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Attualità
marzo, 2023

«Nostra figlia ora non ha più una madre: lo Stato l’ha resa orfana»

La storia della piccola Aurora, a cui la burocrazia ha già due volte prima riconosciuto e poi cancellato una delle madri: «Per il mondo “fuori” la nostra famiglia non è mai stata un problema. Lo è solo per la politica»

La storia è così: c’è una bambina che perde sua madre due volte. Aurora (nome di fantasia) vive a Genova, oggi ha cinque anni. Figlia di Maria e Paola, due donne che a L’Espresso raccontano l’insensatezza di una politica che dimentica i bambini, troppo occupata a dividersi tra chi dice Famiglia e chi dice famiglie, tra chi fissa un modello esclusivo per tutti e chi osserva che i nuclei sono cambiati e le famiglie arcobaleno esistono.

 

«Dopo 13 anni insieme, abbiamo pensato di allargare la famiglia» raccontano Maria e Paola. Per le coppie omosessuali i figli nascono da pensieri lunghi, gravidanze della mente che durano anni, è una delle differenze del loro venire al mondo rispetto ai figli di una coppia etero fertile. Il bimbo nella mente di gay e lesbiche staziona a lungo, così le due donne decidono di iniziare il loro progetto di genitorialità grazie alla procreazione medicalmente assistita: «La PMA non è accessibile in Italia alle donne single, né alle coppie lesbiche. Ci siamo rivolte all’estero. Prima in Danimarca poi in Spagna».

 

È l'inizio di un viaggio faticoso tra visite, colloqui, analisi, calendari. Un’odissea che sfinirebbe anche l'essere più paziente della terra. Tanta fatica, molti soldi. Nel 2018 nasce finalmente Aurora. «Arrivate in Italia chiediamo al Comune il riconoscimento della doppia maternità ma l’amministrazione guidata dal sindaco Bucci lo nega». Le madri non si arrendono, portano l’amministrazione in Tribunale e vincono nel 2019. Ma non finisce qui, il sindaco del centrodestra impugna la decisione del tribunale e il 10 giugno 2020 la Corte di Appello revoca la precedente decisione disponendo la rettifica dell’atto di nascita.

 

Aurora perde il secondo cognome, la madre sociale perde ogni diritto e dovere nei suoi confronti. Per lo Stato, così, Aurora risulta improvvisamente madre soltanto di Paola, cioè la madre biologica. «Per il mondo fuori non è stato un problema. Chi ci vede per strada non pensa “ecco la mamma e la zia”, dice “ecco le due mamme”. Vale per tutti, al nido, a scuola, dal pediatra».

 

Il mondo fuori è indifferente alle ideologie politiche che decidono sulla pelle delle persone: «A loro non importa nulla - spiega Paola – ma su altre questioni, per così dire tecniche, diventa tutto più difficile. Sono l’unica genitrice da un punto di vista economico, ad esempio, cose che sembrano normali come un assegno familiare o un aiuto in busta paga diventano cose straordinarie. Potrei morire domani e Aurora per lo Stato resterebbe orfana».

 

La loro vita, come quelle di moltissime famiglie omogenitoriali, diventa un ammonticchiare di carte su carte per dimostrare che allevano la loro figlia. Maria, la co-madre, è costretta a portare sempre con sé una autorizzazione firmata dalla mamma biologica per esibirla nei casi più semplici come quelli più complicati: se Aurora deve essere ricoverata, ad esempio. Nel caso di premorte della mamma biologica, la figlia viene considerato adottabile, perdendo entrambe le genitrici in un colpo solo. Unico modo: nominare la partner come tutrice in un documento depositato dal notaio, sperando che il giudice possa tener conto.

 

«Ci abbiamo provato, abbiamo aspettato che le acque si calmassero, sperato in un governo realmente interessato ai diritti sociali ma dopo tanto abbiamo deciso di chiedere l’istituto della stepchild adoption. È umiliante però il fine è proteggere nostra figlia».

 

Richiedere l’adozione del figlio del partner vuole dire aprire la propria vita al Tribunale per i minorenni: «La nostra casa è attraversata da assistenti sociali, carabinieri e magistrati. Sono dei professionisti, non c’è dolo ne colpa nei loro confronti, tuttavia, avere degli stranieri in casa che giudicano il rapporto che abbiamo con nostra figlia che è nostra figlia dalla nascita non può che metterci a disagio». All’esame la madre sociale, Maria, che deve adottare sua figlia una bambina che c’è, non deve arrivare. Che lei accudisce dal primo vagito. «C’è da dire inoltre che la mamma Maria è stata una mamma per la legge a tutti gli effetti per un anno. Riconosciuta con un atto dello stato civile. La politica ha deciso che non andava bene. Adesso veniamo trattate come un qualsiasi coppia che tenta di fare un'adozione in caso particolare».

 

Come hanno spiegato questo mondo di adulti ad Aurora?  «Lei ha cinque anni sa di avere un nome e due cognomi. È una bambina molto intelligente e si presenta così alle persone. Le abbiamo fatto vedere il vecchio passaporto che adesso non è più valido e le abbiamo spiegato: questi signori sono qui per farti riavere il cognome anche di mamma Maria sul passaporto».

 

La bambina ha esordito così a una visita degli assistenti sociali, li ha fissati, ha sorriso e ha chiesto: adesso posso riavere il cognome di mamma Maria? Ancora presto. Il processo non è concluso. Ma come ha già dichiarato a L’Espresso, Stefano Chinotti, Avvocato di Bergamo, membro della Commissione diritti umani del Consiglio Nazionale Forense: la giurisprudenza è ormai pacifica nel dire che il certificato dei nati all’estero con due mamme possono essere trascritti in Italia. Maria e Paola sono ottimiste: «Resta il problema della politica», e mentre lo dicono negli studi televisivi, sui quotidiani, sui social, in Parlamento la politica discute di qualcosa che nella realtà è già un fatto. In ritardo, al rimorchio come sempre.

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