Apparentemente è già tutto deciso. Tra meno di un anno a giocarsi la Casa Bianca saranno i due “vecchi” Joe Biden e Donald Trump; ancora loro, proprio come nel 2020. In realtà, nei corridoi dei quartier generali dei partiti democratico e repubblicano, così come nelle stanze dei think tank e nelle redazioni dei maggiori giornali, quella che sembrava ormai una certezza inizia a sgretolarsi, o almeno a fare spazio a scenari alternativi.
I sondaggi dicono che gli americani mal sopportano questi due nomi; molti di loro vorrebbero opzioni meno divisive e sicuramente candidati più giovani. Gli intervistati ritengono che sia a destra che a sinistra si sia lavorato male. L’indice di gradimento del presidente Biden, che il 20 novembre ha compiuto 81 anni, si ferma al 40%, percentuale tra le più basse dall’inizio del mandato. A mandare, però, in subbuglio i democratici era stato un recente sondaggio del New York Times che vede Trump avanti in cinque Stati in bilico su sei. Ma anche le rilevazioni successive di Cnn, Fox News e Quinnipiac University, registrano un vantaggio del repubblicano di almeno due punti a livello nazionale.
Se è vero che per previsioni definitive è ancora presto, come ribattono dalla Casa Bianca, e se è vero che Biden non è l’unico leader a essere poco amato, la storia insegna tuttavia che raramente è stato rieletto un presidente uscente meno popolare dell’avversario politico a questo punto del mandato. Le recenti amministrative sono state una grande vittoria per i progressisti e questo sembrerebbe contrastare con i sondaggi. Ma secondo molti opinionisti gli elettori di sinistra hanno sì a cuore le battaglie dem (come quella sull’aborto), ma non vorrebbero Biden candidato. Il sondaggio del Nyt dice che il 70% degli interpellati lo ritiene “troppo vecchio”. Inoltre, nonostante l’economia vada nella giusta direzione, il caro prezzi annienta la percezione della positività del momento.
Ma la bocciatura arriva anche in politica estera: in tanti non approvano la gestione del conflitto tra Israele e Hamas. Ad allontanarsi sono soprattutto i giovani, ma su questo tema è il partito stesso a essere diviso, con la parte più progressista che preme per un cessate il fuoco. Il nervosismo a Washington è dunque giustificato. Quando David Axelrod, ex consulente strategico di Barack Obama, in un post ha suggerito a Biden di ponderare se fosse saggio o meno candidarsi, il presidente, raccontano, lo ha apostrofato con parole poco amichevoli.
«Facile dire che Biden sia troppo vecchio per ricandidarsi. Sicuramente è vero, ma chi potrebbe prendere il suo posto, tenere unito il partito e vincere le elezioni presidenziali, contro, presumibilmente, Trump?», riflette con L’Espresso Larry Sabato, uno dei più noti politologi americani. «Non c’è nessuno è questo il problema. Senza di lui il partito si spaccherebbe. La gente sta mandando un messaggio con i sondaggi. Vogliono che si faccia da parte. Tuttavia, di fronte alla scelta netta tra Biden e Trump, molti potrebbero ripensarci», spiega l’esperto.
«Sul piano dei risultati, Biden è in una posizione di forza; su quello della percezione, è invece debole. La sua squadra spera che la realtà si riallinei con la percezione prima delle elezioni 2024». Le rilevazioni, sottolinea il politologo, «non sono le urne. Chi risponde a un sondaggio sa che questo non ha conseguenze irrevocabili, le elezioni sì». La sensazione è che l’apparato dem sia seduto al tavolo di una partita di poker: bisogna puntare, prevedendo cosa farà l’avversario. Il presidente uscente è una scelta più sicura nel caso in cui Trump dovesse veramente strappare la nomination Gop. Ma i dubbi diventano paure nell’ipotesi che sia un altro il repubblicano a spuntarla. E allora, meglio andare dritti con Biden, aprire le primarie anche ad altri candidati o chiedergli di non ricandidarsi, lasciando il posto a qualcuno più giovane? Come ogni partita a poker, è una scommessa.
I democratici hanno capito che alla retorica sui successi dell’amministrazione – dagli investimenti nelle infrastrutture, al piano per ridurre il prezzo dei farmaci, alla legge bipartisan sul controllo delle armi – è più efficace sostituire quella sui pericoli di un Trump-bis. Ma se il candidato repubblicano fosse un soggetto meno polarizzante? Ad esempio, una donna più giovane, conservatrice, ma non estrema, come Nikki Haley? Molti analisti concordano che in un caso del genere la strada verso la Casa Bianca sarebbe ben più in salita per Biden.
Trump, su cui pendono novantuno capi d’accusa, oggi è in netto vantaggio sui colleghi in corsa, ma non ha ancora la nomination in tasca. Dalla scrematura dei concorrenti, potrebbe davvero emergere un’alternativa capace di aggregare voti. Haley, ex governatrice della Carolina del Sud, ex ambasciatrice all’Onu e quasi unica repubblicana aperta all’ipotesi di tutelare il diritto di aborto, in meno di tre mesi e già passata dal 7 al 13% nei sondaggi. Un’eventuale vittoria, che la porterebbe a diventare la prima donna presidente, spaventerebbe sicuramente meno i democratici e questo inciderebbe sull’affluenza alle urne; i più delusi da Biden potrebbero rimanere a casa o votare un terzo nome.
A questo groviglio di ipotesi, infatti, bisogna aggiungere il ruolo che giocheranno i candidati indipendenti Robert Kennedy Jr – dato già al 20% – e Cornel West, più la verde Jill Stein. Certo, un indipendente non ha mai vinto, ma la fetta di torta che potrebbe ritagliarsi, rimpicciolendo quella spettante ai partiti principali, potrebbe essere la più grande dagli anni ’90.