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novembre, 2020

Dietro la guerra tra Erdogan e Macron per la libertà d'espressione c'è molto di più

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La crociata su Islam e diritto di satira è solo uno degli aspetti dello scontro in atto tra i leader di Francia e Turchia, che hanno interessi opposti in Libia e nel Caucaso. Mentre ad Ankara precipita la crisi economica

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Mercoledì scorso il giornale satirico Charlie Hebdo ha pubblicato una vignetta che ritrae il presidente turco Recep Tayyip Erdogan in mutande, con una lattina in mano, nell’atto di sollevare l’abito a una donna velata, gridando: «Uh, il profeta!»

La reazione di Ankara è stata immediata. La procura della capitale turca ha annunciato l’apertura di un’indagine contro i vertici di Charlie Hebdo. La presidenza turca ha condannato la caricatura definendola “abietta”. È solo l’ultima tappa di una crisi diplomatica profonda tra i due paesi. Due giorni prima della vignetta Erdogan ha invitato a boicottare i prodotti francesi, Macron a sua volta aveva richiamato l’ambasciatore in Turchia dopo che Erdogan l’ha descritto come bisognoso di “cure mentali” per la sua visione dell’Islam. La dichiarazione del presidente turco è la risposta a un discorso in cui Macron ribadisce di voler combattere l’Islam radicale che si è infiltrato nella società francese, e soprattutto arriva sulla scia della decapitazione del professor Samuel Paty a Parigi, evento per cui, notano funzionari francesi, Erdogan non ha espresso cordoglio.

Il caso francese è la sintesi perfetta dell’atteggiamento del presidente turco in politica estera.

“Zero problemi con i vicini” è stato a lungo il motto della politica di Recep Tayyp Erdogan, corollario della diplomazia di Ankara per sviluppare relazioni di buon vicinato in Nord Africa e Medio Oriente e accreditarsi con i partner europei. Oggi, al contrario, la Turchia è parte attiva (si legga aggressiva) in diversi cruciali, scenari internazionali, in dieci anni ha raddoppiato la spesa militare e intende produrre tutte le proprie armi entro il 2023.
La diplomazia ha lasciato posto alle armi, il motto zero-problemi è diventato problemi-ovunque. Restringendo l’elenco alle iniziative militari più recenti, la Turchia è stata protagonista di tre offensive in Siria, della guerra a Tripoli, del conflitto tra armeni e azeri per il controllo del Nagorno-Karabakh e vanta una presenza militare in Somalia, Qatar e Afghanistan.

Gli scenari più critici al momento sono il Mediterraneo Orientale e l’Armenia.

Da quando sono ripresi i combattimenti in Nagorno-Karabakh, il territorio conteso tra l’Azerbaigian e l’Armenia, i turchi hanno inviato armi e uomini agli azeri, e assunto posizioni radicalmente distanti dal resto della comunità internazionale. Laddove le Nazioni Unite, l’Europa e la Russia chiedevano un cessate il fuoco, Erdogan ribadiva il sostegno militare all’Azerbaigian sostenendo che non esista una soluzione diplomatica al conflitto senza il ritiro delle truppe armene dai territori contesi.

Nel Mediterraneo Orientale le tensioni si sono acuite la scorsa estate quando la Turchia ha inviato la nave Oruc Reis per delineare nuove possibilità di perforazione di petrolio e gas, e navi da guerra a scortarla, rischiando uno scontro militare con la Grecia che rivendica la territorialità di quel confine marittimo. Dopo averla ritirata il mese scorso, e aver avviato negoziazioni diplomatiche mediate dall’Europa, a ottobre la Turchia ha inviato nuovamente la Oruc Reis a sud dell’isola greca di Kastellorizo, un’area di fatto scarsamente ricca di gas e petrolio ma che rappresenta nella contesa tra Grecia e Turchia il terreno di una espressione muscolare della forza militare turca, con il governo di Ankara che ha non solo messo in campo una flotta complessiva di circa venticinque navi da guerra in tre settori del Mediterraneo Orientale ma effettua quotidiane ricognizioni dell’aviazione sull’area.

Il governo greco, allarmato dal mancato rispetto degli accordi estivi, ha descritto le decisioni turche come «minacce alla sicurezza della regione». Quelle greche non sono le uniche critiche.

La portavoce del ministero degli Esteri francese Agnes von der Muhll ha chiesto alla Turchia di astenersi da nuove provocazioni e mostrare buona fede, e il governo tedesco – attraverso il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert – ha definito l’intervento turco «un passo deplorevole e poco saggio», sottolineando che «sarebbe certamente tutt’altro che favorevole allo sviluppo delle relazioni tra l’Ue e la Turchia».

In Libia, forse più che in altri scenari, le mire economiche fanno il paio con la strategia militare.

Due settimane fa Turchia e Libia hanno sottoscritto un memorandum d’intesa per i progetti incompiuti in Libia che va ad aggiungersi a quello marittimo e a quello militare siglati lo scorso anno.

L’accordo consente alle imprese appaltatrici turche di riprendere i progetti interrotti in Libia prima della rivoluzione del 2011.

Il giro d’affari è di dieci miliardi di dollari, ben al di sopra dei 3 miliardi raggiunti lo scorso anno e dei due miliari e mezzo dell’anno prima. Il patto Erdogan-al Sarraj è chiarissimo ormai da tempo.

Revisione dei confini marittimi in cambio della presa di Tripoli e accordi commerciali in cambio della conferma del sostegno militare, anche ora che la capitale è stata riconquistata.

L’affare della ricostruzione è l’altra faccia del supporto militare che Erdogan continua a dare al governo di Sarraj, incurante dell’embargo sulle armi. La Turchia, secondo un’inchiesta del Guardian, utilizzerebbe cargo militari Airbus A400M per rifornire le proprie truppe nell’ovest della Libia, e sta espandendo la strategica base aerea libica di Al-Watiya, per rendere più agevole l’atterraggio degli aerei. Accordi che si moltiplicano, quelli tra la Turchia e la Libia e che inevitabilmente complicano gli sforzi di altri paesi, in particolare Italia e Francia, di ricoprire un ruolo diplomatico cruciale nel paese.

Le ragioni del cambio di passo di Erdogan dalla politica zero-problemi a quella neo-ottomana sono interne e esterne e si sovrappongono.
Le mire espansionistiche e gli interventi unilaterali sono i segni del cambiamento, in particolare dal 2015, quando l’AKP al potere ha perso la maggioranza parlamentare per la prima volta dopo più di un decennio mentre sono aumentati i consensi del partito filo curdo (HDP). A rafforzare il potere di Erdogan, inoltre, c’è stato il fallito colpo di stato dell’anno successivo. Il presidente turco ha sempre sostenuto che il colpo di stato fosse stato orchestrato da Fethullah Gulen, il predicatore e politologo in esilio negli Stati Uniti e che fosse necessario e urgente difendere la stabilità del paese dai nemici interni. La minaccia rappresentata dalle manifestazioni del 2016 ha rafforzato i legami di Erdogan con i nazionalisti, ha aperto la strada alle epurazioni nelle istituzioni (in quattro anni 60 mila persone sono state licenziate o incarcerate sia negli uffici statali che nelle forze dell’ordine) e consolidato la narrazione secondo la quale la Turchia sarebbe un paese abbandonato dall’Occidente e circondato da attori ostili.

La crisi economica ha fatto il resto. E in queste ore la situazione sta precipitando, effetto combinato delle tensioni geopolitiche e delle preoccupazioni degli investitori sulla gestione dell’economia.

La lira turca è ai minimi storici, ha perso un quarto del suo valore dall’inizio dell’anno e il cambio contro il dollaro americano al momento in cui scriviamo a è 8,23.

Il crollo della valuta rischia di alimentare ancora l’inflazione cronicamente alta della Turchia, che si attestava intorno al tasso annuo del 12 per cento il mese scorso.

Secondo Foreign Policy, «da quando ha raggiunto un picco di 951 miliardi di dollari, nel 2013, il prodotto interno lordo della Turchia ha invertito il suo trend di crescita, scendendo a 754 miliardi di dollari nel 2019: un calo di 200 miliardi di dollari, quasi la dimensione del PIL della Grecia, in sei anni». Il sostegno all’AKP nell’estate 2020 è sceso al 31%, un calo significativo rispetto al 43% dei voti ottenuti alle elezioni parlamentari del 2018. Spostare l’attenzione agli scenari esteri, dipingendo il paese come costantemente minacciato («La Turchia è il vero bersaglio di un assedio che si estende dal Caucaso ai Balcani, dal Mar Nero al Mediterraneo e alle regioni limitrofe», ha affermato di recente Erdogan) è – per il presidente turco – la strategia per zittire gli oppositori interni e ritagliarsi un ruolo decisivo nell’equilibrio regionale, approfittando dei vuoti di potere lasciati dall’Europa e dagli Stati Uniti.

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Non c’è dubbio, infatti, che la Turchia stia approfittando delle divisioni interne all’Europa e soprattutto della strategia statunitense di ritararsi da quelle che Trump ha definito «guerre infinite». Non è un caso che Erdogan sostenga Trump a scapito di Biden. Innanzitutto gli è riconoscente per aver protetto la Turchia dalle sanzioni richieste dal Congresso per l’acquisto dei missili S-400 russi e poi tanto più gli Stati Uniti abbandonano la regione, tanto più la Turchia ha modo di accrescere la sua influenza nell’area.

Nonostante le critiche – timide per la verità, anche in occasione del colpo di stato – i paesi europei continuano a tenere un rapporto ambivalente con la Turchia.

A regolare la condotta dei governi UE verso il presidente Erdogan è principalmente la sua minaccia di aprire le porte all’Europa per milioni di rifugiati, come ha già fatto nel 2019 quando la Turchia dichiarò che non avrebbe più impedito ai migranti di arrivare in Europa e decine di migliaia di persone tentarono di entrare in Grecia, attraverso il fiume Evros.

Il governo greco, oggi, con un occhio guarda al rispetto dei confini marittimi nel Mediterraneo Orientale con l’altro comincia a guardare i confini e, preoccupato per il possibile ritorno dei migranti diretti in Europa, ha concluso il progetto per un muro lungo il confine nord orientale con la Turchia in prossimità del fiume Evros. Esattamente quello da cui entrarono migliaia di persone lo scorso anno.

Economia, gas e armi da una parte. Ricatti sulla pelle delle persone migranti dall’altra.

Europa Giano bifronte, da un lato si criticano gli abusi in Turchia, si teme per l’equilibrio della regione e le escalation militari, dall’altro si continua a drenare denaro in cambio della protezione e dell’esternalizzazione dei confini, contribuendo di fatto a dare alla Turchia un potere ricattatorio che non può che aumentare il rischio di instabilità dell’area.

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