«Ho l'orgoglio di dire che quando fui ministro dell'Interno non ci fu alcun episodio luttuoso riferito a migranti, a differenza di quanto avvenuto dopo. La politica del Governo era di contrasto al traffico degli esseri umani e di coinvolgimento dell'Europa». è convinto, il leader della Lega Matteo Salvini al processo, in corso davanti al tribunale di Palermo, che lo vede imputato di sequestro di persona e rifiuto di atti d'ufficio per aver negato lo sbarco a 147 migranti soccorsi in mare ad agosto del 2019 dalla nave della ong spagnola Open Arms.
Il ministro delle Infrastrutture parlando della politica sull'immigrazione seguita dal Governo giallo-verde di fonte al giudice vuole essere preciso: «Nella maggioranza c'era una politica condivisa sulla gestione dei fenomeni migratori che prevedeva il coinvolgimento delle istituzioni europee e che ebbe inizio con la vicenda della nave Aquarius che terminò con l'assegnazione del porto sicuro in Spagna e proseguì con la Diciotti che vide d'accordo tutti i colleghi di Governo».
Una rivendicazione, quella del ministro, che non nasconde un pizzico di orgoglio su tutte le scelte fatte da ministro dell'Interno in materia di migrazioni. Eppure che si infrange contro i numeri e gli studi sul suo periodo al Viminale. È l’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, a segnalare che durante il periodo delle “politiche Salvini” il numero di migranti morti in media ogni giorno nel Mediterraneo centrale è stato per diversi mesi superiore a quello fatto registrare nel periodo delle “politiche Minniti”. Tentare la traversata nel Mediterraneo centrale sotto il governo Lega-M5s è diventato molto più pericoloso di prima, soprattutto a causa delle politiche anti-ong volute dal ministro. «Nel periodo Salvini, a un’ulteriore riduzione delle partenze del 60% ha corrisposto un aumento delle morti in mare del 19%. Mentre nel periodo Lamorgese (i primi cinque mesi del suo mandato) il calo delle morti in mare è stato drastico (-80%), malgrado un numero di partenze in aumento del 18%», scrive Matteo Villa, ricercatore senior e co-leader del DataLab dell'ISPI.
Il senatore del Carroccio ha anche ricordato che durante il Governo in cui era ministro dell'Interno gli sbarchi si sono ridotti del 90%. «Meno partenze significa meno morti meno drammi e meno soldi per trafficanti», ha spiegato. Una dichiarazione più volte smentita dagli esperti. Il tasso di mortalità e anche il numero di morti in termini assoluti sono aumentati nel periodo in cui Salvini era al Viminale, prova che non c’è una relazione univoca tra le partenze e il numero dei morti. «Il rischio di morti in mare è salito al 6 per cento con le politiche dei porti chiusi (nei quattordici mesi al governo di Salvini): questo dato è importante, perché smentisce chi dice che se diminuiscono le partenze, diminuiscono i morti», aveva già spiegato il ricercatore Villa a L'Internazionale
«Le partenze sono diminuite del 60 per cento, invece le morti in mare sono aumentate del 20 per cento, arrivando in termini assoluti a 1.300». Per Villa, inoltre, c’è una relazione tra l’aumento della mortalità e del numero dei morti e l’assenza di mezzi di soccorso. «L’assenza totale di mezzi di soccorso (sia umanitari sia militari) ha coinciso con un aumento dei morti in mare: la mortalità è triplicata». Dal 2014 lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono morte 19mila persone, secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).