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Cultura
maggio, 2022

Manuel Agnelli, la voce di Tutankhamon: «Da bambino volevo fare l’archeologo»

Il fondatore degli Afterhours narra la figura del faraone nel docu-film nelle sale 9, 10 e 11 maggio. «Mi sono nutrito dell’Egitto, una passione che mi accompagna da sempre». Sulla partecipazione a X Factor 2022 dice: «Non c’è ancora nulla di deciso». E sui i Måneskin: «Stanno cambiando la musica nel mondo»

Un viaggio in Egitto, sorprendente e affascinante, nella Valle dei re e nella Valle delle regine. Venticinque anni fa Manuel Agnelli visita la tomba di Tutankhamon, rimane folgorato dall’energia e dalla bellezza dei luoghi, avvolti in un’aura misteriosa. E resta colpito dalla figura del faraone, dimenticato per secoli e poi riscoperto, fino a diventare il simbolo dell’antico Egitto. Era già appassionato della grandiosa civiltà il fondatore degli Afterhours e giudice di lungo corso di X Factor, ma quel viaggio rappresenta una svolta, una rivelazione. Non poteva essere più azzeccata, dunque, la scelta di affidare al musicista la voce narrante del docu-film “Tutankhamon. L’ultima mostra” (al cinema solo il 9, 10, 11 maggio), diretto da Ernesto Pagano e prodotto da Laboratoriorosso e Nexo Digital, per celebrare il centenario della scoperta della tomba del faraone ad opera dell’archeologo britannico Howard Carter. La pellicola si concentra sullo spostamento di 150 oggetti del tesoro di Tutankhamon per la più grande mostra internazionale a lui mai dedicata, che il fotografo Sandro Vannini ha seguito in esclusiva mondiale: l’ultima esposizione perché, per volere del governo egiziano, d’ora in poi questo patrimonio immenso potrà essere visitato solo nella sua sede al Cairo.

 

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Cosa ricorda di quel viaggio in Egitto?
«Ho visitato la tomba di Tutankhamon in maniera abbastanza approfondita perché avevamo due buone guide, e soprattutto non c'erano tanti turisti. Ho guardato con attenzione i dettagli, i particolari. La parte più misteriosa, più antica dell’Egitto per me resta insondabile. La cosa che mi colpì di più è l’energia di quei luoghi, una cosa che in genere non raccontiamo quando torniamo da un viaggio. Non è strano che dei posti del genere diano origine a città o a civiltà millenarie: anche Roma è un po’ così, anche se in seguito si è occidentalizzata così tanto. A me l'Egitto ha fatto lo stesso effetto: ho girato la Valle dei re e la Valle delle regine a cavallo di due muli, volevo spostarmi in maniera antica, arcaica per provare le stesse emozioni che avevano provato alcuni archeologi. Ho seguito il corso del Nilo, da nord a sud, dal Nordafrica all’Africa nera. Dal ciclo del sole al clima, le cose rallentano moltissimo andando verso Sud. Ho visitato molti luoghi dei quali avevo letto e sentito un’energia soverchiante: quando ho imparato a non averne paura me ne sono nutrito».

Perché ha accettato di essere la voce narrante del docu-film?
«Innanzitutto mi interessava l’argomento. Da sempre sono appassionato di storia antica, da bambino volevo fare l’archeologo. Mi è rimasta la passione per l’Egitto ma anche per la civiltà Maya, perché ancora oggi resta una parte di mistero insoluto, che non riusciamo a spiegare. Il mistero mi sembra affascinante soprattutto oggi, che postiamo sui social foto di tutto quello che mangiamo, di quando ci laviamo i denti, di ciò che facciamo tra un niente e un niente. Quanto al docu-film ho la fortuna, negli ultimi tempi, di fare cose molto diverse da quelle che faccio di solito, mi ci butto senza vergogna perché sono una persona curiosa, ma anche perché sono convinto che avere questo tipo di libertà sia un privilegio e quindi devo esserne all'altezza. In realtà, poi, sono abituato a usare la voce, anche se per il film è diverso, sia per il timbro sia per l'impostazione. Però c’è anche un aspetto in comune con il mio lavoro: si tratta di raccontare emozioni. È una grande occasione di crescita».

È il mistero che avvolge anche la vita del faraone Tutankhamon, semisconosciuto per secoli, fino alla scoperta di cento anni fa.
«In qualche modo ricorda una rockstar. Misterioso, morto giovanissimo, glorificato dopo la morte come molte rockstar. Dopo essere stato dimenticato è diventato molto più importante di altri faraoni che in vita erano molto più influenti di lui, come Amenofi IV e Seti I».

Se Tutankhamon fosse una rockstar, a chi somiglierebbe?
«Mi viene in mente Prince. Anche lui aveva un concetto di sé faraonico, parlava di sé in terza persona. E i suoi simboli grafici ricordano molto da vicino alcune cose del dell'arte egizia. Non solo, attraverso la sua opera ha influenzato non solo la fantasia delle persone, ma anche l’arte e il design dell’epoca. Si sentiva al di sopra degli altri, pensava di essere stato toccato da un dono divino e in qualche modo doveva comunicarlo. Forse è lui, nel mondo del rock, la figura più vicina a quella di un faraone».

Dopo Caravaggio, in un docu-film di qualche anno fa, ora tocca a Tutankhamon. Quale personaggio le piacerebbe narrare con la sua voce in futuro?
«Alessandro Magno non mi dispiacerebbe per niente. Anche quel periodo storico è stato importantissimo, ha influenzato profondamente altre civiltà. Mi affascina anche la figura di Gengis Khan».

Re e condottieri che hanno segnato la Storia attraverso le guerre.
«Nel passato i passaggi tra un’epoca e l’altra non avvenivano in maniera soft, anzi. Avvenivano in maniera decisa, se non violenta. Era la normalità».

La guerra, purtroppo, è anche il segno dei nostri tempi. C’è qualcosa che l’arte o la musica possono fare per avvicinare i popoli?
«Non sarei così ottimista. Non è la musica che fa nascere le rivoluzioni, semmai le può rappresentare, raccontare, al limite le può alimentare. Anche se, in verità, la musica continua a diffondere il cambiamento. È un megafono, stimola il nostro punto di vista interiore, non solo la narrazione dei fatti».

Viene in mente il Vietnam, a quei tempi nel vento soffiava una musica di lotta e di protesta.
«È vero, con il Vietnam è successo. Non è stata la musica a far finire la guerra, ma ha contribuito a unire le persone in maniera forte e decisa, a protestare per la pace. Questo ruolo è ancora possibile oggi, anche se molto difficile».

Qualche giorno fa ha duettato con i Måneskin all’Arena di Verona, durante il loro concerto, sulle note di “Amandoti” dei CCCP. Cosa pensa della band e del suo successo?
«Si affollano dentro di me molte emozioni. Anzitutto spero che tutto questo serva a qualcosa, che i Måneskin possano rappresentare un cambiamento all’interno della musica italiana».

Vale a dire?
«L’industria musicale italiana è nata per importare. Adesso, invece, un ragazzino che suona in Italia può sperare di suonare a New York. È questo il grande cambiamento che i Måneskin rappresentano, finalmente un gruppo italiano interessa tantissimo all’estero. Stanno facendo numeri letteralmente pazzeschi, da primi progetti al mondo. Questo è un cambiamento epocale, spero che il tipo di messaggio che può veicolare sia duraturo. I Måneskin sono molto strutturati, hanno i piedi per terra, sono nati per fare questo mestiere. Stanno vivendo qualcosa che difficilmente è spiegabile, razionalizzabile. Hanno il coraggio di vivere il successo senza farsi troppe domande. Credo che sia un momento di svolta per tutta la musica italiana, sono ragazzi che stanno cambiando la musica nel mondo, dimostrano che suonare gli strumenti è figo. Dobbiamo esserne molto orgogliosi».

La band romana è esplosa cinque anni fa con X Factor, lei era seduto al banco dei giudici e ha seguito passo passo la sua evoluzione. In queste settimane si moltiplicano le indiscrezioni sulla composizione della giuria della prossima edizione del talent show di Sky. Ne farà parte?
«Non c’è nulla di definito ancora. Per me è importante fare musica in maniera diversa da quella delle classifiche, dei numeri a tutti i costi, non battere per forza sentieri già battuti. Tutte le occasioni sono buone: nessuno lo ha fatto con me, anche se alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli Ottanta c’era molta più comunicazione tra le generazioni. Noi abbiamo imparato a fare la nostra musica da soli, a non dipendere da nessuno, c’erano persone che aprivano locali per ospitare concerti che altrimenti nessuno avrebbe ospitato. Oggi vedo poco questo approccio, i ragazzi si aspettano che ci siano strutture che diano loro lo spazio che si meritano, invece di crearselo da soli. Le nuove generazioni aspettano sempre qualcosa che naturalmente non arriva mai».

 

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