L’altro giorno, in coda alla cassa dell’Ovs, ho notato una maschera defatigante per i piedi. Il mio primo pensiero, mettendola nel carrello, è stato: la compro e me la faccio il giorno dopo il Pride. Mi servirà. E in effetti mi è servita.
Al Pride, dopo tredici anni di onorata carriera, ci vado ormai con lo spirito di chi si prepara per il campeggio: crema solare, borraccia termica, disinfettante per le mani, salviette, scarpe da ginnastica, marsupio antiscippo. Un immaginario, mi rendo conto, che potrebbe deludere le aspettative di chi si aspetta un carnevale di Rio all’amatriciana. Ma chi nutre queste aspettative forse non sa che a Roma il giorno del Pride si marcia per quindici chilometri, è un pellegrinaggio in pratica (in effetti un diritto non dico acquisito, ma che non scompaia, di questi tempi sarebbe già un miracolo).
Dunque, per non deludere nessuno, ho messo nello zaino anche un po’ di glitter e di brillantini per decorare il viso, e ho indossato sotto la mia camicia hawaiiana da turista americano il reggiseno turchese di un costume da bagno infilandoci sopra un harness, ovvero un’imbracatura metallica che di solito si usa in camera da letto. Non ero certo un’eccezione: l’harness fa parte della cultura queer, nella fattispecie quella kinky, ma negli ultimi anni ha cominciato a fare capolino nel mondo mainstrem. Come il ceruleo del Diavolo veste Prada l’abbigliamento kinky è sceso in passerella nel 2015 con Alexander Wang, poi è stata la volta di una sfilata Moschino del 2018, seguito da altri stilisti, e in breve è arrivato in sezioni sempre meno nascoste dei negozi di intimo per arrivare in qualche tragico angolo casual (che nel 2023 si chiama Shein), pronto a farsi acquistare per pochi euro da ragazze che lo usano per fare i video su TikTok.
Eppure quell’harness rappresenta un’intera sottocultura e milioni di persone che rivendicano il diritto a vivere una sessualità libera dalle gabbie dell’etero cis patriarcato. Perciò siamo ai limiti del comico quando mi trovo costretta a correre in bikini su via Merulana cercando di allontanarmi disperata dal carro dell’American Express solo per finire nello spezzone della Apple. Non siamo qui per farci comprare dalle multinazionali: siamo qui per fare rivolta. In bikini, catene e se necessario glitter.
Al Pride, in effetti, oltre che sempre più attrezzata, e sempre più incazzata, ci vado sempre meno vestita, e sempre meno ottimista.
Ci sono stati, prima del Covid, anni che ormai paiono la Golden age dei diritti civili: Beyoncé con la scritta Feminist durante gli Mtv Video Music Awards del 2014, il matrimonio egualitario negli Stati Uniti nel 2015, le unioni civili nel 2016, i nostri matrimoni nel 2017 e nel 2018. Gli anni della quarta ondata di femminismo, quello intersezionale (che interseca col genere le battaglie legate a razza, classe, orientamento sessuale e disabilità) e trans includente (poiché allarga la riflessione al concetto stesso di identità di genere e riesce a creare su questo punto un’alleanza con il movimento queer) hanno visto i Pride diventare sempre più inclusivi, sempre più belli e sempre più diffusi: l’Onda Pride quest’anno si tiene in cinquantuno città italiane. Ma già dal 2018, col governo Lega-M5S, l’aria ha iniziato a cambiare. Non nel senso che intendeva Virginia Raggi – che in cinque anni al Roma Pride non si è mai vista – ma nel senso che ha iniziato ad appestarsi.
L’estrema destra al governo, seguita dal Covid, ha fatto iniziare la parabola discendente per i diritti civili. Gli anni dell’ottimismo hanno lasciato il posto a quelli della preoccupazione, tanto da portare in piazza, sabato 10 giugno, un milione di persone. Con l’insediamento del governo Meloni quella stasi che aveva lasciato nel limbo figlie e figli di coppie omogenitoriali, ad oggi prive di tutele, è diventata una minaccia concreta.
Prima lo stop alla registrazione delle famiglie arcobaleno a Milano, poi la richiesta, giuridicamente assurda, di trasformare la Gpa in un reato universale. Pratica a cui si rivolgono per il 90% coppie eterosessuali ma che ormai, come un marchio di infamia, è attribuita alla comunità Lgbt+.
Non potendo più aggrapparsi al pretesto che le coppie omosessuali non sono adeguate a crescere figli, i conservatori si aggrappano al concetto di «compravendita» dei bambini. In un assurdo paradosso spazio-temporale la destra attribuisce alla comunità più anticapitalista che ci sia, quella queer, il più capitalista degli atti: la mercificazione dell’esistenza. Come se il Pride fosse una marcia per la legalizzazione della Gpa.
Per cosa si lotta dunque a questo Pride, e perché da anni io e milioni di persone andiamo a farci quindici chilometri in marcia sapendo che il giorno dopo avremo le gambe gonfie e le vesciche ai piedi?
In breve: per una società meno eteronormata. Per liberare i corpi dall’obbligo di essere piacenti e dargli il diritto di essere desideranti. Per una società che non sia organizzata sul matrimonio ma sulla condivisione delle responsabilità, per la possibilità di vivere relazioni che non abbiano necessariamente l’obiettivo – quello sì capitalista − di generare prole, ma di condividere spazi e tempi. Se necessario, siamo pronte a incatenarci.