Sono state due settimane importanti per il comparto creativo di Milano, con art-week e design-week ad animare la città. E se le settimane finiscono, le mostre invece continuano e tra le inaugurazioni più attese uno dei primissimi posti è per Osservatorio, spazio “satellite” di Fondazione Prada, dove arriva la prima personale in Italia di Dara Birnbaum (New York, 1946). E se le sale si trovano al quinto e sesto piano della Galleria Vittorio Emanuele II, uno dei lavori più significativi è visibile a chiunque passi di lì e voglia capire qualcosa di questa grande artista: si tratta di Technology/Transformation: Wonder Woman (1978-79). Un montaggio riguardante la più nota delle eroine, con il quale l’artista decostruisce il suo mito e ce lo consegna sotto un’altra prospettiva, sottolineando la capacità dei mass media di banalizzare figure eroiche femminili. Con gli occhi di Birnbaum anche noi ci accorgiamo che il personaggio non può che essere un’invenzione maschile, infatti Wonder Woman è una segretaria (di un uomo, ovviamente) che all’occorrenza si trasforma nello stereotipo della donna sexy.
Il lessico di Dara Birnbaum passa proprio attraverso lo sfatamento della narrazione televisiva americana. Infatti proprio dopo un viaggio in Italia e l’incontro con alcuni artisti come Acconci o Oppenheim decide di abbandonare la pittura e usare il video. Ma mentre tutti cercavano ispirazione nel cinema, lei capisce che è la televisione il vero punto di riferimento delle famiglie americane. Da quel momento ne sfida i canoni ribaltando il caposaldo della cultura popolare. Nella mostra curata da Barbara London con Valentino Catricalà ed Eva Fabbris, vediamo dunque immagini televisive scorrere attraverso installazioni scultoree e la scelta di non seguire un ordine cronologico sottolinea la molteplicità dei linguaggi usati. Tra generatori automatici di spazi per prodotti Sony, collage delle notizie diffuse in diretta mentre gli Stati Uniti iniziavano a bombardare l’Iraq e il tentativo di approfondire la separazione tra il corpo e la sua rappresentazione attraverso azioni ripetitive e manipolazioni della telecamera, si arriva al lavoro più recente dell’artista, “Journey: Shadow of the American Dream”. Questo girato esplora il tema della memoria con un montaggio di filmati 16mm girati dal padre della stessa Birnbaum, raccontandoci in particolare la cultura del dopoguerra, tra fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta. Quelli della sua infanzia, gli anni in cui ognuno di noi comincia un rapporto morboso col mezzo televisivo, che sembra al tramonto ma è più vivo che mai, perché sa cambiare forma.
LUCI
L’Fbi ha lanciato un’app che potrà essere usata liberamente per verificare che le opere d’arte abbiano un percorso che rientra nella legalità, grazie allo Us National Stolen Art File, il più grande database al mondo di beni culturali rubati. Esiste da tempo, ma fino a oggi lo potevano usare solo le forze dell’ordine.
E OMBRE
L’artista Gabriele Picco per una rassegna viene invitato a esporre un’opera per le strade di Bolzano e decide per una lapide con la foto di una nuvola al posto di quella di un defunto. «Offende la religione», dicono gli esercenti. E il Comune che fa? La censura. A essere morto e aver bisogno di una tomba qui è il senso del ridicolo.