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Prima l’Ucraina, poi Gaza. Gli sforzi del presidente per mantenere l’influenza degli Usa nelle crisi internazionali aumentano il rischio di un impatto negativo sulle prossime elezioni

Quando nel gennaio del 2021 Joe Biden giurò come quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti, sul Resolute Desk, la scrivania di quercia dello Studio Ovale, il faldone più spesso era quello della politica interna: sanare le ferite inflitte dalla pandemia, rinvigorire l’economia e la classe media, ma anche combattere il cambiamento climatico scommettendo su innovazione ed energia pulita. E, prima di tutto, «guarire l’anima del Paese», le cui profonde divisioni erano culminate nell’assalto al Campidoglio.

 

In questa logica si innestava la storica decisione di archiviare lo stillicidio ventennale in Afghanistan. L’unica guerra a cui avrebbe voluto dedicarsi Biden sarebbe stata la competizione economica con la Cina. A ridefinire il passo di questa amministrazione, però, ci sono oggi due fronti aperti dall’altro capo dell’Atlantico: il conflitto ucraino-russo e ora quello mediorientale.

 

L’espressione plastica del cambiamento di ritmo si è materializzata nell’ultimo discorso di Biden alla nazione, in cui ha chiesto le risorse necessarie a difendere gli alleati e a permettere agli Usa di continuare a essere il «faro del mondo». Un intervento simile nella forma a quello di George W. Bush all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, ma di sostanza opposta. A un anno esatto dalla sfida del 2024, Biden – che in senato ha affrontato Vietnam, Afghanistan e Iraq – è determinato a non passare alla storia come «il presidente delle guerre». Etichetta già affibbiata da Donald Trump, con cui dovrà confrontarsi alle urne. Il repubblicano, infatti, non perde occasione per accusarlo di debolezza, dandogli colpa dell’invasione russa come pure dell’attacco di Hamas a Israele. Con lui alla Casa Bianca – ha detto più volte – non ci sono state guerre.

 

Ricostruzione fuorviante, per molti analisti. «La crisi in Medio Oriente ha confermato l’importanza del ritiro dall’Afghanistan. Non abbiamo risorse illimitate», ci dice Jordan Tama, esperto di politica estera e sicurezza nazionale dell’American University. «Certo, sarebbe dovuto avvenire in maniera diversa, ma sostenere che ad esempio abbia costituito terreno fertile per Vladimir Putin è sbagliato. Tra le ragioni per cui la Russia ha agito in modo più aggressivo ci sono proprio i quattro anni di Trump, che non ha mai trattato il leader del Cremlino come un avversario, negando persino le interferenze nelle elezioni americane del 2016, provate dall’intelligence». Secondo Tama, ad aver rafforzato la decisione di attaccare sono stati piuttosto alcuni segnali netti che arrivavano dall’America del tycoon: una minore ostilità dei repubblicani, un Paese completamente diviso, lo sfilacciamento delle relazioni transatlantiche. «Putin, però, non aveva calcolato che l’Occidente sarebbe stato unito contro di lui. Ora spera in un ritorno di Trump, perché interromperà gli aiuti a Kiev e cercherà di sganciarsi dalla Nato».

 

 

Anche la crisi in Medio Oriente, avverte, non può essere letta senza scavarne le radici. «Hamas pianificava da tempo». Tra le cause, le operazioni di normalizzazione diplomatica volute da Trump come gli Accordi di Abramo tra Emirati Arabi, Bahrain e Israele. «Un risultato positivo, anche Biden ha lavorato per estenderli. Ma hanno lasciato fuori la questione israelo-palestinese». Hamas temeva che Benjamin Netanyahu raggiungesse un accordo anche con l’Arabia Saudita, passo che avrebbe definitivamente relegato il problema in soffitta.

 

Le presidenziali sono lontane, ma è indubbio che per Biden questo sia un momento critico. Una posizione funambolica, aggravata da un indice di gradimento al 37%. In Medio Oriente il presidente deve supportare Israele, senza ignorare la crisi umanitaria palestinese che sta indignando l’ala progressista e il mondo arabo; e deve sfoderare tutte le armi diplomatiche per evitare un allargamento del conflitto alla regione. Sul fronte ucraino, si trova invece a fare i conti con un Congresso insofferente alla richiesta di nuovi aiuti.

 

«Sono stati sprecati miliardi in Iraq e in Afghanistan, seguiti dai costi del Covid. In un certo senso il debito è un nemico più grande della Russia», ci dice Sean McFate, esperto di sicurezza nazionale della Georgetown University. «Saremmo anche in deficit di capitale umano se mai si dovesse arrivare a un intervento diretto, solo l’1% della popolazione si arruola».

 

Le risorse non sono illimitate sul piano finanziario e diplomatico, ma il professor Jordan Tama è convinto che dal punto di vista militare gli Usa siano capaci di continuare a impegnarsi sui fronti aperti e sugli altri che potrebbero seguire, nel peggiore degli scenari, a una escalation che allarghi il conflitto all’Iran in Medio Oriente, o persino in caso di un’azione cinese a Taiwan. «L’assalto del 6 gennaio e il colpo alla democrazia hanno indebolito lo spessore della leadership americana, però è indubbio che gli Stati Uniti rimangano ancora la prima potenza militare. A oggi non c’è sostituto».

 

Se Sean McFate sottolinea come Biden sia stato di fatto un presidente forte in politica estera, la stratega Ginny Terzanoritiene che i suoi ottant’anni non siano in realtà lo svantaggio che tanti lamentano. «Ha preso in mano un Paese nel caos. L’economia che era a pezzi oggi è in crescita, come pure il mercato del lavoro. Tutti i suoi sforzi sono rivolti a calmare la nazione», commenta l’esperta, che ha lavorato come assistente speciale del presidente Bill Clinton. Biden, poi, è andato a Kiev e a Tel Aviv, il primo a farlo in tempo di guerra. Per Terzano si tratta della persona giusta al momento giusto: «Si parla tanto della sua età, ma in questa fase storica diventa un fattore importante; sul tavolo non porta solo esperienza, ma anche tanta saggezza».

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