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Cultura
dicembre, 2022

Tra basket, musica e moda la vita felice del Maestro Cheikh

Un libro di Emanuela Nava racconta la storia di un senegalese poliedrico e invincibile. E della lunga avventura che lo ha portato da una scuola per disabili di Dakar a una sartoria di Milano. Dalla newsletter de L’Espresso sulla galassia culturale arabo-islamica

Chi conosce “L’albero azzurro”, la trasmissione della Rai che accompagna i bambini italiani dal 1990, o i libri della sua sceneggiatrice Emanuela Nava – favole, leggende e storie di dialogo tra civiltà e culture – riconoscerà subito Cheikh: sarto, musicista e campione di basket, pozzo di saggezza e “Maestro di felicità”, sembra il protagonista di una storia lontana nel tempo e nello spazio. Invece Cheikh Diattara vive oggi e qui: in Italia, a Milano, dove insieme a Valeria Zanoni gestisce una sartoria nel quartiere Isola. La sua storia è al centro di “E ora vi racconto Cheikh, Maestro di Felicità”, uscito per le edizioni Beisler nella collana Trasversale: libri per adulti adatti anche ai bambini, o viceversa. Dopo varie presentazioni a Milano, il libro e i suoi protagonisti arrivano a Roma alla Nuvola di Fuksas per Più libri più liberi (sabato 10 dicembre), e venerdì 9 nel negozio Rivaviva di via Nemorense, con cui Diattara collabora.

 

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Le pagine sono scandite dalle illustrazioni di Anna Sutor, colorate e lineari come dei collage. «Ma la prima che aveva fatto, e che doveva essere la copertina, non c’è», racconta Emanuela Nava. «C’era il duomo di Milano e Cheikh in carrozzina: bellissima, ma abbiamo deciso che non volevamo mettere subito, in apertura di libro, la disabilità». Cheikh ha perso l’uso delle gambe da bambino, in Senegal, per la poliomielite. Ma la famiglia non lo ha mai trattato come una persona che avesse “perso” qualcosa: «“Puoi essere tutto quello che vuoi”, gli diceva sempre sua nonna», continua l’autrice. «E giocando con il suo nome, che significa “maestro”, aggiungeva: “Insegna a te stesso a essere felice e sarai un maestro di felicità”».
Prima di diventare maestro, Cheikh apprende. Lascia il villaggio di Djendier e va a Dakar, dove impara a cucire, a giocare a basket e a suonare il djembé. È la tournée di un gruppo di musicisti e ballerini a portarlo in Italia: un'avventura che inizia come una festa e finisce come un incubo, senza soldi e senza documenti. Arriva così a Milano, dove la rete di accoglienza (Comune, Caritas e volontari) lo aiuta a far valere i suoi talenti (con la sua carrozzina non sa solo giocare a basket ma riesce anche a ballare…) e a integrarsi.


Le sue lezioni ora Cheikh le tiene nel laboratorio, che è un incrocio di stili e culture. «Cheikh aveva frequentato una scuola di cucito per disabili al Centro Guédiawaye di Dakar», continua Nava. «Così quando ha incontrato Valeria, e le ha chiesto di aiutarlo a trovare un lavoro, le ha detto che era un sarto. Lei però gli ha risposto che cucire come si fa a Dakar, “a occhio”, a Milano non bastava. Doveva imparare a usare metro e cartamodelli. E lui si è rimesso a studiare». Sono nati così i vestiti del laboratorio Kechic, gioco di parole tra il nome del sarto e lo “chic” francese: il rigore del design della moda milanese si sposa con i tessuti africani wax, pieni di storie e di colori. E con i ricordi dei vestiti delle donne della famiglia di Cheikh.

Questa storia piena di entusiasmo ha contagiato Emanuela Nava, che ha accettato di diventarne il cantastorie: «Mi ha travolto prima Valeria con la sua chiacchiera, poi la vita di Cheikh. Lui mi ricorda un colibrì, questo uccello minuscolo, bellissimo e incomprensibile: gli ornitologi non capiscono come possa, con questo suo cuoricino che va a mille, percorrere tutta la strada che fa, dall’Amazzonia al Canada… Oltretutto, con il becco lungo e stretto che ha, può nutrirsi solo di polline: quindi deve trovare fiori lungo tutto il suo cammino. Come Cheikh, il colibrì deve avere una grande fiducia nella vita: è questo il segreto per trovare sempre fiori».

È stato l’amore per l’Africa a portare Valeria, che nel libro Cheikh definisce «un’africana bianca», da Emanuela Nava. «Mi ha contattato attraverso la Salani, che pubblica i miei libri nella collana degli Istrici: loro sanno che conosco bene l’Africa. E in effetti questa storia mi ha permesso di tornarci idealmente».

A legare Nava e la storia di Cheikh è stata anche la musica: «Per due anni ho lavorato con dei musicisti africani e due griot del Burkina Faso», racconta. «Loro suonavano e io facevo un reading. Era la storia di un funerale africano, con musica che durava sette giorni e sette notti. Avevamo fatto anche un libro, ma non si trova più: lo hanno mandato al macero come se fosse stato uno yogurt che aveva superato la data di scadenza…». Anche in questo caso, trovare un editore non è stato facile: «E penso che chi ci ha detto no ora si mangi le mani. Ma credo che abbiano pensato che fosse una storia di tristezza, disabilità e “disgrazie dell’immigrazione”. Invece l’accento è sulla forza, sulla rivincita, sull’entusiasmo: è così nel libro, perché è davvero così nella vita di Cheikh».

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