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Esteri
novembre, 2024

Fino a dove può osare Netanyahu

Il premier ignora gli appelli alla tregua e prepara l’attacco all’Iran con un occhio alle elezioni Usa. La strategia contro Hezbollah immagina il domani di un Libano moderato sotto la sfera israelo-americana

Il capo militare di Hamas è morto, la guerra a Gaza ha raggiunto il suo scopo e ora è il momento di una tregua». Gli alleati di Israele ci hanno provato, timidamente come sempre quando si tratta dello Stato ebraico, ma non è servito a nulla. Disinnescare l’escalation in Medio Oriente a partire da dove è iniziata un anno fa sembra impossibile al momento.

Anzi, il premier israeliano Netanyahu si è spinto fino a giurare che «la guerra non è ancora finita» e che gli obiettivi non sono stati raggiunti. Quali siano questi obiettivi è ormai argomento di speculazione più che di analisi strategico-militare. L’eliminazione totale di Hamas fino all’ultimo miliziano? Impossibile. Riportare a casa gli ostaggi? Secondario, come dimostra il disinteresse per ogni trattativa su un cessate il fuoco. Persino gli Stati Uniti hanno ricordato la necessità di «riprendere le trattative per una tregua nella Striscia». L’unico scopo reale che il primo ministro di Tel Aviv ha palesato, con tanto di mappe geografiche tenute in bella mostra, è ridisegnare i confini e i rapporti di forza della regione dal Mediterraneo al Golfo. «La resa dei conti con l’Asse del Male», come l’ha definita Netanyhau stesso, non può essere lasciata a metà. Almeno finché gli Stati Uniti, l’unico attore in grado di porre un freno a Israele, saranno concentrati sulla campagna elettorale che il 5 novembre deciderà il prossimo inquilino della Casa Bianca. E sempre ammesso che il prossimo presidente voglia farlo e non preferisca assecondare Tel Aviv per liberarsi degli Ayatollah una volta per tutte, come pure ha lasciato intendere in qualche comizio Donald Trump.

I fronti aperti dal gabinetto di guerra israeliano in Medio Oriente sono ormai tre: oltre a Gaza c’è il Libano e la preparazione dell’attacco all’Iran. Di minore importanza gli attacchi sporadici verso la Siria, come quello che ha ucciso 4 persone a Damasco la scorsa settimana, e le insidie create dalle truppe sciite in Iraq e in Yemen.

Nel Paese dei Cedri la grande offensiva di terra considerata imminente un mese fa non è ancora iniziata. I villaggi lungo la Linea blu – stabilita dalla risoluzione 1701 del 2000 dall’Onu come zona di demarcazione tra i territori israeliani e quelli libanesi e presidiata dai caschi blu di Unifil – sono quotidianamente teatro di incursioni da parte delle truppe di Tel Aviv e gli scontri sono molto duri. A inizio settimana l’agenzia di stampa nazionale del Libano, la Nna, ha scritto: «L'esercito nemico ha fatto saltare in aria delle case nel villaggio di Aita al-Shaab, nei pressi del quale sono in corso pesanti scontri tra Hezbollah e l'esercito israeliano che sta cercando di avanzare sul terreno». Poco dopo Al Jazeera, ha pubblicato dei video che mostrano gli ormai famosi carri armati israeliani Merkava alla periferia del villaggio. Siamo a poca distanza dalla grande croce che sovrasta il villaggio di Rmeich, piccola enclave cristiana lungo la Linea blu. Rmeich non è stata toccata dagli attacchi israeliani e rappresenta più chiaramente di mille discorsi la volontà di Tel Aviv di mantenere buoni rapporti con la parte cristiana maronita del Libano, la stessa dalla quale durante la guerra civile si formarono le «Falangi» che poi misero in atto l’orribile massacro di Sabra e Shatila. Per il Libano post-Hezbollah Netanyahu e i suoi immaginano un governo di cristiani e di mussulmani moderati assoggettati completamente a Tel Aviv e agli Usa (che già finanziano interamente l’esercito di Beirut) e infatti, nonostante i bombardamenti quotidiani sulla capitale, i portavoce israeliani continuano a ripetere che «la nostra guerra non è contro il Libano, ma contro Hezbollah». Pochi giorni fa l’esercito israeliano si è addirittura scusato dopo aver ucciso 3 militari libanesi, «per errore» scambiandoli per un convoglio del «Partito di Dio». Si tratta di una distinzione retorica anche se foriera di un piano politico ben evidente che mira a estromettere Hezbollah non solo dalla lotta militare ma anche da quella politica. Come, ad esempio, applicare questi distinguo ai quasi due milioni di sfollati interni generati dai bombardamenti israeliani sui sobborghi Dahieh, a sud di Beirut, sulla valle della Beka’a e su tutta la parte meridionale del Paese? La settimana scorsa, ad esempio, almeno 11 raid consecutivi hanno preso di mira alcune delle filiali di Al-Qard Al-Hassan, gruppo finanziario legato ad Hezbollah. Almeno uno dei missili è caduto nei pressi dell’aeroporto della capitale.

Per il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Libano, Jeanine Hennis, tali attacchi hanno causato «panico diffuso» a Beirut, in quanto «è stata data una breve finestra per mettersi in salvo» e i bombardamenti sono stati molto violenti. Dalla distanza, secondo il Times of Israel «circa il 70% dell'arsenale missilistico di Hezbollah è stato distrutto», ma gli attacchi verso il Nord di Israele continuano quotidianamente e nei giorni scorsi un drone (rivendicato da Hezbollah) è stato addirittura lanciato verso la residenza di Netanyahu a Cesarea. Il premier era assente e i danni sono stati minimi, ma la mossa ha scatenato l’ira dei vertici israeliani che hanno dichiarato «se succederà di nuovo raderemo al suolo il sud di Beirut».

A inizio settimana gli Usa hanno inviato in Libano il funzionario Amos Hochstein, con il preciso compito di vagliare tutte le possibili soluzioni per una tregua nel Paese dei Cedri. Contemporaneamente il media Axios ha diffuso delle indiscrezioni anonime secondo le quali Israele avrebbe già formulato una proposta di tregua per il Libano con due richieste fondamentali: all’esercito israeliano sarà consentito di effettuare «esercitazioni attive» all’interno del territorio libanese meridionale per assicurarsi che Hezbollah non si riarmi  e all’aviazione israeliana sarà consentito di operare liberamente nello spazio aereo libanese. Va da sé che nessuno Stato che tenga alla propria sovranità può accettare queste condizioni e, infatti, il primo ministro ad interim libanese, Najib Mikati, ha subito dichiarato: «Non c’è alternativa alla Risoluzione 1701 dell’Onu». Il premier ha tuttavia aggiunto che «nuove intese» potrebbero essere raggiunte sulla base della risoluzione del 2000. Sembra che la controproposta degli Usa, infatti, sarà quella di aumentare il numero di caschi blu, modificare le regole d’ingaggio della missione (passando da «monitoraggio» a «pattuglia attiva») e finanziare l’esercito libanese affinché si ponga fine a un conflitto che è «degenerato e fuori controllo». Per Hochstein «né Hezbollah né Israele hanno attuato adeguatamente la Risoluzione 1701».

Martedì scorso è partito per il suo 11° viaggio in Medioriente anche Antony Blinken, il Segretario di Stato Usa. Si tratta, come rilevano fonti di Washington, «dell’ultimo tentativo prima delle elezioni statunitensi di raggiungere un cessate il fuoco a Gaza». Blinken dovrebbe utilizzare la morte di Sinwar come leva per provare a convincere gli alleati israeliani a riprendere le trattative, ma la missione sembra quasi impossibile. È scontato che Biden cerchi un risultato eclatante, ma non è altrettanto evidente che Netanyahu voglia accontentare il presidente uscente o, piuttosto, lasciare che il caos mediorientale favorisca Donald Trump.

In ogni caso, come ha annunciato il Segretario alla Difesa di Washington, Lloyd Austin, gli Usa hanno installato nel territorio israeliano il sistema di difesa anti-missilistica «Thaad», il quale è «già operativo». Il Thaad è considerato lo scudo missilistico più avanzato ed efficace al mondo e il fatto che il Pentagono abbia deciso di inviarlo proprio ora in Israele è un chiaro messaggio all’Iran. Alcune indiscrezioni pubblicate sui media statunitensi nei giorni scorsi sostengono che Usa e Israele abbiano raggiunto un accordo sulle modalità e sui tempi dell’attacco a Teheran. Il bombardamento dovrebbe svolgersi prima del 5 novembre, non dovrebbe riguardare i siti di stoccaggio e di raffinazione del petrolio – Biden avrebbe timore di eventuali ripercussioni sul voto in causo di incremento repentino dei prezzi della benzina – e neanche le strutture del programma nucleare degli Ayatollah. Lloyd Austin ha dichiarato pubblicamente che «al momento è difficile dire esattamente come sarà l'attacco di Israele contro l’Iran» e che sarà una decisione israeliana – formula, tra l’altro, che servirà poi a sottrarsi da eventuali responsabilità se il raid dovesse far esplodere un nuovo conflitto. Da Teheran il ministro degli Esteri, Esmaeil Baghaei ha fatto sapere che sono già stati decisi quali saranno gli obiettivi della rappresaglia se Israele dovesse colpire.

In attesa della nuova escalation militare, che purtroppo appare scontata, il disastro umanitario è già una tragica realtà: il numero dei morti a Gaza e in Libano ormai sfiora i 50mila individui e quello degli sfollati si aggira intorno ai 3 milioni. Denutrizione, epidemie e violenze fanno da sfondo alla crisi che sta attestando definitivamente l’impotenza delle istituzioni create dopo la II Guerra Mondiale per governare l’ordine mondiale.

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