Se si tratti di soft power, lobbying oppure corruzione è questione di sfumature e, più spesso, d’importi. Nel caso del Qatargate i contorni di tutte e tre le attività rischiano di coincidere e sovrapporsi. Peggio, di aggrovigliarsi. Nonostante la posta in gioco sia tutt’altro che materiale: l’integrità e la trasparenza nell’operato dei funzionari europei, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Non ultima la possibilità stessa dell’Ue di presentarsi sul palcoscenico globale come «impero di libertà e diritti». Con quali credenziali, se si accettano tangenti da un emirato pur di aiutarlo a superare un esame scrupoloso proprio in tema di rispetto dei diritti umani?
Lo scandalo - che al momento coinvolge quattro persone: l’ex eurodeputato Antonio Panzeri, l’ex vicepresidente dell’Europarlamento Eva Kaili, l’assistente parlamentare Francesco Giorgi e il segretario (autosospeso) dell’ong No peace without justice Niccolò Figà-Talamanca - sta investendo le istituzioni europee. Forse, sotto sotto, senza troppo sorprenderle. Del resto, i palazzi di Bruxelles, terminale per eccellenza della rappresentanza d’interessi, sono al corrente del meccanismo alla base della vicenda. Che possiede addirittura una definizione precisa: élite capture. In italiano l’espressione potrebbe tradursi come cooptazione predatoria; sta a indicare la pratica di avvicinamento di membri della leadership di un Paese tramite intermediari con l’offerta di un arricchimento personale. Il proposito minimo consiste nell’ammorbidire le resistenze verso i progetti di cooperazione della potenza straniera, quello massimo nel conquistare alla propria causa un difensore d’ufficio. Provvisto di prestigio, contatti, ascendente, informazioni, conoscenza dei dossier e capacità di costruzione del consenso; pronto a intervenire, quando occorre. A ciascuno viene affidato il compito di sorvegliare gli interessi del proprio datore di lavoro e diffondere le narrazioni più consone per il loro sviluppo. A costo di alterare la realtà dei fatti, sia agli occhi delle opinioni pubbliche dei rispettivi Paesi sia a fini di consenso interno dei regimi.
La locuzione élite capture compare nel rapporto Kalniete, risultato di una laboriosa indagine realizzata dall’Inge special committee del Parlamento europeo. Questo documento resta il primo e unico testo ufficiale ad averne fatto menzione in riferimento all’attività d’interferenza e destabilizzazione di sistemi e processi democratici nei Paesi europei da parte di Russia e Repubblica popolare cinese. Accomunate dalla matrice antidemocratica dei propri governi, entrambe hanno utilizzato la tecnica per motivi di rivalità strategica nei confronti dell’Occidente. In pace e in guerra. Così, soltanto all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, è stato possibile venire a conoscenza dell’improvvisa uscita di capi di governo, ministri e alti funzionari occidentali che erano nei board di aziende russe a controllo o partecipazione pubblica: Gazprom, Rosneft, Lukoil, Sibur, Ržd, Zarubezneft, Sberbank. Figure poste dal Cremlino a protezione dei propri asset con l’obiettivo di favorire, rendere duratura e, all’occorrenza, accrescere la dipendenza economica dei singoli Paesi e dell’Europa tutta da Mosca. A ostilità aperte, indici di Borsa a picco e sanzioni imminenti, dal mattino del 24 febbraio scorso, tutti o quasi hanno rassegnato le dimissioni: Gerhard Schröder, François Fillon, Wolfgang Schüssel, Karin Kneissl, Christian Kern, Hans Jörg Schelling, Alfred Gusenbauer, Paavo Lipponen, Esko Aho, Matteo Renzi («giusto e doveroso dare un segnale»). Popolari, socialisti, liberali, conservatori. Travolti in maniera trasversale insieme all’illusione di poter costruire la pace attraverso il commercio, secondo l’adagio tedesco «wandel durch handel». Provando ad addomesticare l’orso. Oppure il dragone.
Malgrado ripensamenti e diserzioni abbiano ridotto la lista, diversi elementi di spicco dell’establishment europeo continuano a sedere nei consigli d’amministrazione delle aziende cinesi: Huawei, ToJoy, Asian Infrastructure Investment Bank, Cefc China Energy, Hainan Cihang Charity Foundation Inc. Nascosti o ben in vista vi si trovano David Cameron, Dominique de Villepin, Jean-Pierre Raffarin, Danny Alexander, Rudolf Scharping, Philipp Rösler, Štefan Füle, Yves Leterme, Jean-Marie Le Guen, Jean-Louis Borloo, Boris Tadić. Alcuni di loro preferiscono commerciare in modo indiretto sulla Via della Seta, concedendo consulenze e sviluppando attività sussidiarie. Il risultato è il medesimo: senza tante preoccupazioni per gli standard del partner, stringono legami che presto o tardi - complice il crescendo delle tensioni internazionali, stavolta tra Stati Uniti e Cina riguardo allo status dell’isola di Taiwan - saranno costretti a tagliare. Con seri risvolti per l’economia e la sicurezza nazionale.
Al di là delle due superpotenze, non bisogna sottovalutare Stati in apparenza innocui e insospettabili. Perché col tempo il ricorso all’élite capture si è esteso a diverse aree del mondo, dove non si bada a spese in pubbliche relazioni. Monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar), dittature dell’Asia centrale (Azerbaigian, Kazakistan, Uzbekistan), autocrazie di stampo religioso con ambizioni da potenza regionale (Iran e Turchia) e Stati africani dimostrano di esercitare questa diplomazia parallela con evidente padronanza, come documenta il paper “Spin doctor to the autocrats”, pubblicato nel 2015 dal gruppo di ricerca olandese Corporate Europe observatory. Ecco dunque spiegata la fascinazione, pure italiana, per la cosiddetta «diplomazia del caviale» azera, l’elogio del «Rinascimento arabo» pronunciato dal senatore Matteo Renzi al cospetto del principe saudita, le consulenze concesse dall’attuale ministro per lo Sviluppo economico Adolfo Urso a imprese di casa nostra per fare affari nell’Iran degli ayatollah, scosso dai disordini per la morte della giovane Mahsa Amini e prossimo destinatario di sanzioni.
Quale via d’uscita? Sull’esposizione delle sue classi dirigenti a tentativi di assoldamento da parte di agenti d’influenza esteri, la risposta dell’Ue è apparsa tardiva e confusa. A scandalo ormai scoppiato, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dichiarato di aver proposto l’istituzione di un ente di vigilanza indipendente. Nonostante l’impegno in questo senso, la proposta non si è ancora trasformata in un’iniziativa legislativa da presentare al Parlamento, organo riluttante a vedersi imporre una regolamentazione. Sarà per questo che, persino nella relazione presentata da Sandra Kalniete, i componenti dello Special Committee sbagliano fattispecie e usano public affairs ed élite capture come sinonimi. Col rischio di danneggiare la rappresentanza d’interessi legale e regolata. Come accade quando invitano la Commissione a valutare se i periodi di cooling-off (raffreddamento) nei casi di revolving doors (porte girevoli, cioè il passaggio di funzionari dal settore pubblico al privato e viceversa) siano ancora idonei e auspicano che gli Stati membri si adeguino in sede nazionale, dimenticando come l’ingresso in una società privata possa verificarsi anche a distanza di molto tempo dall’abbandono di una carica elettiva.
D’altra parte, i requisiti necessari perché un uomo politico diventi un efficace lobbista non decadono allo scadere di un certo termine. O, ancora, quando suggeriscono ai diretti interessati di denunciare l’avvicinamento da parte di un apparato straniero: in mancanza di una giurisdizione vincolante in materia a più livelli, la raccomandazione può risolversi nella rinuncia dell’interessato a uno stipendio a cinque zeri. In definitiva, come ammette Kalniete, «al momento l’Ue non è in grado di ostacolare la creazione di canali d’influenza all’interno delle istituzioni». Servirebbe l’intelligence, ma «anche gli strumenti di controspionaggio, dipendenti dalla volontà degli attori nazionali di condividere informazioni, rimangono scarsi». Così l’Europa si avvicina a una nuova Guerra fredda: incosciente, vulnerabile, incerta.