Il vero problema è che nessuno sembra aver capito, nell’opposizione e tra gli analisti, che la grammatica della politica cattolica è radicalmente, definitivamente cambiata. Che i feti abortiti come portachiavi e le marce per la vita lugubri appartengono a un tempo ormai scivolato via. Il Novecento è ormai bruciato e il vento dei primi anni Duemila ha portato via le ceneri. Per capire il nuovo corso dei gruppi anti-scelta e anti-gender (parola chiave del salto evolutivo di quelli che un tempo venivano chiamati antiabortisti) bisogna appostarsi accanto alle vetrine colorate della sede di Roma di Pro-Vita e Famiglia: per intenderci l’organizzazione dietro gli enormi manifesti contro l’aborto che appaiono ogni anno a ridosso dell’anniversario della legge 194. Via Manzoni 28, porta girevole di preti e sottosegretari, di presidenti di partito e portaborse. La storia è complessa ma riassumibile: dal 2013, cioè delle prime mobilitazioni contro il gender si è assistito alla crescita esponenziale di una parte delle associazioni nate all’interno del mondo de La Marcia Per La Vita, come Pro-Vita ad esempio, nello spazio pubblico. Hanno acquisito risorse economiche, sono diventate interlocutrici politiche e hanno occupato posti di potere. È successo a poco a poco.
Ma nella storia della politica italiana, dopo i nostalgici del duce, l’arrivo dei Pro-Vita in Parlamento segna un nuovo corso. Perimetra con chiarezza il confine culturale e politico della nuova destra, supera i tre modelli di destra italiana (mussoliniana, dorotea, berlusconiana) e regala un clima atwoodiano, un effetto “Racconto dell’Ancella” che dalle piazze e dai social raggiunge le stanze dei bottoni.
Tutto nasce da una scissione, quella con il vecchio movimento per la vita, liquidato dai “nuovi” come fallimentare. Una «delusione» l’esperienza di Carlo Casini, «inopportuna e sbagliata» la mossa di Mario Adinolfi di fondare un partito. Per Massimo Gandolfini, oggi con un ruolo da consulente del governo, i nuovi pro-life devono «contaminare» la politica. Neurochirurgo investito del «dono dello Spirito Santo per portare a termine la missione», la strategia del «contagio» lo ha avvicinato nel giro di un decennio a Fratelli d'Italia che con entusiasmo ha da sempre seguito questo nuovo corso anti-scelta fin dalla sua prima manifestazione a luglio del 2013 a Roma. Più ancora della Lega, che si è affacciata in maniera opportunistica, mai pienamente convinta, alla finestra del neocattolicesimo radicale.
La fusione registra elementi del vecchio e del nuovo mondo. Nel governo c’è Eugenia Roccella che nel 2013 era tra le persone presenti alla prima manifestazione della Manif Pour Tous Italia a Roma. Con lei i meloniani Lucio Malan e Ignazio La Russa. E ancora Alfredo Mantovano, assiduo frequentatore e punto di riferimento del mondo pro-life, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nel 2014 era tra le persone partecipanti - assieme a Lorenzo Fontana - a un convegno chiave svoltosi a Verona per fondare l’associazione Vita È, a cui è succeduto poi il Comitato Difendiamo i Nostri Figli. Nel 2016 sono state varie le manifestazioni per il no al referendum costituzionale coordinate da Gandolfini con Fratelli d’Italia nelle parrocchie, nelle sedi di partito nelle piazze. Un lavorio che oggi ha concretizzato la contaminazione.
Qualche nome: Lavinia Mennuni, senatrice, da consigliera capitolina assieme a Meloni, aveva presentato una proposta di iniziativa consiliare denominata «Riconoscimento e Tutela del diritto alla sepoltura dei bambini mai nati» che imponeva la sepoltura di tutti i feti anche contro la volontà della donna.
Grazia Di Maggio è la più giovane deputata di Fratelli d’Italia, classe 1994: «Un feto non è un esserino capitato per caso nell’utero: è un essere umano che ha diritto a esistere ma che non ha ancora la possibilità di scegliere».
Il deputato Guerino Testa, in Abruzzo da consigliere propose la sepoltura dei feti di età gestionale inferiore alle 28 settimane, a prescindere dalla volontà dei genitori. Maddalena Morgante siede in commissione Affari sociali per occuparsi della nascita di «più bambini italiani». La strategia pro-life dentro Fratelli d’Italia la spiega Massimo Prearo, ricercatore in scienza politica dell'Università di Verona, massimo esperto di movimenti pro-life (qui l’intervista integrale): «Non c’è solo il deputato che incarna una causa ma un’occupazione delle istituzioni che va dal sottosegretariato al ministero. La novità dell’evoluzione dei gruppi anti-scelta è questa: mentre i centri per la vita fanno il loro lavoro sul territorio, tra culle per la vita e pressioni nei consultori, dentro le stanze i pro-life fanno vera politica».