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Inchieste
gennaio, 2023

Plastica: l’Onu chiede agli stati più responsabilità. Ma l’industria italiana fa resistenza

La risoluzione #BeatPlasticPollution impegna tutti i paesi a farsi carico della propria plastica, dalla produzione al riciclo o al riuso. In Europa, la Commissione prova a lanciare una nuova direttiva per valorizzare il vuoto a rendere. Ma l’Italia va altrove

Dandora è un paese alla periferia di Nairobi, capitale del Kenya. Per metà è uno slum e per metà è una discarica, la più grande al mondo. I suoi abitanti sono tutti waste picker: occupano la giornata scalando le montagne di spazzatura in cerca di pezzi da riciclare e rivendere e respirano tutti gli stessi fumi pestilenziali, generati dall'immondizia bruciata. Tutto per guadagnare qualche centesimo di dollaro, insufficiente per una vita dignitosa. La materia prima non scarseggia mai: qui ogni giorno approdano duemila tonnellate di nuovi rifiuti. Va così da 45 anni, senza che alcuna associazione o ente internazionale di tutela sia ancora riuscito a spezzare il primato di Dandora.

 

Proprio con la plastica raccolta su queste colline è stato realizzato il martelletto blu impugnato a Nairobi lo scorso 2 marzo da Espen Barth Eide, ministro per il Clima della Norvegia e presidente del programma ambientale delle Nazioni Unite. Con due colpi di quel martelletto, le Nazioni Unite hanno ratificato l'accordo #BeatPlasticPollution, cioè Abbattere l'inquinamento da plastica, la più importante risoluzione internazionale per la tutela dell'ambiente, per rendere i Paesi responsabili dell'intero ciclo di vita della plastica, dalla produzione allo smaltimento, fino al riciclo o al riutilizzo. L'inquinamento da plastica, assieme ai cambiamenti climatici e al crollo della biodiversità, rischia di compromettere la salute dell'uomo: «Abbondanti tracce di microplastica sono state trovate nell'aria che respiriamo, nel cibo che mangiamo, nel sangue umano, nel latte materno. E ogni anno finiscono in mare 11 milioni di tonnellate di plastica e si prevede che questa cifra raddoppierà nei prossimi cinque anni, triplicherà entro il 2040», recita il testo delle Nazioni Unite. In questo processo di lotta alla plastica, ha già preso forma lo scacchiere dei Paesi e relativi portatori di interessi: da un lato le nazioni progressiste - Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Ruanda, Perù, Ghana e Costa Rica - puntano a ridurre al minimo la produzione e l'uso della plastica; dall'altro gli Stati Uniti, con il supporto di Australia, Giappone e Paesi arabi, mirano ad annacquare l'ambizioso processo, riducendo il problema a una corretta gestione dei rifiuti ed evitare l'introduzione di obiettivi globali. «Molti Paesi puntano a raggiungere una soluzione simile agli accordi di Parigi per il clima, dando agli Stati l'autonomia di decidere gli obiettivi e di valutarli a rendiconto i progressi fatti», racconta Giuseppe Ungherese, etologo e responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, che aggiunge: «Dal punto di vista della lotta ambientale, questo modello si sta dimostrando poco efficace». Duemilacinquecento ministri e capi di Stato di 147 Paesi si sono incontrati in Uruguay a inizio dicembre per cercare di raggiungere un'intesa, ma i due schieramenti sono ben lontani da un accordo e per questo si rivedranno a Parigi il prossimo 22 maggio. Nel frattempo, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres con un tweet ha ricordato che «le materie plastiche sono combustibile fossile e rappresentano una seria minaccia per i diritti umani, il clima e la biodiversità. Mentre continuano i negoziati per un accordo su #BeatPlasticPollution, invito i Paesi a superare il concetto di rifiuto e ridurre all'origine il consumo di plastica». A tal proposito, l'Italia che impegni ha preso? «Per ora risulta non pervenuta in questo schieramento», risponde Ungherese.

 

L'Italia non si è espressa in questa partita, ma proprio mentre in Uruguay i capi di Stato, riuniti al tavolo delle Nazioni Unite cercavano un accordo per responsabilizzare ciascuno Stato sull'intero ciclo di vita della plastica, il nostro Paese alzava le barricate contro la nuova proposta europea di regolamento sul riciclo e il riuso degli imballaggi presentata a Bruxelles lo scorso 30 novembre dal vicepresidente della Commissione Europea, Frans Timmermans. La normativa, che diventerà legge fra due anni, prevede la neutralità climatica entro il 2050 incentivando il riutilizzo dei contenitori, per evitare una sovra produzione di confezioni, flaconi, buste e soprattutto contenitori usa e getta in plastica e carta. L'obiettivo è ridurre i rifiuti da imballaggio, in crescita del 20 per cento tra il 2009 e il 2019, facendo sparire dai bar le bustine di zucchero per il caffè, ma anche le confezioni singole dei grissini serviti al ristorante, così come i bicchierini di plastica o di carta e le bustine delle merendine contenute nei distributori automatici. McDonalds, così come tutte le altre catene di fast food e i piccoli take away di qualsiasi cibo etnico o tipico, dovrà inventarsi un modo per offrire hamburger e bibite in contenitori che siano riutilizzabili, come del resto ha preso a fare in Francia. Lo stesso vale per il cibo a domicilio. Per capirci, le nuove regole - prendendo ad esempio il modello già adottato dai Paesi nord europei, premieranno il vuoto a rendere, a scapito della trasformazione di una bottiglia d'acqua in un flacone per detersivi.

 

L'iniziativa è stata accolta con una levata di scudi da parte dell'industria del packaging italiano - che vale oltre sette miliardi di euro di giro d'affari, quarantamila addetti e seicento imprese -, soprattutto perché la proposta della Commissione va nella direzione opposta agli investimenti portati avanti dalle stesse aziende per favorire il riciclo. Secondo i dati degli imprenditori, a livello europeo sarebbero 700 le imprese che subirebbero un impatto negativo proprio a causa dell’introduzione della nuova normativa e, fra queste, le industrie di Italia e Germania, sarebbero le più colpite.

 

Correttamente, gli imprenditori dicono che il 96,3 per cento degli imballaggi in plastica viene riciclato. Per quale motivo dunque accanirsi tanto sui contenitori monouso, se poi vengono tutti riciclati? Gli ultimi dati Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, pubblicati la scorsa settimana dicono che l'Italia nel 2021 ha prodotto (o importato) imballaggi per un peso complessivo di 14,4 milioni di tonnellate, con un aumento dell'8,5 per cento rispetto all'anno precedente, ma solo 10,5 milioni di tonnellate sono state riciclate. L'Italia avvia al recupero l'82 per cento degli imballaggi e, in questa quota, il 96 per cento della plastica viene effettivamente riciclato. Tuttavia, nell'ultimo decennio il volume degli imballaggi utilizzati in Italia è cresciuto del 26 per cento e lo smaltimento in discarica rappresenta ancora il 17,4 per cento del packaging, un valore in costante aumento. Sostanzialmente Ispra conferma i timori del vicepresidente della Commissione Europea, Timmermans, che nella proposta di regolamento sul riciclo e il riuso degli imballaggi avverte: «Se non si agisce subito, entro il 2030 la Ue registrerà un ulteriore aumento del 19 per cento dei rifiuti di imballaggio e, per i rifiuti di imballaggio di plastica, addirittura del 46 per cento».

 

Secondo i dati Ue, in media, ogni europeo produce quasi 180 chili di rifiuti di imballaggio all’anno, che sono tra i principali prodotti a impiegare materiali vergini: il 40 per cento della plastica e la metà di tutta la carta utilizzate nella Ue. Da qui l'invito di Timmermans a «creare una nuova economia del riuso», specificando che il riuso non è in competizione con il riciclo, al contrario ha aggiunto: «So che in Italia moltissimo già è stato fatto sul riciclo e nessuno vuole mettere in pericolo gli investimenti sottostanti, ma visto che non tutte le pratiche di riciclo funzionano veramente bene, è importante fare di più».

 

Del resto una stretta sul fronte del consumo di plastica sembra oltremodo necessaria anche sul fronte del conto economico. Primo perché dall'anno scorso è entrata in vigore la Plastic Tax europea che prevede un contributo di 0,80 euro per ogni chilo di rifiuti di imballaggio di plastica non riciclato. I conti sono presto fatti: a fronte di oltre mille tonnellate di plastica non riciclata, l'Italia nel 2023 pagherà all'Europa una tassa da 760,665 milioni di euro l'anno. Detto altrimenti, è come se tutti i tagli di spesa previsti dalla decurtazione del Reddito di Cittadinanza finissero per compensare la gabella che l'Italia deve pagare all'Europa per il mancato riciclo degli imballaggi. A fine 2019 il governo Conte I aveva previsto di introdurre la Plastic Tax italiana per colpire l'utilizzo delle inquinanti plastiche monouso e con l'obiettivo di generare 650milioni di gettito. Tuttavia quella legge non è mai entrata in vigore ed è stata rinviata di anno in anno, essendo osteggiata dagli imprenditori del settore. E ora l'intenzione del ministro Gilberto Pichetto Fratin è addirittura di eliminare definitivamente la Plastic Tax italiana, lasciando quindi al contribuente l'onere di pagare la Plastic Tax europea.

 

Il secondo motivo dell'urgenza di una stretta sul fronte delle plastiche monouso lo racconta Giuseppe Ungherese di Greenpeace: «Lo scorso anno l'Italia, nel recepire la direttiva sulle plastiche monouso, ha apportato alcune modifiche al testo europeo, promuovendo per esempio le plastiche compostabili, che sono espressamente vietate dalla norma europea perché non frenano i danni ambientali causati dall'usa e getta. L'abbiamo fatto notare all'allora ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, invitandolo a correggere il testo, suggerendo iniziative, ma non siamo stati ascoltati». Le eccezioni previste dalla traduzione italiana della normativa riguardano soprattutto le plastiche che entrano in contatto con gli alimenti: l’Italia consente di aggirare il divieto utilizzando la plastica biodegradabile e compostabile, ma per la comunità europea – che ha già chiesto all’Italia di correggere l’errore – queste dovrebbero essere vietate al pari di piatti e bicchieri realizzati con plastiche derivati da petrolio e gas fossile.

 

Risultato: ora l'Italia rischia una procedura di infrazione proprio a causa delle plastiche monouso. «L’Italia sembra preferire una finta transizione ecologica. La verità è che se vogliamo andare oltre la plastica e la cultura dell'usa e getta, dobbiamo promuovere soluzioni basate sul riutilizzo, obiettivo principale della direttiva europea che il nostro Paese sta volutamente ignorando», afferma Ungherese, che invita l'attuale governo a prendere per mano l'industria italiana sostenendo e promuovendo un percorso di vera transizione ecologica.

 

Perché se il benessere delle imprese e quindi dei lavoratori sono un aspetto da salvaguardare, non va dimenticato che parte delle duemila tonnellate di rifiuti al giorno vomitate sulle colline keniote di Dandora provengono anche dall'Europa, che quando non sa dove mettere i propri rifiuti in eccesso li esporta, in Paesi più poveri.

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