Addenta la bistecca alla fiorentina come fanno i veri cowboys. «Io sono un po’ cowboy, molto cowboy», dice senza far capire se scherza o fa sul serio. Però parla pacatamente, come i veri diplomatici, misurando le parole, anche quelle più forti che, si capisce, non le rilascia per caso o per colorire la sua conversazione in un italiano quasi perfetto. Ha una visione molto “americana” del mondo ma non per questo meno profonda. Alec Ross, esperto di tecnologia, è stato consigliere del Dipartimento di Stato per l’Innovazione con Hillary Clinton e ha guidato la politica tecnologica per la campagna presidenziale di Barack Obama. Ha accettato di parlare con L’Espresso della guerra in Ucraina e di cosa le si muove intorno. Alec ha origini abruzzesi. Vive tra gli Stati Uniti e l’Italia e insegna alla Business School dell’Università di Bologna, la città di cui si è innamorato. Ha pubblicato due bestseller mondiali. È un analista che ha visitato oltre 100 Paesi dei 196 presenti sul mappamondo. Gestisce Amplo, una società di venture capital che ha asset per oltre 2 miliardi di dollari. Fa parte di diversi consigli di amministrazione di aziende specializzate in tecnologia, finanza, istruzione, risorse umane e cyber security. I suoi consigli sono molto ascoltati dal mondo liberal americano soprattutto in tema di conflitti, tecnologie e innovazione.
Alec, come hai conosciuto Obama?
«Ho lavorato a molti progetti nel quartiere South Side di Chicago. Lì ho incontrato un politico locale che nel 2004, dopo aver perso pesantemente le elezioni nel 2000, voleva diventare senatore. L’ho aiutato e ha vinto. Quattro anni dopo ha deciso di candidarsi come presidente degli Stati Uniti e l’ho aiutato nella gestione delle tecnologie e dell’innovazione: era Barack Obama. Quando ha tentato di diventare senatore era quarto nei sondaggi con il 3% e abbiamo usato la tecnologia per ribaltare il pronostico. Poi è andato tutto molto bene».
E Hillary?
«Successivamente, anche Hillary Clinton, sconfitta da Obama alle primarie Dem nel 2008, mi chiese supporto e mi disse: “You beat me but you did so class” (Mi hai battuto, ma lo hai fatto con classe). Poi per quattro anni, grazie all’Innovation Agenda legata all’estero, ho gestito tutti gli affari in Libia. E anche altro».
I dossier più difficili da gestire?
«Sicuramente Libia e Siria. In Libia non ho gestito tutti gli affari. È stato un disastro, ma anche una parte molto piccola del mio portafoglio. Ho lavorato a livello globale ma il responsabile era il mio collega Chris Stevens assassinato a Bengasi nel 2012. Il mio ruolo era ripristinare le comunicazioni e seguire alcuni programmi. Altri dei miei incarichi sono stati più duraturi e di maggior successo. Abbiamo lavorato per cacciare Gheddafi dal potere ma abbiamo fatto il grave errore di non avere pronto un successore. Quindi l’80% è andato bene, il 10% è stato un fallimento e il 10%... vediamo. Dicono anche che sia stato tra quelli che hanno innescato la guerra tra Russia e Ucraina. Tutte balle. Non vado da quelle parti da sette anni».
Allora, come è nata la guerra tra Russia e Ucraina?
«Credo che sia iniziata quando Putin ha pensato che invadere l’Ucraina sarebbe stato facile come conquistare la Crimea e che nonostante le sanzioni prima o poi l’Ucraina sarebbe diventata russa. Biden invece ha deciso l’opposto».
Quanta responsabilità ha la Nato in questa guerra?
«Zero per cento».
Putin dice che era stato circondato…
«Fanculo Putin. Questa è un’assurdità. Non c’era nessun piano di espansione della Nato in Ucraina, ora sì ovviamente. Questa guerra ha solo una ragione: l’aggressione della Russia all’Ucraina. Putin in un certo senso vorrebbe ricostituire l’Unione Sovietica».
Come può finire?
«È possibile che la regione diventi una specie di nuova penisola coreana ma invece che tra nord e sud ci sia una divisione tra est e ovest. Bisogna capire dove verrà tracciata la linea, perché in realtà è molto importante anche una variazione di 20/30/40 chilometri a causa dell’accesso alle materie prime. Nel Donbass infatti non c’è solo il grano ma anche il gas neon che viene utilizzato nella chirurgia nei laser. Non ci sono solo le materie prime ma anche le terre rare. Per concludere il conflitto militare penso che serva l’intervento dei cinesi. Ora l’unico uomo che controlla Putin è Xi Jinping perché con le sanzioni dall’Occidente adesso Putin deve vendere tutto in India, nel Golfo, in Cina».
C’è il rischio che si allarghi il conflitto?
«Alcune settimane fa Putin ha parlato della sovranità della Moldavia. Dobbiamo pensare alla lezione della Prima Guerra Mondiale e quindi dobbiamo sempre lavorare per limitare il conflitto che purtroppo attualmente vuol dire lasciare che i Russi facciano quello che vogliono».
Quanto pesa l’Europa?
«Dal punto di vista degli aiuti militari molto poco. Sono invece molto importanti, direi decisivi, quelli di Gran Bretagna e Stati Uniti. L’Europa invece è importante per le sanzioni economiche che stanno avendo effetti significativi».
Biden è il presidente giusto?
«Per il momento sì. Non esiste un altro nome possibile e ragionevole nel contesto politico attuale. Il problema per i Democrats ora è che non c’è un successore. Biden è vecchio e la domanda è: chi potrebbe esserci dopo di lui?».
Un ritorno di Hillary?
«Hillary Clinton è da escludere perché ha detto basta. Ha più di 70 anni, ha dei nipoti e ha una vita diversa. È una figura più del passato che del futuro».
C’è il rischio di una guerra nucleare?
«Sì, non si è mai a 0% di rischio. Per esempio: c’è l’indicazione che Putin abbia il Parkinson. Se lui è davvero malato cosa potrebbe fare se sapesse che è arrivato alla fine? È un rischio. Comunque l’unico modo in cui potrebbe esserci una guerra nucleare è che la cominci la Russia. Gli americani non lanceranno mai il primo missile».
Putin può essere destituito?
«È molto difficile. Ha creato un sistema, un reticolo di relazioni, attraverso il quale controlla tutta la Russia. Se decide di fare qualcosa nessuno nel suo Paese può fermarlo. Attorno a lui ha la bolla dei Siloviki. Sono 5-6 persone in rappresentanza di agenzie statali responsabili dell’applicazione della legge come agenzie di intelligence, forze armate e altre strutture a cui lo stato ha delegato il diritto di usare la forza. In gran parte provengono dall’ex Kgb da cui proviene anche Putin. Lui ha creato le condizioni per non avere mai una rivoluzione nel Paese».
E se invece qualcuno riuscisse a farlo?
«Dovrebbe avere la forza e l’organizzazione per sostituire in pochissimo tempo la rete di potere che Putin ha creato. Non sarà facile. In caso contrario la Russia potrebbe esplodere. Molte repubbliche potrebbero prendere la via dell’autonomia. E con le tante atomiche disseminate per il Paese, non si sa cosa poterebbe accadere».
Cosa ne pensi del mandato di cattura internazionale a Putin per crimini di guerra?
«Per quanto odi Putin (e sì, lo odio), non penso che sia stato produttivo per tre motivi: in primo luogo, non verrà mai effettivamente arrestato, quindi è più di facciata che sostanziale. In secondo luogo, rende più difficili i negoziati di pace. È normale che i leader mondiali si rechino in siti neutrali per i negoziati. E questo non potrà farlo. In terzo luogo, penso che potrebbe continuare a radicalizzare psicologicamente Putin. Mi preoccupo per le decisioni che potrebbe prendere di fronte alla sconfitta o alla fine della sua vita. Credo che lo renda più propenso a usare armi nucleari, non meno».
Chiudiamo con la Cina. Che ruolo può avere nella vicenda ucraina?
«Ha più potere per porre fine a questo conflitto di qualsiasi altro paese diverso dalla stessa Russia. Putin dipende dalla Cina per le sanzioni e per gli armamenti. A questo punto, Xi Jinping ha approfittato della situazione a suo vantaggio economico. È stato in grado di acquistare petrolio, gas e altre materie prime con un forte sconto. Ha anche aumentato i prezzi delle materie prime cinesi. La Cina potrebbe cambiare strategia se le dinamiche economiche dovessero cambiare, ma per ora sembra che si stia godendo il modo in cui questa situazione sta riorientando l’ordine globale».