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Com’è struggente Berlino al tramonto, città dove tutto s’abbatte e tutto si ricostruisce

<p>Battello sul fiume Sprea e turisti al sole lungo le sue rive, a Berlino</p>
<p>Battello sul fiume Sprea e turisti al sole lungo le sue rive, a Berlino</p>

Nelle guide, la capitale tedesca s’identifica con l’angelo dorato, la porta di Brandeburgo, il viale dei tigli e l’antenna tv. Invece è bello stare dove c’è l’acqua: il fiume o uno dei suoi laghi. Con le spiagge, i bar, gli alberi. Viaggio d’autore per cambiare prospettiva

Avverto finalmente un po’ di solitudine, non rara sensazione in una qualunque capitale. Respiro il fiume sulla spiaggetta sotto Jannowitzbrücke, il ponte di ferro e cemento sulla Sprea. È l’alba e i bassi del Golden Gate alle mie spalle tuoneranno fino a lunedì mattina. Il Golden Gate mi ha sempre affascinato perché sono due sale scavate dentro un pilastro della S-Bhan e si entra a qualunque ora del giorno e della notte dell’intero weekend. D’inverno uscivano nel tardo pomeriggio della sera i clubber più integralisti, di solito con la neve che cancella le strade e la nebbia fitta. Alle spalle c’era una ruota panoramica che funzionava con qualunque condizione meteorologica, e i reduci del Golden Gate ci salivano sparendo nelle nuvole bianche e lattiginose.

Oggi non c’è più il luna park, ma una serie di palazzi nuovi, hotel e ostelli con finti murales e photoautomat per i turisti che vivono la Berlino dei party, prenotando alberghi che assomigliano alla loro idea della città. Certo non si aspettano di potersi trovare sulla sabbia ai bordi del fiume. È straniante per chiunque starsene in spiaggia con dietro il rumore dei treni e delle gru. Il posto di giorno è un beer garten come gli altri, tavoli di legno, qualche sedia a sdraio, la sabbia sotto i piedi, piccolo, sparuto, esotismo e la Berliner a 2 euro.

Ma io esco solo all’alba o al tramonto, quando i colori della città sono argentati o azzurri, è estate, il tramonto comincia alle otto e termina alle dieci. Un mozzico di crepuscolo si scorge guardando a Ovest, andando su un qualunque ponte della città, si osserva questo fenomeno tipico di tutte le grandi città del Nord, come se il cielo avesse una ferita e perdesse un sangue giallo scuro.

Da un mese sono tornato a Berlino e chi pensa di conoscermi mi manda messaggi chiedendo consigli sulle cose da fare. Ma io sono la persona più sbagliata al mondo, perché le mie dritte nei casi migliori deludono, o altrimenti turbano. I più pigri li mando sull’autobus 100, mettersi sul secondo piano e far partire una qualunque guida della città su YouTube. Una folla di pagine social vi racconteranno quanto si sente ancora il senso della storia, come si mangia bene nei ristoranti vietnamiti, l’outfit giusto per non farsi rimbalzare dai club più esclusivi e le malie dell’isola dei Musei con i suoi tesori. Rimanendo sul secondo piano di uno degli autobus gialli, il 100 appunto, che unisce lo Zoo ad Alexander Platz.

Berlino nelle guide è soprattutto quella, dall’angelo dorato della vittoria, passando dalla porta di Brandeburgo, percorrendo il viale dei tigli sino all’immensa antenna della televisione con il suo “discoball” d’argento.

E invece a me piace stare dove c’è l’acqua, può essere il fiume, oppure uno dei suoi laghi di città, Weissensee a Pankow, Plotzensee a Wedding, o Litzensee a Charlottembourg. Si tratta di alcuni dei tanti bacini all’interno della città, con le loro spiagge, i bar, le piccole escursioni e le folte e rigogliose selve di tigli, aceri, castani. Sono fratture dentro lo scorrere inesorabile del cemento e del calcestruzzo, oppure di pietra nobile con facciate primo Novecento, tutte in ordine nei quartieri più centrali, abitazioni che odorano di legno e stucco, dove le scale cigolano e l’architettura richiama l’anteguerra. Case in stile, ricostruite simili a com’erano. È una forma di identità.

Così come il nuovo Schloss, il castello residenza del re di Prussia. Raso al suolo nel 1950 è stato ricostruito in questi anni uguale a com’era ottant’anni fa. È un simbolo della città dove si abbatte e si ricostruisce continuamente. Ci sono cantieri, ovunque c’è un palazzo ridotto in macerie, e accanto laminati e blocchi di calcestruzzo, gru altissime, escavatori.

Se hai paura dei fantasmi e li rimuovi, meglio stare lontano da qui, se hai paura delle persone, se hai paura dei soffitti bassi e dei cunicoli, se hai paura della gente che si spoglia, dei maschi che limonano e le donne che sulla metro ammiccano, se guardi male chi è vestito da zebra, o porta un’armatura di lattice, o gira a piedi nudi e suona i secchi di latta.

La U-bahn, ossia la metropolitana sotterranea (diversa dalla S-bahn che invece sono i treni che uniscono il centro con la periferia) è l’orgoglio dei berlinesi. Innanzitutto il suo colore giallo, l’odore di affumicato e gomma, l’inconfondibile fantasia rosso azzurra blu e nera dei sedili, il popolo che la vive. Ogni fermata ha una sua storia, i suoi amatori, e la piccola folla che la vive, senzatetto, qualche sbandato, o semplicemente chi si vuol attaccare al wifi della BVG, libera isola di soste durante escursioni oppure riparo improvviso durante un temporale o una bufera di neve.

Una vecchia pubblicità della metropolitana berlinese lanciò lo slogan con un gergale Is mir egal cantato dal rapper Kazim Akpoga (scomparso poi prematuramente), che nella U-bahn si può grattugiare il formaggio, tagliare una cipolla, baciarsi a tre, vestire eccentrici, suonare in un concerto con abiti tradizionali e stare su un cavallo, tanto Is mir egal, ossia non importa. Ma c’è una cosa che invece è importante, ossia Is mir nicht egal, ed è quella di farsi sorprendere sul metro senza biglietto. Questa idea che la U-bhan sia il vero simbolo della città campeggia non solo nelle campagne pubblicitarie, ma anche nell’immaginario di chi vive la città. In fondo com’è scritto in uno dei tanti manifesti dentro la u-bahn, “Noi amiamo quel che tu senti di essere”.

Il posto di questa sensazione allegra e inquietante, ipnotica, è sulle linee numero 7 e numero 8, e per essere precisi nella fermata di Hermannplatz dove si congiungono e si scambiano i reciproci mondi, immagine pulsante della città multietnica con le sue diverse anime, il Medio Oriente, l’Africa, gli accenti delle due Americhe, e poi il colore di Istanbul con le sue cupole dorate, perché Berlino è tanti Paesi, ma soprattutto Turchia, visto che quasi un terzo dei suoi residenti ha origini turche. Percorrendo la Karl Marx Strasse (da non confondere con la Karl Marx Alle su a Est) ti imbatti in gruppi di maschi con lo stesso disegno della barba, i figli delle generazioni emigrate alla fine degli anni Cinquanta, i loro barbieri, i negozi di telefonia, le bancarelle di frutta fresca, le auto potenti che ruggiscono ai semafori.

Un detto dice che Parigi è città dell’amore e Berlino delle separazioni, certo in un posto dove una separazione c’è stata dentro con il suo muro, ma anche una città che ha saputo ricostruire tutto dopo aver fatto cadere il muro, è sempre un ottimo posto per le persone che devono far cadere i loro muri interiori. Ma per me Berlino è sempre separazione, culla di amori folgoranti e separazioni brucianti. Quando sei triste affondi completamente, quando sei felice, l’euforia si potenzia.

Me ne sto dove scorre la Spree, accanto alla passeggiata che accompagna il tratto che va da Jannowitzbrücke sino al ponte moderno di Modersohnbrücke, da cui si vedono le stazioni di Ostkreuz e Warshauer e in lontananza il ponte di mattoni rossi Oberbaum. Il Modersohn non attraversa un fiume, ma solo binari, è un ponte caro ai berlinesi e a coloro che vivono in città da un po’, c’è una pensilina su cui quando c’è da struggersi per una separazione puoi ubriacarti in santa pace aspettando che il sole tramonti, guardando i treni oro e amaranto che scivolano via.

Di posti così ce ne sono tanti, mettono assieme poesia metropolitana e nostalgia, una sensazione che sembrerebbe inaccettabile ovunque, ma che invece aderisce all’anima di Berlino, e quel che succede può essere filtrato dai bassi roboanti dei club che funzionano nel weekend, o dai silenzi improvvisi, che interrompono la città nei suoi laghi urbani, oppure in quei piccoli cimiteri che appaiono nei parchi pubblici. Cimiteri protestanti, ebraici, laici, i sepolcri si palesano improvvisi nei grandi parchi “come pasticcini” scrive il poeta Jan Wagner, la voce lirica della Berlino di questo tempo, ponte tra aspirazioni e paure, tra memoria e futuro.

Quando lascio il posto dal fiume s’affaccia sulla riva palustre la testa verde smeraldo di un germano reale, nel Medioevo simbolo di promiscuità maschile, in alcune culture orientali di fedeltà coniugale.

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