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Politica
luglio, 2022

Il discorso di Mario Draghi dopo gli appelli a restare. È la democrazia dell’imploranza

Il presidente del Consiglio prepara le comunicazioni di domani a Senato e Camera. Si attendono parole dure, stile Giorgio Napolitano quando accettò il bis al Quirinale. In piazza, sui giornali, sul web dilagano gli appelli perché rimanga, inaugurando una nuova forma di governo: pregare invece che eleggere

I discesi in piazza a Roma per chiedergli di restare – Carlo Calenda, Maria Elena Boschi, Athos de Luca, Alessandro Cecchi Paone, il partito repubblicano - avranno insieme meno voti di Draghi in Parlamento, ma comunque lo spettacolo è stato efficace: Mario’ nun ce lascia’, chiedono. E lui potrebbe accontentarli, previe scudisciate. Questo scorcio caldo d’estate 2022 regala, oltre l’alternanza, un nuovo tipo di forma di governo: la democrazia dell’imploranza. Qualcosa di vagamente sadomaso, comunque poco paritario.

 

Di non andarsene, con appelli vari, l’hanno chiesto al presidente del Consiglio tutti in questi giorni, tutti: Acli, Arci, il gruppo Ferragamo, gruppo Abele, milleseicento sindaci guidati da quello di Firenze, Dario Nardella («ma sono solo una minoranza, su 7.904», ha protestato il fdI Fabio Rampelli), la Camera nazionale della Moda, Giuseppe e Marco Lavazza, i rettori delle università, l’ad di Fastweb, Confcooperative, Lupo Rattazzi, il presidente di Ita Alfredo Altavilla, le oltre centomila persone che hanno firmato la petizione di Italia viva per la gioia di Renzi, l’ha chiesto Antonio Scurati con un controverso appello sul Corriere della sera, l’hanno chiesto le piazze appunto, non solo Roma ma anche Vicenza, Mestre, Firenze. L’ha proclamato persino Mario Monti, per quanto il suo editoriale facesse venire voglia di fare esattamente il contrario di quanto auspicato dall’ex premier.

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Tutti, insomma. Per i cinefili la scena può ricordare quella finale di un film di Ettore Scola del 1968, dal titolo “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?”: Nino Manfredi, alias Titino Sabatini, è sulla nave, in procinto di lasciare l’Angola dove si era rifugiato per anni, la tribù sulla spiaggia lo saluta, con un canto africano che all’amico di Manfredi, Alberto Sordi, alias Fausto Di Salvio, suona in romanesco come : «Titì nun ce lascia’».

 

«Mario’ nun ce lascia’». L’imploranza day pare comunque abbia fatto il suo. Appresso alle preghiere c’è una richiesta ben precisa, una specie di Zio Sam che dal Quirinale gli chiede - più che il solito I want you - Stay, rimani.

 

Ed è questo il clima alla vigilia delle comunicazioni di Draghi, al Senato e poi alla Camera, che dovrebbero concludersi con un voto. Con la tempesta dei Cinque stelle resa esangue dallo stesso estenuato riunirsi dei grillini in stile assemblea permanente - quaranta ore di interventi per decidere nulla. Con una nuova fuoriuscita dai gruppi M5S alle viste: sufficiente a poter dire che il marchio di fabbrica non rappresenta più nulla, e a superare quella non fiducia che al Quirinale, ma pure a Palazzo Chigi, viene definita non un intoppo, ma «un mezzo intoppo». Con pure la Lega considerata dai draghisti come titolare di un rumoreggiare senza conseguenze: nonostante l’assemblea dei parlamentari leghisti in serata abbia manifestato tutta la sua freddezza verso Draghi, nonostante Salvini abbia detto che in queste condizioni al governo «è difficile fare qualcosa di utile per gli italiani nei prossimi mesi», si conta che alla fine prevarrà la responsabilità. O, ancora meglio, il timore di dover cedere a Meloni il bastone del comando.

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Con queste premesse si sta costruendo il discorso di domani al Parlamento. Un discorso dove dovrebbe prevalere la linea dura, in stile Giorgio Napolitano ai tempi della riconferma al Quirinale. Una lista di questioni da affrontare per il bene pubblico, e quindi ad esempio avanti su termovalorizzatori, concorrenza, tassisti. Un j’accuse ai partiti e all’inerzia, con la promessa di andare via al prossimo inciampo.

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