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Politica
marzo, 2023

Nomine di Stato, la prova di forza di Giorgia Meloni e le richieste di Matteo Salvini: chi sono i favoriti

Si aprono le trattative ai vertici del governo per scegliere i vertici di Eni, Enel, Poste, Leonardo & C. Poi tocca ai rappresentanti dei partiti. Ecco chi sono i favoriti. E la premier vuole Donnarumma, Cingolani e Cattaneo

Forza, su con le gambe, la favella, le spinte finali. Questo è il momento. Non è tollerata la stanchezza. Vero. Troppe chiacchiere. Così tante che le nomine di Stato appaiono fatte e invece neanche una è fatta. Perché adesso, signori, parte il processo osmotico nel governo. Quando il potere viene concepito, e spesso eccepito. Cioè la presidente Giorgia Meloni e i vicepresidenti Matteo Salvini e Antonio Tajani aprono il cosiddetto tavolo politico di alto livello. Un paio di settimane di intense riunioni per rendere schematico, e soprattutto equilibrato, il frullato di posti con Eni, Enel, Poste, Leonardo, e ancora la banca Mps, l’infrastruttura elettrica con Terna, la rete ferroviaria con Rfi, la centrale acquisti con Consip, la ricca Sport e Salute. Com’è palese non è equilibrato, invece, il tavolo politico di alto livello poiché pende verso Meloni. Tajani è un pluridecorato per le molteplici cariche che assorbe in sé, ministro degli Esteri, coordinatore nazionale di Forza Italia, capodelegazione presso il governo, ma è isolato, quasi un senza patria, anzi la sua patria, il partito, è un luogo pericoloso, di guerriglia urbana e dunque saggiamente è schiacciato sulle posizioni di Meloni. Vale se aggiunge, non se propone. Un esempio. Un gruppo di leghisti anonimi, lo scorso mese, in un comunicato ufficiale ha invocato «discontinuità» per l’Eni. Era un espediente per aggiustare il tavolo politico di alto livello, mica per far vacillare l’amministratore delegato (ad) Claudio Descalzi, più stabile di mezzo governo e forse più. E però il ministro Tajani, in una recente intervista fra la quarantina che ha rilasciato, s’è speso in una inutile blindatura di un ad già blindato di suo. Il tavolo politico di alto livello, a tre, è convocato per definire la guida di Mps. La lista va depositata entro l’ultima domenica di marzo. Il resto va in aprile e riguarda decine di consigli e, a cascata, di collegi sindacali e dirigenti generali. Il tavolo politico di medio livello, il più folto, ha una composizione variabile.

 

Ogni partito ha i suoi esperti. Per Tajani c’è Tajani. Per l’altra Forza Italia ci sono i capigruppo parlamentari Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo. E da villa San Martino di Arcore incombe Silvio Berlusconi con la quasi moglie, nonché deputata, Marta Fascina. Il capitano leghista Salvini ha consegnato il tavolo politico di medio livello al prof. deputato Alberto Bagnai che coordina una variopinta formazione con i parlamentari Andrea Paganella, Claudio Borghi, Giulio Centemero, Federico Freni. Oltre alla presidente Meloni, Fratelli d’Italia è il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, il più influente, il più autonomo; per specifiche decisioni si possono consultare i ministri, indubbiamente Francesco Lollobrigida (Agricoltura) oppure Guido Crosetto (Difesa).

 

Il tavolo politico di medio livello ha l’incarico di attuare e completare gli ordini impartiti dal tavolo politico di alto livello e si può sbizzarrire con le società non quotate in Borsa e con i membri dei Cda. Questo profluvio di ambizioni, pressioni, tatticismi si abbatte sul Tesoro col ministro Giancarlo Giorgetti, l’unico che ha la penna per firmare le nomine. C’è solo un modo per costringere questa carovana di politici, a volte indisciplinati, a rispettare le regole: aumentare le regole. E Giorgetti ne ha messe parecchie. Con la nuova direttiva di gennaio. Con le tre società di cacciatori di teste. I consulenti Spencer Stuart, Eric Salmon, Key2People non hanno un ordine gerarchico, nessuno comanda sull’altro, ciascuno è assegnato a un’azienda, tutti valutano i candidati. Giorgetti non accetta esitazioni per le quotate.

 

Il Monte dei Paschi è la chiave per sbloccare le altre nomine. Il Tesoro, che è l’azionista di controllo, ha già istruito la pratica con due figure che soddisfano i criteri bancari, un uomo e una donna. La faccenda si fa complicata con Eni, Enel, Poste, Leonardo. Siccome i leghisti non si caricano sul proprio conto il quarto mandato di Descalzi, sono convinti che possano reclamare altrove. La multinazionale di San Donato ha bisogno, però, di un presidente che possa integrarsi. Una soluzione istituzionale conduce all’ambasciatore Ettore Sequi, che ha appena finito la sua carriera in diplomazia da segretario generale della Farnesina. La scontata uscita di Francesco Starace (ad) e Michele Crisostomo fa concentrare gli appetiti su Enel che deve insistere con la riduzione del debito e accelerare con la transizione ecologica. Meloni è fermamente intenzionata a promuovere Stefano Donnarumma che fu promosso in Terna dai Cinque Stelle. Anche Flavio Cattaneo, attualmente vicepresidente di Italo, ex di Rai, Tim, Terna fra le altre cose, è un papabile in quota Fratelli d’Italia, irrobustito dal fresco sostegno leghista.

 

L’incastro per Leonardo è il più enigmatico. Su piazza Monte Grappa aleggia il profilo di Roberto Cingolani, ex ministro nel governo di Mario Draghi, consigliere per l’Energia nel governo di Meloni, già responsabile Tecnologie e Innovazione di Leonardo, un mese fa indicato consigliere di Industrie De Nora (idrogeno), un passaggio considerato prodromico al ruolo di presidente o addirittura di amministratore delegato nella multinazionale delle armi. Meloni ha almeno tre desideri e sono Donnarumma, Cattaneo, Cingolani. È improbabile che non venga accontentata. Ancora per Leonardo è sempre forte l’ipotesi Lorenzo Mariani di Mbda Italia. Il governo ha apprezzato l’iniziativa di gas e luce di Poste che ha impegnato l’ad Matteo Del Fante nel suo secondo triennio. Il progetto s’è compiuto giusto in tempo per le nomine e potrebbe risultare determinante. Giuseppe Lasco, condirettore di Poste, viene spesso menzionato per un ritorno da amministratore delegato in Terna. Il “sodalizio” fra Lasco e Del Fante va avanti dal 2014 quand’erano assieme in Terna e se Del Fante continua è plausibile che lo farà con Lasco.

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