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Cultura
febbraio, 2022

Christian, miracoli e solitudini alla carbonara

Tra sinti, serpenti, violenza e ironia, un gran bel racconto seriale sul confine irrisorio tra bene e male

Inferno, Paradiso, carbonara, gricia: spesso basta un nulla per cambiare le carte in tavola, un elemento, un dettaglio. A volte un uovo, altre un miracolo. Perché la vita, da qualunque punto di vista la si prenda, non è semplice, ma fluida. È la sottile linea sacra che si àncora a quella terrena e che cuce con efficacia la mirabile serie “Christian” (Sky Original). Sei episodi capaci di portare a casa due risultati, incredibili ma veri: una solidissima scrittura, roba rara di questi tempi italici, e un cast che funziona, persino nei dettagli.

La trama a dirla in due parole sembra una follia: in una borgata dell’estrema Roma, tenuta in scacco dal boss di quartiere, a uno degli improbabili picchiatori di periferia vengono le stimmate. E comincia a guarire vicini e parenti con stupefatta agilità: «Sono tipo Padre coso, quello con la barba». Eppure, eppure, succede che il tutto diventa credibile a ogni fotogramma, intriso con generosità di sarcasmo irresistibile e struggente malinconia. Al punto che, come in mastello del bucato, si immergono panni sporchi nell’acqua torbida per stenderli alla luce, sino a ora sconosciuta di quella cosetta chiamata speranza.

E mentre si mescolano due lacrime sanguinanti di Ammaniti ai lividi tormenti del Garrone di “Dogman”, prende forma un racconto surreale che nel suo paradosso endemico si trasforma nel più reale dei reportage delle vite al limite. La tossica, la trans, i Romei e le Giuliette, il medico della malavita, il sinti e il coatto, il serpente e l’agnello, il graffito di Corviale, il Vaticano e l’angelo, il Cristo e il suo contrario si uniscono, a suon di risate e dolore in un affresco inquietante che si impegna con forza a non cercare una morale. Perché, sembra dire col suo corpo fuori scala un Edoardo Pesce protagonista ineccepibile, il bene è al confine, e soprattutto il male non è il suo opposto.

Così come la convivenza, astrusa, tra uomini e donne affetti dall’incurabile male della solitudine, che si feriscono e si abbracciano per poi ferirsi, profondamente, una volta ancora perché così è la vita, anche quando si spegne sul più bello. E via via che si procede a tentoni, tra ossa rotte, sangue che sgorga a fiotti dalle ferite e dalle vene, mentre l’ironia sbuca e prende il suo posto in prima fila, una battuta dopo l’altra, crimine dopo crimine, miracolo dopo miracolo, i vincitori diventano vinti e a quel che resta dell’eroe si perdona quasi tutto. Sempre che non metta la panna nella carbonara.  

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