Bambole dai volti bianchissimi macchiati da lacrime o sangue, marionette che mimano alla perfezione torture e abusi, creature ibride immerse in universi crepuscolari. Attraversare il mondo di Gisèle Vienne - artista, coreografa, regista e soprattutto burattinaia franco-austriaca - è come intraprendere un viaggio fra i pezzi di uno specchio rotto della nostra società. E a volte i frammenti possono far sanguinare, causare ferite capaci però di rimarginarsi anche dopo grandi dolori. «Non c’è forse un tema politico nei modi in cui siamo educate a sentire o non sentire certe cose, specialmente quando si tratta di corpi, materialità e sensibilità? Con il mio lavoro cerco di carpire le strutture della percezione per mostrare il progetto politico che le determina, e nello stesso tempo provare a trasformarle», ci spiega Gisèle Vienne, che ha intrapreso il suo percorso di artista partendo dalla musica e dall’arte visiva, per poi proseguire con la filosofia e la coreografia, la fotografia e il cinema. «Sono convinta che rumore e musica, testo e movimento, natura e architettura siano collegati in ogni aspetto con i corpi».
Gisèle Vienne è a Roma, ospite di Short Theatre, il festival internazionale dedicato alla creazione contemporanea e alle performing arts con la direzione artistica di Piersandra Di Matteo (fino al 18 settembre). Si intitola “Inventario di bagliori. Gisèle Vienne a Roma” il focus a lei dedicato e si articola attraverso una mostra al Mattatoio di Roma (“40 Portrait 2003-2008”), due spettacoli – di cui uno al Teatro Argentina (“Crowd”, 17 e 18 settembre) e uno al Teatro Vascello (“L’Etang”, il 12) – e un film al Cinema Troisi (“Jack”, il 12).
I suoi spettacoli sono spesso popolati da bambole, esseri zoomorfi del folklore popolare, robot umanoidi: perché è così attratta da questa contaminazione fra attori/danzatori e oggetti inanimati?
«Sono sempre stata affascinata dai movimenti degli oggetti. Mi affido alla mia sensibilità e al lavoro a livello teorico, e capisco cosa sto cercando solo mentre lo faccio. E poi arrivano diversi livelli di contaminazione. La questione della rappresentazione dei corpi, e dei modi in cui li guardiamo, per me è centrale, soprattutto come strumento di analisi dei comportamenti umani. Rappresentare il corpo, attraverso la fotografia o con delle bambole, è un modo per mettere in discussione la nostra percezione. Nella cultura occidentale c’è una tendenza a proiettare una coscienza su ciò che percepiamo come oggetto, o a trattare come oggetti i corpi viventi. Che differenza c’è se rompiamo un vetro o un oggetto che ha forma umana? Cosa accade se strappiamo un braccio a una bambola? Credo che sia per questo che ho deciso di studiare per diventare marionettista. La posta in gioco è chiara se parliamo di sessismo e razzismo, quando una persona viene considerata una cosa o niente».
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Che cosa è per lei il corpo, un territorio da manipolare?
«Quando lavoro con attrici, danzatrici e performer cerco di guardare sempre oltre il confine del corpo, il corpo stesso è uno spazio, è molto chiaro in “L’Etang”, dove la luce e lo spazio all’interno del quale i personaggi sono calati si sintonizzano con ciò che loro sentono. Se pensi a una persona devi considerare che è anche il suo contesto, la sua storia, la sua cultura, e penso sia effettivamente un atto di violenza tagliare dei pezzi. È evidente in “Jerk” dove si vedono chiaramente le relazioni di potere e il sistema che lo determina e per mostrarlo sono innescate voci dissociate dal corpo, diverse qualità ritmiche che si sovrappongono, così da svelare il sistema di incorporazione».
Parliamo di “L’Etang” (Lo Stagno). Lo spettacolo racconta la storia di un ragazzo che non si sente pienamente amato dalla madre e finge di suicidarsi per mettere alla prova il suo amore. È soprattutto una storia di incomunicabilità e di violenza, sul male che si fa strada con lentezza.
«Di cosa parliamo quando parliamo di violenza? Di esseri umani che non considerano altri esseri viventi o non garantiscono il loro diritto a vivere. Per me è violento anche mantenere con la forza un ordine costituito, per questo considero il sistema di sicurezza in Francia estremamente violento. Non vedere qualcuno, invisibilizzarlo, non considerarlo è un atto di violenza. Quello che chiamo “violenza” in “L’Etang” è la struttura di disuguaglianza che deriva dal sistema di percezione che si costruisce nello spazio familiare. Anche non disporsi all’ascolto - il silenziare una serie di voci - può essere inscritto in questo sistema. Non possiamo lavorare sul razzismo senza farlo a partire da come percepiamo. Nello spettacolo ciò che viene detto attraverso il corpo è silenziato: credo che questo sia uno degli aspetti più violenti del lavoro, ha anche a che fare con le molestie sessuali e con la nostra capacità di non vederle».
La violenza secondo lei va sempre raccontata, anche nel dettaglio, come fa nel film “Jerk”, monologo per burattini basato su un testo letterario di Dennis Cooper?
«“Jerk” tratta di una storia vera, un omicidio di massa, un evento extra-ordinario, avvenuto negli anni Settanta negli Stati Uniti ad opera di un serial-killer e di due adolescenti. In “Jerk” la violenza si costruisce, davanti ai nostri occhi, tramite un solo interprete, Jonathan Capdevielle, che dà vita alle vicende attraverso i pupazzi da lui manovrati. Con effetti di dissociazione, il corpo dell’attore/burattinaio è colto da voci che, abitandolo, mettono all’opera una tensione disumanizzante che lo conduce fino alla totale distruzione».
“Crowd” è il trionfo della lentezza.
«L’esperienza fisica del pubblico è centrale. Lo spettacolo ha a che fare con l’amore, con l’alterazione della percezione per via di forti emozioni. Il modo in cui i quindici performer si muovono sul palco è piacevole, gioioso, sollecita le forme dell’attenzione sottile. Per questa creazione abbiamo lavorato sul tempo, sulle sensazioni e i sistemi di controllo. Specialmente dopo la pandemia, “Crowd” solleva un tema importante riguardo lo spazio della festa (rave, techno party) e al tipo di cultura che lo circonda. Sei mesi dopo aver presentato “Crowd”, nel dicembre 2020, in Francia e in Inghilterra durante feste con musica techno la polizia ha fatto irruzione, distruggendo gli impianti musicali, facendo male alle persone. Dopo questi eventi, tornati con “Crowd” a Parigi, il modo di assistere allo spettacolo è cambiato».
Si è mai scontrata con un rifiuto dei suoi lavori, che sono molto spiazzanti, da parte dei suoi spettatori?
«Di fronte ai miei lavori il pubblico è colpito a livello emotivo. La maggior parte delle esperienze sono positive e belle. Può succedere che ci siano persone che reagiscono in modo molto forte. Ogni tanto qualcuno esce e penso sia assolutamente legittimo. Dal momento che sono lavori molto intensi, capisco che può non essere il momento giusto, ed è giusto che ognuno si senta libero di uscire dalla sala».
(traduzione Beatrice Del Core)