Proprio nel momento del maggior bisogno, in Europa si è guastata la locomotiva. La Germania, il Paese economicamente più potente del continente, guida e riferimento per l’intera Unione Europea che su di esso tradizionalmente conta per un salvifico effetto-traino, sta dando inquietanti segni di debolezza economica. Una raffica di eventi, dalle difficoltà delle forniture del post-Covid fino adesso alla guerra in Ucraina, ne stanno minando la solidità.
La Germania è il Paese di gran lunga più dipendente da Mosca per le forniture energetiche, molto più dell’Italia: pochi giorni fa Tom Krebs, economista dell’università di Mannheim e ascoltato consigliere del ministro delle Finanze, il liberale Christian Lindner, ha quantificato in 429 miliardi di euro la perdita per il Paese nel caso di blocco totale delle forniture di gas russo. È quanto Mosca minaccia apertamente, e - sempre che non sia l’Europa a decretare l’embargo - potrebbe realizzarsi da un giorno all’altro come ritorsione all’eventuale introduzione del price cap oppure come “vendetta” se davvero, come è nei programmi, scatterà da fine anno il blocco degli acquisti dell’“altra” fonte cruciale, il petrolio russo.
La cifra avanzata da Krebs è pari al 12% del Pil tedesco: «Significherebbe precipitare in una crisi peggiore del crack finanziario nel 2009 e del blocco pandemico nel 2020», ha detto a scanso di equivoci Krebs. «Tutti i settori industriali soffrirebbero pesantemente, con importanti interruzioni della produzione: auto, chimica, metalli, meccanica, vetro, ceramica». Insomma tutte le componenti più smaglianti del miracolo tedesco di questi anni. La riduzione del Pil potrebbe arrivare al 6,5%: visto che la crescita oggi è appena superiore al 2% con forti tendenze al ribasso, significherebbe andare in negativo probabilmente per più anni.
Già oggi la situazione non è rosea. Il Fondo Monetario nel suo outlook di fine aprile (che considera la guerra ma non il taglio al gas) ha rivisto al ribasso le previsioni: il Pil tedesco crescerà del 2,1% nel 2022, l’1,1% in meno di quanto previsto in gennaio e meno della media dell’area euro (2,8%).
La revisione al ribasso è peggiore di quella dei partner: la differenza in negativo rispetto alle stime precedenti è dello 0,8 nella media dell’eurozona. Si approfondirebbe persino il divario con l’Italia, accreditata dall’Fmi di una crescita del 2,3% per quest’anno dopo il risultato record del 6,6% del 2021 contro il 2,8 tedesco (peggio del 5,8% di media dell’eurozona).
Cosa succede a Berlino? «Il fatto che nel 2021, l’anno della grande ripresa della maggior parte delle economie, la Germania abbia marciato con il freno tirato, non abbia insomma distaccato tutti i partner come era solita fare all’uscita da ogni crisi - osserva Andrea Boitani, ordinario di Economia politica alla Cattolica di Milano - indica un elemento di fondo: il modello basato sull’export industriale che tanta fortuna ha portato ai tedeschi negli ultimi trent’anni, si è rivelato sorprendentemente debole e insufficiente. Come peraltro rilevano molti economisti tedeschi, che non si stancano di chiedere una maggior diversificazione».
Non bastano produzioni manifatturiere al più alto livello in grado di imporsi su ogni mercato: «Di fatto la forte dipendenza dalle esportazioni - spiega Boitani - rende da un lato esposti alle forniture di materie prime e semilavorati che nella laboriosa uscita dalla crisi Covid già andavano a corrente alternata, pensiamo solo alle componenti elettroniche cinesi. E dall’altro lato le correnti di export si sono scontrate con la perdurante recessione in molti dei Paesi acquirenti oltre che con tutte le strozzature nella catena delle forniture connesse anch’esse con la caotica uscita dalla crisi del coronavirus».
Con la guerra la situazione è precipitata: la crisi sta nuovamente allargandosi a livello mondiale, e per la Germania è entrato prepotentemente in gioco il fattore-dipendenza dalla Russia. In questa che gli economisti chiamano “policrisi” si interseca una fitta serie di fattori negativi: «Intanto la dipendenza dal settore industriale, pari al 25% dell’economia - contro il 17% dell’Italia, ancora meno per Francia e Stati Uniti - si rivela un’arma a doppio taglio: benissimo quando il mondo marcia a pieni giri, deleterio quando la globalizzazione arranca e la balcanizzazione del pianeta avanza», commenta Brunello Rosa, docente alla London School of Economics. In altri Paesi la struttura dell’economia è più articolata, dai servizi turistici dell’Italia ai consumi privati dell’America, e questi settori sostengono le rispettive economie nelle fasi di magra dell’industria.
«C’è ancora - riprende Rosa - un punto dolente: la Germania in tutti questi anni di splendore ha accumulato, per una malintesa politica di parsimonia, surplus di bilancia dei pagamenti che avrebbero dovuto essere invece investiti in infrastrutture per rendere l’economia più elastica e pronta a tollerare momenti difficili». Ancora un altro aspetto riporta al discorso del gas: «Per la sua struttura produttiva la Germania è tremendamente “energivora”, però non ha potenziato a sufficienza né le fonti rinnovabili, che pure esistono, né la differenziazione dei mercati di approvvigionamento».
Il Paese è rimasto insomma dipendente dal gas russo - all’inizio della guerra era il 55% del fabbisogno tedesco contro il 40% dell’Italia - anzi voleva esserlo ancora di più visto che per potenziare le forniture ha addirittura raddoppiato il gasdotto Nord Stream che dalla Russia porta il gas direttamente nell’area industriale di Brema-Amburgo: il raddoppio (da 10 a 20 miliardi di metri cubi di gas l’anno) è appena stato ultimato, ma Berlino l’ha bloccato all’inizio della guerra con il risultato di far innervosire ulteriormente i russi che invece ci vedevano un segnale molto positivo di Ostpolitik.
Anche i tedeschi, che della coltivazione di un rapporto privilegiato con Mosca avevano fatto un punto d’onore di politica estera (Angela Merkel è nata nella Ddr, l’attuale cancelliere Olaf Scholz è socialdemocratico come Gerhard Schroeder, l’artefice del Nord Stream 2) erano assai ben disposti, e infatti fino all’ultimo hanno tentato la via del dialogo a guerra cominciata: ma la scellerata continuazione dell’insensato conflitto di Putin e ha giocoforza imposto la chiusura di ogni ponte. E proprio per questo ora Putin si accanisce con i tagli unilaterali che in certe giornate portano alla riduzione fino al 60% delle forniture di gas a Berlino.
In queste condizioni, alla Germania non resta che far marciare a pieni giri sia le centrali a carbone che aveva in programma di chiudere (contando appunto sul maggior gas che sarebbe arrivato con il Nord Stream 2) sia le tre centrali nucleari rimaste in servizio: Emsland in Bassa Sassonia, Isar 2 in Baviera e Neckarwestheim 2 nel Baden-Württemberg.
Tutte dovevano essere “rigorosamente” chiuse entro il 31 dicembre 2022 a quanto aveva promesso la nuova ministra verde per l’Ambiente, Steffi Lemke, all’insediamento del governo nello scorso dicembre. Ora le chiusure sono state tutte posticipate sine die, con buona pace della lotta al cambiamento climatico.
La dipendenza dal gas sta lentamente scendendo ma è ancora intorno al 35-40% e prima del 2024 non sono previsti significativi miglioramenti. «Serviranno anni prima che venga riorganizzata tutta la struttura energetica tedesca», conferma Daniel Gros, economista tedesco con PhD a Chicago e lunga esperienza nei centri studi comunitari. «Ora finalmente - spiega Gros - è partita la marcia verso la diversificazione con l’acquisto di tre rigassificatori flottanti da posizionare nel mare del Nord, dove sono già in funzione pozzi off-shore sia di petrolio che di gas che si sta cercando di valorizzare, e c’è anche un discreto potenziale di energia eolica».
In ogni caso, ci tiene a puntualizzare Gros, «l’economia tedesca è abbastanza forte da reggere anche una non catastrofica recessione, che è quanto potrebbe capitare». Ma le sorprese non sono finite. L’Ocse sta preparando un rapporto sull’economia tedesca che sarà pubblicato in ottobre. «Stanno emergendo alcune inaspettate carenze», ci anticipa Andrew Wyckoff, già economista alla US National Science Foundation e oggi direttore per le scienze, la tecnologia e l’innovazione dell’Ocse, che sta coordinando la ricerca. Wyckoff, che nei giorni scorsi è venuto a Venezia per il convegno dell’Aspen sull’intelligenza artificiale, spiega: «Se la Germania riuscisse ad utilizzare appieno in modo funzionale ed efficace le innovazioni tecnologiche oggi disponibili, come le sofisticate applicazioni del “machine learning”, il suo Pil sarebbe più alto del 25-30%».
Intendiamoci, precisa subito, «la manifattura tedesca, a partire dalle auto, è sempre di qualità eccelsa. Però, parlando ad esempio proprio delle auto, c’è come un pregiudizio nel lanciarsi anima e corpo sulle tecnologie diverse dal motore a scoppio dove la Germania ha una consolidata leadership mondiale». Non a caso sono state proprio le case tedesche a chiedere all’Ue di ritardare dal 2035 al 2040 il limite previsto per la cessazione delle vendite di macchine a benzina. Il rischio è la perdita della più classica delle supremazie commerciali, che potrebbe finire nel museo dalla politica industriale del XX secolo.