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Politica
marzo, 2023

Enrico Borghi: «Elly Schlein ha acceso una speranza. Ma ora stia attenta ai falsi nuovi»

Il senatore vicino a Guerini e già uomo chiave della segreteria Letta, spiega perché resta nel Pd. «La sua vittoria rappresenta un salto strutturale, non la fine. E nemmeno un ritorno indietro. Ora il partito è a un bivio, lei ha le chiavi»

Un salto di specie su cui costruire un nuovo Pd. Con un'apertura di credito verso Elly Schlein. Sperando non si fidi troppo di Conte, e non si affidi troppo a Nicola Zingaretti e alla sinistra dem - errori da non ripetere. Se non fosse cresciuto nella sinistra democristiana, se non fosse novarese come Oscar Luigi Scalfaro (condividendo con lui la passione per gli apparati), Enrico Borghi, 55 anni, dieci in parlamento e altri venti in politica (Ppi, Margherita, Pd), vicinissimo a Lorenzo Guerini e già uomo chiave nella segreteria di Enrico Letta, la direbbe coi nomi. Si esprime con un linguaggio più felpato, per spiegare perché resta nel pd pur avendo appena perso il congresso.

 

Se lo aspettava?
No, soprattutto non immaginavo la diserzione al nord dell'elettorato riformista, che non è stato mobilitato. In qualche modo Bonaccini ha fatto come Bersani nel 2013. Ha dato la partita già per chiusa.

 

E Schlein?
Rappresenta un salto strutturale, direi addirittura un salto quantico per il Pd: perché è l'affermazione per la prima volta in Italia della cultura woke, quella anglosassone, fortemente ancorata ai temi dei diritti, delle minoranze, del politically correct.

 

Enrico Borghi

È la fine del Pd?
È un salto di fase rispetto alle culture originarie del Pd. Il ramo degli ex popolari è stato sconfitto, e gli eredi del Pci si sono culturalmente arresi a questa cultura che fa della radicalità la propria cifra, ma non concordo con chi dice che ora finalmente il pd può interpretare la sua natura vera, di sinistra. E nemmeno credo si tratti di un ritorno all'antico, che è una descrizione macchiettistica: il punto vero è il nuovo equilibrio che si può trovare.

 

C'è ancora l'ipotesi di una scissione?
Il Pd è a un bivio, le cui chiavi sono in mano a Schlein, che ha acceso una speranza e anche per questo va seguita con attenzione. È il motivo per cui io ed altri restiamo. Se questa cultura nuova, che si è formata nel voto, è in grado di fare sintesi con la cultura più istituzionale che noi rappresentiamo, abbiamo la chiave per un Pd moderno e competitivo. Dopotutto Biden e Ocasio Cortez sono nello stesso partito. Se invece dovessero prevalere le tendenze al settarismo - come potrebbe far pensare la battuta fatta da Mattia Santori contro Beppe Fioroni - ci sarebbe il rischio di una minorità.

 

Walter Veltroni si è detto «fiducioso che Elly riesca a portare il Pd alle sue origini di un partito di sinistra in grado di conquistarsi la maggioranza degli elettori». Secondo lei Schlein ha una idea maggioritaria o minoritaria del Pd?
I primi passaggi - la linea sull'Ucraina, la visita silenziosa a Cutro, la richiesta di dimissioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi - sono stati giusti, equilibrati. Raccontano di una persona che sa suonare i tasti in maniera adeguata, alternando idealità e pragmatismo.

 

Fa bene a parlare con Conte?
La politica è movimento, se il Pd torna a esercitare una funzione di leadership, significa che può parlare a chi non va più a votare e che può tendere a svuotare il M5S. Quanto a Conte, è talmente camaleontico che, qualora dovesse capire che il recupero del Pd è strutturale, si trasformerà nuovamente nell'epigono di Padre Pio. Per ora, saluto con favore il superamento dell'eresia di accostarlo ad Enrico Berlinguer e colgo l'occasione di ricordare la bestemmia di averlo paragonato ad Aldo Moro – perchè è successo anche questo.

 

Quali rischi deve schivare la neosegretaria?
Sotto la superficie del Pd si muovono dinamiche molto tradizionali. Per rompere cordate e correnti deve esercitare una azione politica forte, altrimenti si consegna a chi ha solo questo, nel suo software. Né andrebbe lontana con una idea del tipo arrivano i nuovi renziani. Anche quella è una dinamica malata.

 

C'è chi dice che fare peggio di Letta è impossibile: servirebbero due segretari.
Il tempo dimostrerà invece che ha svolto un compito essenziale. Nella primavera del 2021, coi sondaggi al 14 per cento, pezzi del partito che giudicavano irreversibile l'egemonia di Conte, che era al 25, noi sembravamo i commissari liquidatori del partito. Ci sono amici e compagni che nel corso di questi due anni, grazie al fatto che noi abbiamo preso il vento in faccia, si sono rapidamente ricostruiti una verginità e adesso si presentano a fianco di Elly dicendo di essere il nuovo, ma avevano già vinto il congresso nel 2019. Spero che Schlein abbia contezza di quello che è capitato, ma penso che tra qualche anno si dirà che siamo stati noi a salvare il Pd.

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