Come ogni anno, la sezione dedicata al cinema dal Festival dei diritti umani di Milano è un giro del mondo: ma in questo mondo i Paesi arabo-islamici continuano ad avere un posto d’onore. Ne abbiamo parlato con Antonio Prata, curatore della rassegna milanese e di quella di Lugano. A Milano, dal 3 al 6 maggio, la Fondazione Diritti Umani organizza una serie di incontri che si terranno al Memoriale della Shoah, mentre la cineteca Mic ospiterà una carrellata di titoli dedicati anche a tematiche ambientali e alla repressione della comunità Lgbtq. Il programma completo è sul sito fondazionedirittiumani.org, dove sono segnalati anche i molti film che, per 48 ore dopo la proiezione in sala, saranno disponibili anche in streaming.
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Cominciamo dal titolo di apertura, “Ta Farda” ("Fino a domani") di Ali Asgari, un film sulla condizione delle donne in Iran nella vita quotidiana. Non si parla delle proteste ma del muro contro cui sbatte una donna iraniana nel momento in cui fa qualcosa che la mette contro la religione, il regime e la morale patriarcale.
«Ci è sembrato giusto, vista la situazione in Iran, aprire con un film che in qualche modo ha anticipato quello che sta succedendo adesso. “Ta farda” è uscito alla fine del 2021, poco prima che scoppiassero le proteste e le violenze. Ci è piaciuto anche aprire con un film che parlasse di donne, nel programma ce ne sono tanti. Senza contare che Asgari è un regista che sta facendo tantissimo per aiutare artisti che hanno più difficoltà di lui per esprimersi e lavorare. È un film molto delicato centrato su una donna che ha avuto una figlia prima di sposarsi, quindi una situazione illegale, ma parla della condizione di vita di tutti, gli iraniani. È un film di grande sensibilità, con lunghe scene di silenzio e una prospettiva sul futuro: perché al centro della storia c’è una bambina, una donna dell’Iran che verrà…».
Invece “Sonne” di Kurdwiin Ayub ci porta a vedere i problemi dei cittadini di origine araba nell’Unione Europea. È la storia di tre ragazzine di Vienna che diventano famose con canzoni pop e twerking in hijab…
«Noi vediamo dalle cronache che la vita dei figli di immigrati, soprattutto delle femmine, è particolarmente difficile anche in Europa- E certo è per le tradizioni, per una cultura d’origine che sembra particolarmente difficile da inserire in un contesto come quello europeo. Ma in realtà il problema spesso è come noi stessi guardiamo queste persone. “Sonne” racconta il mondo giovanile in generale: c’è il tema dell'integrazione e quello della convivenza tra culture ma è affrontato in una maniera molto fresca, attraverso il racconto di modi di comunicare, di entrare in contatto e di fare amicizia molto diversi rispetto a pochi anni fa. Quindi l'integrazione è immersa nella quotidianità, e mette in luce limiti che non provengono solo dalla cultura di origine ma anche dai muri che noi stessi erigiamo».
Alina Gorlova in “This rain will never stop” racconta invece la storia di un ventenne curdo che fugge dalla guerra in Siria ma si stabilisce in Ucraina subito prima del conflitto.
«È un film del 2020, ha girato moltissimi festival e ha vinto molti premi. E ci ricorda che la guerra in Ucraina era cominciata già da tempo, anche se noi non la vedevamo. Il protagonista infatti si stabilisce in Donbass: per sfuggire dalla guerra in Siria si ritrova di nuovo nel pieno di una guerra di tutti contro tutti. La regista ha uno sguardo davvero molto lucido sia nel raccontare la sua terra che questo ragazzo apolide, uno dei tanti che vorrebbe stabilirsi da qualche parte ma non ci riesce. In Europa ci sono tanti casi come il suo ma noi non li prendiamo molto in considerazione. Qui invece vediamo come la fuga continua, le procedure, le frontiere influiscano sulla vita delle persone. Guardare il film permette di riconoscersi nella quotidianità di questi viaggiatori forzati, di capire come ogni spostamento cambia senso quando non lo fai per scelta ma perché sei un profugo. Fa riflettere sul senso della vita e del viaggio, sul fatto che la libertà non deve essere limitata solo a un territorio ma è un diritto di tutti, un diritto umano. Sono cose già dette mille volte, me ne rendo conto: lavorando ogni anno da dieci anni su questi argomenti ogni tanto mi chiedo “ma quante volte le ho dette, queste cose?”. Però bisogna continuare a parlare, ripetere, battere su questi argomenti».
E trovare film che ne parlino in modo sempre diverso…
«La cosa bella dei film è che a parlare di questi argomenti sono persone che vivono la situazione che stanno raccontando. I dibattiti sono importanti perché permettono di confrontarsi con opinioni diverse, e infatti sia a Milano che a Lugano ce ne sono sempre in programma. Ma uscendo da una proiezione ci si porta a casa qualcosa di più che dopo un dibattito perché ci si lascia prendere dalle emozioni. Guardi, stai in silenzio e raccogli qualcosa che porti con te per rifletterci più tardi».
L’ultimo film in programma che riguarda il mondo araboislamico è “The Return: Life after Isis” di Alba Sotorra. Mostra un gruppo di donne occidentali che, da adolescenti, hanno lasciato l’Europa per dedicare la loro vita all’Isis. Ora quella sbornia ideologica è finita e vogliono tornare nei Paesi di origine, ma non è facile.
«Sono mogli di terroristi o ex combattenti, oggi sono pentite delle scelte fatte e sono rinchiuse in una sorta di carcere nel nord della Siria in attesa di sapere se potranno tornare nei Paesi d’origine. Non hanno nessun posto dove andare, non hanno più una casa né in Medio Oriente né in Europa. Il lavoro che fa la regista è molto interessante perché riesce a trasmettere il bisogno di dialogo, la necessità di non chiudersi di fronte a presone che hanno sicuramente fatto scelte molto diverse da quelle che faremmo noi, ma che chiedono solo la possibilità di recuperare, di ritornare a fare una vita nuova ricominciando da zero. È un film che parla fondamentalmente di perdono: e questo è un concetto molto importante quando si parla di diritti umani».