.