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Attualità
settembre, 2022

Questa è l’Italia che governerà Giorgia Meloni

L’Istat fotografa un Paese gravemente malato: redditi in calo, disuguaglianze in crescita, giovani in fuga, crollo delle nascite. Ma tutta la politica fino a oggi non ha affrontato le questioni che mettono davvero a rischio il futuro. Ecco gli ultimi studi e il commento del presidente Gian Carlo Blangiardo

Si nasce di meno, si muore di più. Si guadagna di meno, si spende di più. Si resta di meno, si parte di più. Le province si svuotano, le metropoli si affollano. Chi è povero ha molte probabilità di diventare più povero. Chi è ricco ha molte probabilità di diventare più ricco. Se l’Italia di oggi vi spaventa, forse, vi conforta sapere che domani sarà assai peggio.

 

Gian Carlo Blangiardo, il presidente di Istat, l’istituto nazionale di statistica, si pone all’incrocio dei venti fra le folate di ottimismo e di pessimismo che sferzano la società in attesa, neppure troppo curiosa, di scoprire le sembianze del prossimo governo: «La statistica ci offre l'opportunità di cogliere oggettivamente la realtà del presente, di valutare le dinamiche del passato e di anticiparne l'evoluzione nel futuro. L'atteggiamento ottimista o pessimista - premette Blangiardo all’Espresso - nasce dunque da una sintesi, adeguatamente argomentata sul piano dei dati, di quelle che sono state le esperienze precedenti - con i problemi a suo tempo affrontati e le relative soluzioni - unitamente alla estrapolazione in chiave di futuro di quelle che sono le tendenze in atto e gli scenari che ne derivano. Guardando gli eventi di questi ultimi tempi anni si è pessimisti se ci si sofferma sui duri colpi subiti e sui segni che essi hanno lasciato e che fatichiamo a smaltire, ma si diventa ottimisti se si riflette su come siamo anche stati capaci di reagire a quegli stessi colpi. I siluri ci hanno colpito, ma non ci hanno affondato. Dobbiamo riparare i danni, e per questo serve che si attivi l'intero equipaggio».

 

La prima stima dei danni riguarda la demografia. Quanti siamo. Come siamo. All’inizio di gennaio i residenti erano 58,983 milioni. La decrescita avanza con cinica regolarità. Può rallentare. E può accelerare. Gli oltre 60 milioni di abitanti sono già passato. Le recenti previsioni Istat fissano la regressione sotto i 54 milioni al 2050. Non vuol dire che aumentano i parcheggi in città e gli ombrelloni al lido e si sfoltiscono le code in autostrada: non è un numero da trattare con pigrizia intellettuale, è il segnale che il modello italiano di società è in disfacimento. L’ha spiegato l’Istat in un suo recente studio: «Il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3 nel 2050, mentre la popolazione in età lavorativa scenderà in 30 anni dal 63,8 per cento al 53 del totale. La crisi demografica si riflette sul territorio: entro 10 anni l’81 per cento dei Comuni avrà subito un calo di popolazione, l’87 per cento nel caso di Comuni di zone rurali. Previsto in crescita il numero di famiglie, ma con un numero medio di componenti sempre più piccolo. Entro il 2040 una famiglia su quattro sarà composta da una coppia con figli, più di una su cinque non avrà figli».

 

I dettagli sono ancora più inquietanti. Nel 2011 il tasso di natalità (ogni 1.000 abitanti) era di 9,1 e quello di mortalità di 9,9, nel 2021 la situazione è precipitata con il tasso di natalità a 6,8 e quello di mortalità a 12 con la tendenza, in uno scenario neutro, di toccare 13,3 nel 2042. Nel 2011 l’età media degli italiani era di 43,6 anni, nel 2021 è già salita a 46,2, sfiorerà i 50 nel 2042. I pochi lavoratori dovranno mantenere i molti pensionati. Le comunità dovranno adeguarsi alle esigenze degli anziani.

 

L’anno scolastico si è aperto nelle scuole statali con la scomparsa di 230.000 studenti e 3.000 classi rispetto al biennio precedente. Non servono più penne, matite, quaderni. Il presidente Blangiardo fa un altro esempio: «Il cambiamento demografico procede lentamente, non genera cambiamenti traumatici in tempi brevi e quindi si tende a rinviare il problema perché non è una priorità. Salvo accorgersi che piccoli cambiamenti generano, cumulandosi, veri e propri terremoti e alterano equilibri importanti. Pensiamo alla sanità tra qualche decennio in un Paese che avrà oltre 2 milioni di ultranovantenni e quasi 150.000 ultracentenari. Come si garantirà una qualità di vita dignitosa a tanti vecchi?». Questo avviene in un lungo periodo di graduale declino del benessere sociale. Conquiste che l’Europa e perciò l’Italia davano ingenuamente (o con arroganza) per intangibili. «Abbiamo alcuni indicatori economici, l'inflazione per dirne uno sulla bocca di tutti, che ci fanno temere per la tenuta del tessuto economico e sociale», chiosa Blangiardo. Chi non ha rendite è penalizzato. Più dritta: i giovani sono penalizzati.

 

In valori assoluti, e cioè senza valutare l’inflazione, nel decennio 2010-2019 i giovani lavoratori fino a 35 anni sono l’unica categoria che ha subito una stagnazione o addirittura una perdita del reddito.

 

Tra l’ottimismo e il pessimismo si inserisce la rassegnazione. L’assenza della speranza. Si legge in una ricerca Istat sulla mobilità: «La classe sociale di origine influisce ancora in misura rilevante sulle opportunità degli individui nonostante il livello di ereditarietà complessiva in Italia - seguendo, sia pure con ritardo, l’esperienza di molti altri paesi europei - si sia progressivamente ridotto nel volgere delle generazioni. Per la generazione più giovane tale evoluzione non ha, però, portato effetti positivi in quanto è stata accompagnata da un contemporaneo declassamento della loro collocazione e, dunque, da una diminuzione delle probabilità di ascesa sociale».

 

E pare zelante ripetere che al Sud ogni cosa brutta è ancora più brutta, sempre più brutta, irrimediabilmente brutta. Un paio di dati: «Il Mezzogiorno presenta un tasso di disoccupazione tre volte superiore a quello del Nord-est e doppio rispetto al Centro, con una lunga durata che interessa oltre il 63 per cento dei disoccupati. Il ritardo del Mezzogiorno è evidente: sommando posti disponibili nei nidi e nei servizi integrativi, pubblici e privati, mediamente non si arriva a coprire il 15 per cento dei bambini fino a 3 anni di età. Un valore distante dal parametro del 33 per cento fissato nel 2002 in sede europea come obiettivo per il 2010 e superato in cinque regioni del Centro-Nord». Il presidente Blangiardo offre una sintesi con strumenti di lettura non stereotipati: «Il Mezzogiorno ha cambiato orientamento ormai da parecchi anni. È Bolzano, non Napoli, la provincia dove nascono (relativamente) più figli. Lo spopolamento interesserà in misura crescente le aree del Sud e delle Isole, così come i grandi fenomeni legati al cambiamento demografico: la caduta della natalità, l'invecchiamento della popolazione, la trasformazione delle strutture familiari».

 

Oggi non bisogna avere troppa paura perché domani ce ne vorrà il doppio. Ascensore sociale guasto da tempo. Diseguaglianze sempre più profonde fra i territori. Stipendi più bassi per i lavoratori giovani. Servizi decadenti e soprattutto scadenti. Maggiori risorse per la cura degli anziani. Minori investimenti per l’istruzione.

 

In questo contesto, come ripetono i bravi opinionisti televisivi, come reagiscono i giovani e non soltanto i giovani? Viaggiano. Emigrano. Scappano. Nel 2010 l’anagrafe ha registrato 33.126 trasferimenti di residenza verso l’estero fra i 18 e i 39 anni. Nel 2019 sono quasi triplicati: 94.457. Anche i residenti tra i 40 e i 64, che si presume abbiano esistenze più radicate, espatriano in massa: 18.125 nel 2010, 48.295 nel 2019.

 

Si può pensare supinamente che il saldo naturale negativo - la differenza tra nati e morti - e l’emigrazione siano compensate dall’immigrazione. Sbagliato. Anche qui c’è una riduzione delle nuove iscrizioni all’anagrafe di coloro che provengono dall’estero: 447.744 nel 2010, 332.778 nel 2019. La pandemia ha ovviamente frenato o sospeso i flussi. L’entrata di studenti, lavoratori, migranti economici, rifugiati politici è comunque timida. Questo infiacchisce ancora di più la forza produttiva del Paese. Nel breve termine rischia di non essere sufficiente a sostenere gli ingenti costi di una società anziana. Più nascite, più immigrati. Non ci sono altre soluzioni per rimettersi in equilibrio. La propaganda politica non aiuta. I pregiudizi neanche. Osservarsi allo specchio osservando l’Italia di domani è un esercizio fastidioso. Di certo non ingannevole.

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