Muro della Lega sul Mes
Come continua a dire Giancarlo Giorgetti: i parlamentari vogliono sentire una parola chiara da Giorgia Meloni. Almeno quelli della Lega, alle prese con sicuri malumori interni se si dovesse alla fine procedere con la ratifica del Mes. Per il momento però, anche se alla fine dell'anno mancano oramai appena tre settimane, il governo decide ancora di non decidere sulla riforma del regolamento del Meccanismo europeo di stabilità. Almeno fino a quando non si sarà chiusa a Bruxelles la trattativa sul Patto di Stabilità. E non affronterà l'Aula della Camera nemmeno questa settimana. Formalmente il Mes compare ancora nel calendario come ultimo punto in agenda il 14 dicembre. Ma nel frattempo dal Senato è arrivato il decreto Anticipi che va approvato in via definitiva assolutamente prima di domenica, quando scade. Quasi scontata, quindi, la richiesta di fiducia che, anche se posta subito martedì, porterà al voto finale non prima di giovedì. Quando la premier sarà impegnata proprio con l'ultimo vertice Ue dell'anno, mentre i suoi parlamentari apriranno, nel pomeriggio, la kermesse di Atreju. Al di là del calendario, che la strategia adottata in questi mesi non sia cambiata lo conferma in tv il ministro Raffaele Fitto: il Mes, ribadisce l'alfiere della premier nei rapporti con l'Europa, "è un pezzo di ragionamento ampio, andrei per ordine, vediamo in questo Consiglio Ue cosa si definisce, non può essere visto in modo autonomo".
Una teoria che però inizia ad andare stretta a Forza Italia, che insiste sull'opportunità di approvarlo proprio come "contrappeso" per il Patto di stabilità. Una sorta insomma di segnale distensivo, perché alla fine - il ragionamento di Paolo Barelli sulla falsariga di quello avanzato nei giorni scorsi dal segretario Antonio Tajani - oramai «è solo un fatto di principio» e «da capogruppo di Forza Italia dico che può essere utile per rasserenare gli altri Paesi europei e consentirci di ottenere una risposta positiva alle nostre richieste». Ma «deciderà il governo» ammette l'azzurro mentre anche il suo omologo della Lega chiama direttamente in causa l'esecutivo, e la sua leader. «Penso proprio che il 14 dicembre non discuteremo di Mes», per motivi di affollamento del calendario, premette Riccardo Molinari. Per poi ricordare che per i leghisti si tratta di uno strumento «superato» e che ora però «aspetteremo di capire le indicazioni della Meloni in merito». Che però, come si evince anche dalle affermazioni di Fitto, non avrebbe alcuna intenzione di sciogliere la riserva prima che si chiuda sul Patto di Stabilità. Perché la questione è spinosa assai, una eventuale approvazione dopo aver detto sempre no va ben motivata e vanno studiati i paletti adeguati a non perdere per strada troppi pezzi della maggioranza. L'idea resterebbe quella di legare una eventuale richiesta di utilizzo a un passaggio parlamentare, ma non è ancora definita (si starebbe valutando, ad esempio, se con emendamento o risoluzione). Ma il leghista Claudio Borghi ha già fatto sapere che non voterà «mai il Mes, piuttosto mi taglio una mano». La metafora è estrema ma la posizione è netta, e come lui ci potrebbero essere altri nelle file della Lega, ma non solo. Certo, il ddl di ratifica è stato presentato da Italia Viva e Pd e non ci dovrebbero essere problemi di numeri. Le opposizioni peraltro continuano a incalzare maggioranza e governo ad affrontare in Aula la sfida del Mes evitando di fare scelte di "autolesionismo" (i dem) e ulteriori "pagliacciate" (Iv), per via del "complottismo anti-Ue".
Schlein: «Propaganda, non si può bloccare l'Ue per un trattato»
La posizione del governo italiano sul Mes è «una vicenda paradigmatica della propaganda ideologica di questo governo. Hanno fatto fake news per anni sul Mes e ora non sanno come uscirne. Il problema è che stanno giocando con la credibilità internazionale dell'Italia. Non è possibile per ragioni ideologiche bloccare tutto il resto d'Europa sulla ratifica di un trattato. Quando lo ratifichi non stai chiedendo l'attivazione di questo meccanismo stai semplicemente permettendo ad altri di accedervi se ne hanno bisogno». Così la segretaria del Pd Elly Schlein in una intervista al Corriere della Sera.
Ignazio La Russa: «Non accetto lezioni sulla Costituzione»
«Sono in Parlamento dal 1992 e non accetto lezioni su rispetto della Costituzione e amore della libertà». Intervistato dal Corriere della Sera, Ignazio La Russa torna così sul quel grido alla Scala (confermando che «sì, davvero» non lo ha sentito) e spiega: «Io avrei detto viva l'Italia e basta, ma non ho problema alcuno se aggiungono "antifascista". È altro che un po' mi fa pensare e pure ridere». Ovvero, spiega ancora il presidente del Senato, «che è bastata una frase gridata da un appassionato di ippica perché costui si tramutasse per la sinistra in una specie di eroe nazionale, alla Scurati, che sul fascismo vive grazie ai suoi libri. Ci riflettano, qualcosa non funziona». Dunque, nessun veto a inneggiare all'antifascismo: «Certo che si può, ma solo adesso - riprende l'esponente FdI - si sono accorti che vengo dalla destra? Peraltro, da una destra dialogante. Io fui tra i primi a sostenere e lavorare alla svolta dal Msi ad An, mettendo da parte simboli e parole d'ordine che non avevano più nesso con un Paese che doveva pacificarsi». «Sono un uomo che viene dalla destra e che diventa presidente del Senato, democraticamente eletto, addirittura con i voti di alcuni avversari politici, E questo non è tollerato», dice ancora La Russa rivendicando di essere «stato sempre dialogante, e infatti anche nelle Conferenze dei capigruppo che presiedo, su tante questioni delicate decidiamo spessissimo con l'unanimità». Certo, non nasconde che «sulle uscite, ce ne saranno un paio che non rifarei, una per tutte quella di via Rasella. Fu un errore - ammette La Russa - seppur involontario. Il busto è roba vecchia, ora sta a casa di mia sorella. A casa mia avevo anche cimeli russi, della Cina di Mao... e quella ripresa televisiva era vecchia di anni e mai utilizzata prima. Ma non sono questi i motivi. È che forse non si sopporta che nel mio discorso di insediamento parlai della necessità di un superamento delle divisioni, di una pacificazione nazionale che metta veramente fine a un interminabile dopoguerra. Ma io - ribadisce il presidente del Senato - mi muoverò sempre in questo solco. Non a caso sono felice dell'ottimo rapporto con la senatrice Liliana Segre».
Gaza: domani Assemblea generale dell'Onu dopo veto Usa
Dopo il veto americano su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva un "cessate il fuoco umanitario" a Gaza, domani prenderà il via una riunione straordinaria dell'Assemblea generale dell'Onu. L'incontro è stato richiesto dai rappresentanti dell'Organizzazione per la cooperazione islamica e del gruppo arabo. Secondo fonti diplomatiche, l'Assemblea Generale, le cui risoluzioni non sono vincolanti, potrebbe decidere un testo. La bozza di testo visionata dall'AFP riprende in gran parte la risoluzione respinta venerdì dal Consiglio di Sicurezza a causa del veto americano. Il testo esprime preoccupazione per la "catastrofica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza", "chiede un immediato cessate il fuoco umanitario". Chiede inoltre la protezione dei civili, l'accesso umanitario e il rilascio "immediato e incondizionato" di tutti gli ostaggi. Alla fine di ottobre, dopo quattro insuccessi in dieci giorni da parte del Consiglio di Sicurezza, l'Assemblea Generale aveva invocato, a larghissima maggioranza (120 voti favorevoli, 14 contrari e 45 astensioni), una "tregua umanitaria immediata, duratura e prolungata, che porti alla cessazione delle ostilità" tra Israele e Hamas. Due settimane dopo il Consiglio è riuscito ad adottare una risoluzione che chiedeva "pause e corridoi umanitari" nella Striscia di Gaza, non un "cessate il fuoco" e nemmeno una "tregua". La settimana scorsa, invocando per la prima volta l'articolo 99 della Carta delle Nazioni Unite che permette al Segretario generale di riunire il Consiglio su una questione che "potrebbe mettere in pericolo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale", Antonio Guterres aveva esortato il Consiglio a spingere per un "cessate il fuoco umanitario", denunciando la "punizione collettiva" inflitta ai palestinesi. «Purtroppo il Consiglio di Sicurezza non è riuscito a farlo - ha lamentato ieri, descrivendo un Consiglio le cui - autorità e credibilità sono state seriamente compromesse». Venerdì la risoluzione preparata dagli Emirati Arabi Uniti in risposta alla richiesta del Segretario Generale, che chiedeva un "cessate il fuoco umanitario immediato" a Gaza, è stata bloccata dagli Stati Uniti. Ha ricevuto 13 voti a favore, uno contrario e un'astensione.
Ucraina: Zelensky martedì da Biden e al Congresso
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà a Washington martedì per incontrare il presidente Joe Biden e perorare la sua causa davanti ai repubblicani che si oppongono a nuovi stanziamenti, mentre gli aiuti già messi a bilancio si esauriranno tra poche settimane. In una intensa attività diplomatica dopo l'annuncio della Casa Bianca, un consigliere di Mike Johnson ha fatto sapere che anche il nuovo portavoce repubblicano della Camera - che ha cercato di legare gli aiuti all'Ucraina ai finanziamenti per la sicurezza dei confini degli Stati Uniti - si incontrerà martedì con il presidente ucraino. E un funzionario del Senato ha detto che anche il leader della maggioranza democratica Chuck Schumer e il leader repubblicano Mitch McConnell hanno invitato Zelensky a parlare in una riunione di tutti i senatori martedì mattina - una settimana dopo che diversi repubblicani erano usciti da un briefing riservato sull'Ucraina durante il quale sarebbe dovuto intervenire in video. Biden e Zelenskyj «discuteranno dei bisogni urgenti dell'Ucraina e dell'importanza vitale del continuo sostegno degli Stati Uniti in questo momento critico», ha detto in una nota la portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre. La presidenza ucraina ha affermato che l'incontro si concentrerà su questioni chiave come «progetti congiunti sulla produzione di armi e sistemi di difesa aerea, nonché sul coordinamento degli sforzi tra i nostri paesi nel prossimo anno». La scorsa settimana i senatori repubblicani hanno bloccato 106 miliardi di dollari in aiuti di emergenza per Ucraina e Israele come forma di rappresaglia per l'esclusione delle riforme delle norme sull'immigrazione che avevano richiesto come parte del pacchetto. È stata una battuta d'arresto per Biden, che aveva esortato i legislatori ad approvare i fondi, avvertendo che il presidente russo Vladimir Putin non si sarebbe fermato con la vittoria in Ucraina e avrebbe potuto persino attaccare una nazione della Nato. Shalanda Young, capo dell'Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca, ha ribadito questa paura su "Face the Nation" della CBS, avvertendo che «anche la nostra sicurezza nazionale è influenzata» dal destino dell'Ucraina.