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Cultura
settembre, 2023

Si ricorda di me, signor tenente?

Marzo 1941, unità del Genio italiano a Klisura.
Marzo 1941, unità del Genio italiano a Klisura.

Arriva in libreria il romanzo ritrovato del grande sceneggiatore e scrittore Furio Scarpelli. Realismo e commedia, sullo sfondo della Seconda guerra mondiale. ne pubblichiamo un estratto

È il mese di aprile del 1999, a metà del pomeriggio. Giulio Bontempi percorre via San Paolo. È un vecchio decoroso, indossa un buon cappotto di loden, un cappello di tweed e porta l’ombrello perché il cielo è coperto. È sbarbato, ha dei baffetti bianchi tagliati con cura. Sta andando a comprare dell’affettato nella grande salumeria Speck. Le sue labbra sono in movimento perché Giulio talvolta parla da solo; riflessioni mormorate a se stesso, del resto di poco conto. Si accinge ad attraversare la strada sussurrando un pensiero leggero: speriamo che piova, si dice, altrimenti perché mi sono portato l’ombrello? E in quel punto vede sull’altra sponda un’anziana figura che s’è fermata e allunga il collo proprio verso di lui. Mentre raggiunge il marciapiedi prospiciente, Giulio smette di guardare quel tizio per badare alle macchine che non rispettano le strisce, e anche perché ritiene che quell’uomo stia prendendo di mira qualcuno alle sue spalle o chissà che cosa. E di colpo se lo ritrova faccia a faccia.

 

È un vecchio smilzo e sgangherato dal sorriso eccessivo, con gli occhiali, in capo ha un basco dal bordo unto.

 

«Si ricorda di me, signor tenente?».

 

Tono fervido e rispettoso, voce raschiosa. Giulio lo guarda. Non è mai stato ufficiale, nemmeno sottufficiale e neppure graduato: è stato soldato semplice, per l’esattezza geniere telefonista. E tuttavia quella frase è stata uno squillo in grigioverde arrivato da lontano e che, forse, sta a significare che quel tale, anche se ha sbagliato a chiamarlo tenente, lo conosce, cioè lo riconosce. Del resto Giulio ha un particolare, doloroso contenzioso con la propria memoria.

 

«Veramente...», fa Giulio. In questi casi si dice così. Quel tale prende a sbattere le palpebre di piombo, in preda a un imbarazzo eccessivo. «Oh, signoriddio! Vuoi vedere che la confondo con un altro? Lei non era tenente? Il tenente, quello con i baffetti? Come si chiamava?» «No»«No? Perdincibacco! Eppure appena l’ho vista mi sono detto: è lui, è lui! Mi scusi, lei dov’era nel ’41, ’42 e seguenti?». «Dov’ero? Fronte greco-albanese». Questo è un punto fermo nella testa di Giulio. Il viandante esulta arcicontento. «Fronte greco-albanese! Certo! Il glorioso, o merdoso, chi la vuole cotta e chi la vuole cruda, fronte greco-albanese! Eccola là! Come si chiamava il coso, lì, il reggimento?». Schiocca le dita secche, con le unghie a tegola. «Settimo», fa Giulio. Pochissime cose occhieggiano con sufficiente nitidezza nella sua bruma mentale, soprattutto quelle che non hanno nome, che sono dei numeri: «Settimo battaglione, quarta compagnia». Il tipo, investito da una scarica di entusiasmo strepita: «Settimo e quarta! Come no, bravo, ah, come sono contento!». Spalanca le braccia, un passante evita per un pelo una manata. Giulio, d’istinto, sussurra un garbato «sss», di cui quello se ne fotte.

 

«E dunque, bello mio, fatti vedere! Non eri tenente? E che eri? Forza, diamoci dentro, vecchia scarpa, spremiamo le meningi!». «Ero geniere». Anche questo Giulio l’ha sempre tenuto per fermo. Va scrutando quel viso di mela vizza dove spiccano neri dietro le lenti gli occhi penduli e la bocca sboccata. Ma quello non gli dà il tempo di riflettere: «Geniere semplice! E io cos’ero? Cuori semplici, genieri semplici! Tutti e due!». (...) «Vedi che mi ricordo? Ah, ah, eh? I due allegri genieri! Dopo più di mezzo secolo si ritrovano. Chi l’avrebbe mai immaginato. Caro, carissimo, vieni qua!». Acchiappa Giulio e lo stringe a sé con stravolta emozione. Strizzato nel buio di quel vecchio pastrano che ha un sentore di cane bagnato, Giulio sente sul cappello la voce di quello che lo incita: «E tu? Hai capito chi sono? Mi riconosci? Spremiti le meningi, e dirai evviva! Chi sono chi sono chi sono?».

 

Nella notte della memoria, Giulio inaspettatamente vede spiccare una piccola luna con gli occhiali. Su ogni perduta immagine di un reggimento, di un battaglione, di una compagnia, di un plotone, e giù fino a quella di una squadretta di guardafili e di quanto ne rimase, su ogni perduta immagine di tre anni di guerra, e del peggio che ne seguì, s’è accesa quella faccetta tonda. Giulio sente se stesso dire un nome che viene alle sue labbra senza passare per la ragione. «Bordoni Oscar?». Immediatamente l’altro apre le braccia, lo libera e strepita con sfolgorante entusiasmo: «Bordoni Oscar!», compie una piroetta facendo svolazzare il pastrano. «Eccomi qua! E chi, altrimenti? Mi si dica se si erano mai visti due amici, due fratelli, uniti come noi! Il destino ci aveva scaraventato uno qua e uno là, e adesso ci fa rincontrare! Per la strada, nel fitto andirivieni di Milano! Tu di’ come ti pare: io affermo che ci troviamo al cospetto del vero miracolo del 2000!». Giulio lo guarda con contrastanti stupori, che sommati danno zero. (...) «E come ci chiamavano? Di’ un po’, come ci chiamavano?». «Come ci chiamavano?». «Come ci chiamavano? A noi due? Non lo dici? Vuoi vedere che io me lo ricordo? Certo che me lo ricordo, furbacchione! Ci chiamavano Castore e... Castore e chi?». «Polluce?». «Ci hai dato dentro! Troppo forte. Il passato che ritorna, ci chiamavano precisamente Bordoni Oscar e... Bordoni Oscar e...». «Bontempi Giulio...». «Eccolo! Bontempi Giulio e Bordoni Oscar... Castore e Polluce! (...)». A Giulio sta salendo dentro la nuca un fremito di cui non percepisce l’identità, un dubbio tremendo, o che cosa? (...) Giulio guarda dritto negli occhi lo scalmanato. E con inconsueta meticolosità stabilisce: «Bordoni Oscar è morto». L’altro lo guarda. Si ricompone e pacatamente osserva: «Qui siamo in mezzo alla strada. Troppi curiosi...», alza la voce verso astanti e passanti, «... che ficcano il nasone negli affaracci altrui... Vieni, Giulio, che ora abbiamo fatto? Ti offro un camparisoda coi salatini».

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