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Cultura
gennaio, 2024

La storia, una volta tanto una fiction in cui tutto funziona

La storia, Jasmine Trincea
La storia, Jasmine Trincea

La trasposizione su Rai 1 del capolavoro di Elsa Morante colpisce dritta al cuore. Dal cast alle emozioni che trasmette

La storia siamo noi, con un vestito rosso che attraversa San Lorenzo mentre cadono le bombe. Siamo noi, che portiamo sulle spalle il peso di un mondo che si sgretola e non ci permette di arrenderci, mai. La storia è una violenza, brutale, con gli stivali addosso, che ti lascia senza fiato dal dolore e ti ricopre di vergogna perché alla fine, lo dice la storia, la colpa è sempre tua. E la storia è una donna, che nasce dal capolavoro di Elsa Morante che ancora oggi sembra scritto domani. E si traduce nel volto segnato di Jasmine Trinca, bellissima, spaventata, dolente, sgualcita come la sua vita tinta di fatica, d’amore, di rabbia e di follia. 

 

La fiction di Rai Uno arriva dritta nella sua feroce semplicità, senza perdere la strada, grazie alla complicità della regia sapiente di Francesca Archibugi e la trasposizione minuziosa e fedele del romanzo in copione a opera della stessa regista assieme a Giulia Calenda, Ilaria Macchia e Francesco Piccolo. Un set che si apre sulla Roma del 1941 e si trasforma in un palcoscenico teatrale, mosso dalle voci dei passanti, dalla fila per un tozzo di pane, dalla polvere che esplode dai palazzi crollati e si incolla sulla pelle, sui capelli, sulle mani disarmate e impotenti. 

 

Un rumoroso silenzio che anima quel senso costante di fragilità comune contro cui Ida combatte senza alzare lo sguardo, con le braccia strette al ventre prima e dopo la gravidanza a cui l’ha costretta lo stupro e che darà vita a un bambino, Useppe, dagli occhi spalancati sulla guerra, destinato a muoversi tra le macerie. 

 

Così con quegli stessi occhi stupefatti si segue Nino (finalmente un esordio del tutto credibile, quello di Francesco Zenga) e il suo sorriso ingenuo che passa dalle camicie nere alla bandiera rossa con un’emozione contagiosa, per poi perdere la strada in un futuro che nasconde la luce. E mentre le righe scritte a matita dalla maestra Ida restano sul quaderno, così come la sua convinzione che studiare e sapere possa essere l’unica arma a disposizione di tutti, la vita scorre, come la storia, che cresce e diventa maiuscola, personale, comune a coloro che hanno provato a non mollare e si sono ritrovati parte di un’esistenza ferita a morte. 

 

Una produzione corale, come il romanzo, che riunisce, come in genere accade solo altrove, i grandi del nostro cinema (Elio Germano su tutti) pronti a stringersi con naturalezza per riuscire a entrare in uno schermo piccolo. Insomma, accade di rado dalle parti della fiction tradizionale e generalista che venga fuori un prodotto dalle giuste misure. Ma quando succede bisogna afferrarlo al volo, e ricordare, perché non sia mai troppo tardi, che sì, alla fine “La Storia” siamo noi.

 

DA GUARDARE 
Su Netflix c’è un esperimento in quattro episodi che dimostra come la cattiva alimentazione vada a discapito non solo della singola persona, ma dell’intero pianeta. “Sei ciò che mangi: gemelli a confronto” prende coppie di omozigoti e le sottopone per un mese a un’alimentazione differente. E il risultato c’è, e si vede persino.

 

MA ANCHE NO
Si è trattenuto qualche mese ma alla fine ha ceduto, come Roger Rabbit. Alfonso Signorini si è abbandonato al monologo inzuppato della sua personalissima morale, indicando ai concorrenti del “Grande Fratello” la retta via (nello specifico come si debba elaborare il lutto). D’altronde dopo le feste la scuola ricomincia sempre.

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