La penso come Pietro Grasso, l’ex magistrato antimafia. A caldo, commentando l’arresto del superlatitante Matteo Messina Denaro, ha detto di essersi appena congratulato con gli investigatori e i magistrati, ma ha aggiunto che poi avrebbe esteso i suoi complimenti ai rappresentanti delle istituzioni. Perché il merito di questo successo non appartiene a questo o a quel partito, a questo o a quel leader politico, ma allo Stato, alle sue istituzioni.
Gli investigatori, i carabinieri, i Ros, i poliziotti, i magistrati, tutti coloro che sono impegnati nella lotta al crimine non hanno, o almeno non dovrebbero avere, una tessera di partito in tasca. Solo così si possono conseguire successi investigativi, solo non guardando in faccia nessuno, solo non chiudendo un occhio, solo camminando dritti con la propria coscienza come unico giudice. Una coscienza pulita, immersa nel senso dello Stato.
Eppure, lo Stato a volte non ha la coscienza pulita. È vero che Matteo Messina Denaro era un superlatitante, è vero che disponeva di tanti soldi, connivenze sul territorio, complicità in Italia e all’estero. Ma è anche vero che 30 anni sono lunghi, i metodi investigativi sono cambiati e gli investigatori si sono avvicendati; ma è anche vero che per anni se l’è probabilmente spassata a un palmo dal naso di chi gli dava la caccia o avrebbe dovuto dargliela. Allora il sospetto sorge spontaneo: si è trattato di inefficienze? O di complicità? Viene in soccorso la memoria: come si spiegano i pasticci del dopo-arresto di Totò Riina, giusto 30 anni prima di Messina Denaro? Come si giustifica la sparizione della famosa agenda rossa di Borsellino? Come si spiega una lunga stagione della storia d’Italia, dal primo Novecento ai giorni nostri, nella quale Cosa Nostra è stata occulta e spietata protagonista?
Mi raccontava Enrico Bellavia, caporedattore de L’Espresso e profondo conoscitore dei fenomeni mafiosi, che la mafia degli anni ’50 del secolo scorso, prima dell’avvento del megabusiness della droga, sapeva infiltrarsi senza problemi negli affari di tutti i giorni. E che Giovanni Falcone riuscì a sgominare alcune cosche proprio seguendo la pista degli assegni per prestanome negli affari immobiliari di Palermo. La mafia non è più quella per certi versi ma torna sempre all’origine: i proventi principali oggi arrivano dal traffico della droga, mai affare fu probabilmente più redditizio, ma poi questi proventi, fiumi di denaro, vanno reinvestiti, riciclati. E allora si torna concettualmente all’antico: agli affari, all’industria, all’immobiliare; si fa un passo nel futuro con il tech e le criptovalute, la mafia non difende più i pascoli siciliani con la coppola e la lupara, ma ha il colletto bianco, dispone di tecnologie, di tanto denaro. Agisce come un soggetto dell’economia legale, inquinandola.
Tutti dicono che il 16 gennaio, con l’arresto di Messina Denaro, è stata una bella giornata. Come lo fu il 15 gennaio 1993 per Riina e come lo fu l’11 aprile 2006 per Bernardo Provenzano. Vero. Bellissime giornate per lo Stato e l’Italia onesta. Nessuno però si è mai azzardato a dire che la mafia è stata sconfitta. Infatti, dopo Riina ci sono stati Provenzano e altri come lui, dopo Provenzano Messina Denaro e altri come lui. Dopo Messina Denaro ce ne saranno altri come lui. Purtroppo. L’importante è che ci sia sempre anche lo Stato, forte, democratico, efficiente, pulito. Allora sarà una lotta ad armi pari, senza quinte colonne, con in più l’Italia perbene alleata delle Istituzioni. E allora quella lotta potremo anche vincerla davvero.