Ada tiene spesso il viso nascosto e non solo quello. Ada ha un fratello più grande già scappato di casa e uno più piccolo che quando non è in giro a fare il pazzo in motocicletta vuole sempre dormire con lei (un’insistenza che sfiora l’incesto). Ada ha anche un padre-padrone, un uomo malato nel corpo e nell’anima che la controlla in ogni momento credendo di amarla e proteggerla. Poi c’è Tamik, un ragazzo che avrà una ventina d’anni come lei e quando non è in giro a fare consegne col furgone le dedica una corte dolce e asfissiante.
Questo però è solo il contorno perché la silenziosa “Adazda”, come tutti la chiamano vezzeggiandola, ha un segreto che non riguarda solo lei ma il luogo in cui vive: Mizur, un villaggio minerario nell’Ossezia, del Nord, piccola repubblica caucasica segnata da tensione politica e terrorismo. E il film di Kira Kovalenko, così brutale e sentimentale insieme, ricongiunge la storia personale di Ada a quella del suo mondo con la fermezza e la grazia di chi è stato allievo di Aleksandr Sokurov. E venendo da una repubblica che almeno in Occidente nessuno saprebbe trovare sulla carta al primo colpo, la Cabardino-Balcaria, sa per istinto che nulla è più universale di ciò che sembra locale. Come il suo compatriota (e compagno) Kantemir Balagov, l’autore di “Tesnota” e “La ragazza d’autunno”, due gioielli che i lettori di questa rubrica forse ricordano, la 32enne Kovalenko ha infatti frequentato il laboratorio di cinema tenuto a Nalchik dal grande regista di “Arca russa” e tanti altri capolavori. Di qui, forse, la straordinaria capacità di mettere in risonanza i corpi dei suoi personaggi con i luoghi in cui vivono.
Estraendo da questa dolorosa cronaca familiare - dolorosa nel fondo, non certo nei toni convulsi - snodi e atmosfere che richiamano a tratti apertamente “I pugni in tasca” di Bellocchio (il titolo internazionale del film è “Unclenching Fists”, pugni dischiusi). Anche se qui a ribellarsi è una giovane che sottraendosi, letteralmente, alla stretta mortifera della famiglia, non combatte solo per sé ma per il suo sesso. Per le mille etnie e culture di quella parte di mondo che ci ostiniamo a chiamare Russia ma è infinitamente più variegata e contraddittoria di quanto crediamo. E per quell’arte così centrale nel ’900 che nelle periferie del mondo ogni tanto ritrova la forza esplosiva di una volta.