A inizio gennaio, un detenuto romeno di 23 anni si è tolto la vita impiccandosi nel carcere di Regina Coeli, a Roma. Era stato arrestato un mese prima e si trovava in un carcere che contiene oltre mille reclusi, quasi il doppio della capienza prevista. A distanza di alcuni giorni, nel carcere fiorentino di Sollicciano, a impiccarsi è stato un ragazzo egiziano di 25 anni con una storia di atti di autolesionismo alla spalle. Sono loro i più giovani detenuti morti suicidi finora nel 2025. L’anno scorso, i ragazzi tra i 18 e i 25 anni che si sono tolti la vita in carcere sono stati dieci. In maggioranza non vivevano separati dai detenuti più anziani.
Per poter essere più tutelati e seguiti dagli operatori, coloro che appartengono a questa fascia di età dovrebbero scontare la detenzione all’interno di sezioni dedicate. Lo prevede la legge, che li chiama «giovani adulti» e individua per loro «necessità educative e sociali specifiche diverse da quelle degli adulti». Di fatto però, gli ultimi dati condivisi con L’Espresso dall’associazione Antigone, che si occupa di tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale, rilevano che in media nell’80 per cento delle carceri la separazione tra adulti e giovani adulti non esiste. Soltanto in una manciata di istituti, tra cui quelli di Biella e San Vittore a Milano, gli under 25 sono collocati in sezioni autonome.
Nella crisi generale delle carceri italiane, tra vulnerabilità e condizioni critiche, i giovani nelle carceri per adulti non hanno lo spazio che dovrebbe essere loro garantito. Alla fine del 2024, il tasso di sovraffollamento negli istituti di pena italiani per adulti ha sfiorato il 133 per cento, il più alto di sempre in trent’anni di rilevazioni. «Tutto il sistema carcerario salta in situazioni di sovraffollamento, compresa la suddivisione per gli under 25. Dovrebbero essere tra le categorie protette, ma con l’aumento dei giovani negli Ipm, gli istituti penali per i minorenni, a seguito del decreto Caivano, aumentano anche i loro trasferimenti nel carcere per adulti, dove diventano più facilmente preda di ricatto e situazioni nocive», dice Valentina Calderone, garante delle persone private della libertà personale del Comune di Roma.
La convivenza tra età molto diverse, spesso turbolenta, è un problema che esiste da tempo, ma dall’adozione del decreto Caivano il numero degli under 25 nelle carceri per adulti è lievitato del 35 per cento. I dati ministeriali, fermi a giugno 2024, mostrano che in un anno sono entrati negli istituti di pena 1.800 giovani in più, per un totale di oltre cinquemila under 25 che si trovano a scontare il carcere a stretto contatto con detenuti più anziani, in condizioni di sovraffollamento estremo.
Allo stesso tempo, nei 17 Ipm italiani, 12 ospitano più persone di quelle che dovrebbero. Se il decreto Caivano da una parte ha ampliato le possibilità di ricorrere al carcere in fase cautelare, contribuendo ad accrescere il numero di minori detenuti, dall’altro, spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’osservatorio sulle carceri minorili di Antigone, «ha reso più facile il trasferimento dei ragazzi che hanno compiuto la maggiore età a un carcere per adulti». Il risultato è un circolo vizioso che riguarda tutti gli istituti, dove nuovo sovraffollamento si aggiunge a quello già esistente, con conseguenze negative anche per i più giovani. A loro gli Ipm dedicano strumenti di reinserimento sociale specifici, ma i percorsi si interrompono quando i maggiorenni vengono trasferiti negli istituti per adulti. Spesso questo passaggio avviene per motivi disciplinari, come nel caso di alcuni maggiorenni coinvolti nella rivolta del carcere minorile di Torino l’estate scorsa. Dopo aver preso parte alla sommossa nell’Ipm Ferrante Aporti, dove erano entrati quando non avevano ancora 18 anni, sono stati spostati nel carcere per adulti.
Per Pasquale Ippolito, che da anni si occupa di realizzare progetti formativi all’interno del carcere minorile torinese, chi viene trasferito dall’Ipm va incontro a una situazione di sostanziale abbandono dal punto di vista formativo: «Nel carcere per adulti l’investimento su questo fronte è totalmente insufficiente. Negli istituti minorili invece questa possibilità esiste per tutti, le attività sono individualizzate e occupano i ragazzi dalla mattina alla sera». Secondo Alessio Scandurra, coordinatore nazionale dell’osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone, inserire i giovani adulti in contesti devianti più consolidati può equivalere a mandarli a scuola dai più grandi: «Quando non rischiano di venire sopraffatti, vengono messi di fronte a modelli di riferimento non auspicabili, l’ultima cosa di cui hanno bisogno». Entrare nel carcere per adulti, per molti under 25 significa anche sprofondare in situazioni di ulteriore fragilità. Secondo le ricerche, la maggior parte dei giovani reclusi è di origine straniera, è entrata in Italia senza genitori e ha un vissuto di violenza e abbandono. Spesso ha anche problemi di tossicodipendenza. Negli Ipm e ancora di più in carcere, l’uso massiccio di psicofarmaci diventa allora la risposta per gestire le persone con problemi di droga e salute mentale. Proprio gli psicofarmaci, secondo le rilevazioni di Antigone, vengono utilizzati «come strumento di gestione e neutralizzazione dei ragazzi con problemi di disagio sociale e comportamentale».