Mi sento molto vicina al Pride, e non solo perché si celebra nel mese adiacente al Disability Pride. Il Pride è un vero e proprio atto politico, è rivendicare in un ambiente ostile quell’orgoglio identitario che tanto spaventa la cultura eteronormata. Simbolicamente appartiene a tutte quelle persone che vivono la discriminazione sistemica sulla propria pelle, a coloro che sentono la memoria storica della loro comunità, a chi è consapevole che la società in cui vive non tiene conto della sua esistenza.
Ma appartiene anche a tutte le persone alleate che scelgono di alzare la voce, di usare il proprio privilegio a sostegno della causa, perché credono che la libertà di poter essere se stessə sia un diritto inalienabile di tuttə.
Fu la giurista e attivista Kimberlé Crenshaw a introdurre il concetto di intersezionalità, che oggi assume un valore enorme e, in questo periodo, necessario. Le persone non sono compartimenti stagni, nella vita di ognuno di noi si sovrappongono molteplici istanze. Ecco perché il Pride si è giustamente evoluto nel tempo per includere molte più soggettività che hanno deciso di fare rete. L’oppressione è come un polpo gigante, dalla sua enorme testa fatta di pregiudizi e intolleranze si diramano innumerevoli tentacoli, e non può esistere lotta in grado di cambiare davvero gli equilibri se ci limitiamo solo a ciò che ci riguarda direttamente.