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settembre, 2020

La Serie A dai bilanci in rosso si attacca a fondi e banche

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Abbonati in calo, niente pubblico sugli spalti, in campo vecchie glorie. Il calcio italiano per sopravvivere spera nei diritti tv e si affida alla parola magica: cartolarizzazioni

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Mai tanta crisi, mai tanti soldi in vista. Accademici e studiosi dovrebbero interrogarsi sul talento della serie A per i paradossi finanziari. Nell’anno della pandemia, con gli stadi vuoti e i calciatori fuori squadra per Covid come una volta usava per la pubalgia o il menisco, con i bilanci 2019-2020 che si prevedono ben più catastrofici dell’esercizio precedente (318 milioni di euro di perdite aggregate), insomma con tutte le premesse per il fallimento previsto dai guru dell’economia ormai da trent’anni, il torneo sportivo più seguito d’Italia aspetta a piè fermo uno tsunami di miliardi.

I venti club ai cancelli di partenza in settembre affrontano uno schieramento altrettanto o più numeroso di banche, fondi, advisor nazionali e internazionali, convinti di restituire alla serie A il suo antico titolo di campionato più bello del mondo, virus o non virus, con un’iniezione di liquidità senza precedenti.

Cvc, Advent, Fsi, Blackstone, Bain capital, General Atlantic, Apollo, Sixth State, Apax, Fortress, Three hills capital partners, Mediapro e poi Nomura, Barclays, Crédit Suisse, Mediobanca, Lazard, Rothschild e altri in ordine sparso o in cordata attendono la riunione della Lega calcio del 9 settembre per sapere che ne sarà delle loro offerte. I diritti televisivi della serie A sono valutati fino a 15 miliardi di euro nei prossimi dieci anni ma alcuni presidenti pensano non sia poi questa gran cifra. Il triennio in scadenza (2018-2021), benché a distanza siderale dagli oltre 10 miliardi complessivi della Premier league inglese per il triennio 2019-2022, valeva pur sempre 1,3 miliardi all’anno.

Tanto è bastato a spaccare i presidenti, con il laziale Claudio Lotito in cerca di una soluzione per scavalcare il duo di manager della Lega Paolo Del Pino, presidente, e Luigi De Siervo, ad, mentre il trio De Laurentiis-Commisso-Pozzo (Napoli, Fiorentina e Udinese) non ha perso la speranza di autogestire i diritti tramite l’immarcescibile, e mai realizzato, canale della Lega. Il sogno proibito è l’inserimento dalle retrovie di mister 200 miliardi di patrimonio, Jeff Bezos, nell’asta per le stagioni 2021-2024.

Aspettando Amazon il complicato castello di schemi operativi si riduce, oggi come ieri, a una sola parola magica: cartolarizzazione. Qualunque sia l’accordo finale, dovrà portare in cassa subito i ricavi relativi al maggior numero di stagioni possibili, alla faccia delle norme italiane ed europee sulla concorrenza che pretendono cessioni di diritti per periodi brevi. Monetizzare adesso. Domani il dio del calcio provvederà.

È UN CALCIO PER VECCHI
Già che c’è, il dio calcio potrebbe provvedere anche a dare un minimo di vitalità all’aspetto spettacolare del torneo che, stranamente, sembra interessare poco ai candidati investitori.

La serie A pretende di essere valorizzata sotto il profilo finanziario, soprattutto con la cessione dei diritti all’estero, ma vive di noia da un decennio. Lo scudetto è meno contendibile di un’impresa in mano al partito comunista cinese e da nove anni i tifosi-spettatori vivono di palpitanti duelli per il quarto e quinto posto o per la zona retrocessione.

Il metro sono gli abbonati di Sky. Il principale diffusore tv del campionato italiano non solo non ha sfondato la fatidica barriera di cinque milioni di abbonati ma in agosto è sceso sotto i 4,7 milioni, con una perdita trimestrale di 37 mila iscritti nonostante il gran recupero finale dei match non giocati durante la chiusura.

Il dato è anche peggiore se si considera che l’unico concorrente degli ultimi anni, la Mediaset di Piersilvio Berlusconi accreditata di oltre un milione di tesserati, si è ritirata dalla contesa tre anni fa dopo avere perso centinaia di milioni.

Il padre di Piersilvio, per ritrovare il brivido degli anni belli al Milan, si è dovuto comprare il Monza in terza divisione e lo ha affidato ad Adriano Galliani, controverso quanto si vuole ma migliore manager calcistico italiano degli ultimi trent’anni (cessione di Andrea Pirlo esclusa), mentre il Milan controllato dagli investitori del fondo Elliott vivacchia in zona Europa league solo grazie al carisma di Zlatan Ibrahimovic, 39 anni a ottobre e ancora abbondantemente decisivo come altri vecchietti della sua risma: Cristiano Ronaldo, 35 anni, Edin Džeko, 34, Aleksandar Kolarov appena ceduto dalla Roma all’Inter nonostante si avvicini ai 35. Per non dire di Gigi Buffon, 42 anni e sette mesi.

In quanto a Pirlo, dopo avere concluso la carriera agonistica nel soccer statunitense il bresciano si è ritrovato allenatore della Juventus che in Italia continua a vincere e che fallisce con pari regolarità in Champions league. Un ex campione esordiente assoluto in panchina non deve necessariamente fare peggio di un mister da 15-20 milioni all’anno, quanto guadagnano i migliori in circolazione. Ma molti hanno notato il paradosso di un club dove lo scudetto è automatico e, senza vittoria in Europa, il licenziamento è molto probabile. Rispetto a un top manager Pirlo peserà meno su un bilancio che ha una proiezione di perdite per l’esercizio in corso nell’ordine di 70 milioni di euro.

Sono tanti soldi ma sono solamente la metà di quanti ne perderà il principale avversario di questa stagione, l’Inter finita sotto il controllo del gruppo cinese Suning quattro anni fa. I primi due club classificati nell’ultimo campionato sono al comando anche per gravità dell’esposizione debitoria.

UN AMERICANO A ROMA, UN ALTRO
Eppure il fascino discreto del calcio italiano continua a colpire dove meno te lo aspetti, per esempio nella Roma giallorossa che consuma più proprietari Usa che eroi locali come Francesco Totti e Daniele De Rossi. Dopo i paisà Tom De Benedetto e Jim Pallotta, arriva il wasp Dan Friedkin, nato in California da padre miliardario e concessionario del primo produttore di auto al mondo (Toyota) dal suo quartier generale di Houston, Texas.

Produttore e regista cinematografico in proprio, secondo Forbes Friedkin ha un patrimonio di 4,1 miliardi di dollari irrobustito da una vendita annuale di macchine del valore di 9 miliardi di dollari. Per l’As Roma ha speso 591 milioni di euro compresi il debito e un cluster di giocatori positivi al Coronavirus.

Dan Friedkin

Da Houston a Trigoria il passo non sembra breve anche perché bisogna fare tappa intermedia in Campidoglio, dove di anno in anno si gira la telenovela sul nuovo stadio di Tor di Valle.

Ricca di colpi di scena impossibili da tenere a mente, l’approvazione del progetto ha messo a dura prova anche la pazienza del più accanito seguace delle radio sportive della capitale. Lo stesso Totti, estromesso da Pallotta e forse in via di rientro con Friedkin, è passato dall’ottimismo di “famo ’sto stadio” al pessimismo radicale di “ancora co ’sto stadio”.

Il quadro politico è talmente indecifrabile che, di fronte alle esitazioni di Virginia Raggi in scadenza di mandato nel 2021, il nuovo proprietario avrebbe rilanciato ipotesi alternative come Tor Vergata, con poca soddisfazione da parte di Radovan Vitek, il magnate dell’immobiliare in Europa orientale che ha mire faraoniche di sviluppo edilizio commerciale nel quartiere dell’ex ippodromo, quando Roma è piena di nuovi palazzi uso ufficio sfitti, come sa per esperienza diretta l’ex sviluppatore dell’area, Luca Parnasi, sotto processo proprio per la vicenda dell’impianto di Tor di Valle.

L’ULTRÀ DISTANZIATO
Il prossimo campionato avrà l’ulteriore caratteristica, comune agli altri tornei continentali, di essere compresso per lo slittamento imposto dalla conclusione posticipata della stagione 2019-2020 e di doversi concludere in anticipo per dare spazio al campionato europeo per nazioni previsto lo scorso giugno e slittato all’anno prossimo. Non è una buona notizia. Si è appena visto che troppe partite a distanza ravvicinata inflazionano il prodotto e disperdono il pubblico della tv.

Ma il tema della distanza è centrale anche per lo spettacolo dal vivo. Nello squallore dell’ultima fase della serie A giocata senza pubblico, si sta tentando di aprire uno spiraglio alla partecipazione dei tifosi. Sarà difficile con i contagi in crescita.

Il ministro dello sport Vincenzo Spadafora, la Lega e la Federcalcio guidata da Gabriele Gravina attendono il parere del Comitato tecnico scientifico. Uno dei consulenti del governo, Walter Ricciardi, si è già detto contrario alla riapertura e, ancora una volta, le federazioni europee si spiano a vicenda in attesa che qualcuno faccia la prima mossa.

In Italia ogni valutazione è in ampio ritardo su una tabella di marcia che dovrebbe già vedere gli abbonamenti in vendita. Un’eventuale capienza ridotta a un terzo o un quarto dei posti disponibili senza distanziamento pone problemi di scelta a molti club che hanno uno zoccolo duro di sostenitori abituati ad acquistare il biglietto per l’intera stagione.

La società con più abbonati del 2019-2020 è stata l’Inter di Antonio Conte e Romelu Lukaku a quota 41 mila, poco più di metà degli 80 mila complessivi di San Siro, lo stadio che il sindaco Beppe Sala vuole abbattere. Al secondo posto si è piazzata l’altra milanese con 32 mila tessere.

Alcuni abbonamenti prevedono il diritto di prelazione, concesso a discrezione del club, sia per la stagione seguente sia per le eventuali partite di coppa. Con questa formula non c’è alternativa a un sorteggio che lascerebbe fuori molti fedelissimi già esasperati dal non avere ricevuto rimborsi per le partite disputate a porte chiuse del campionato scorso.

Nessuna traccia su come sarà trattata la questione ultrà, che forze di polizia e steward pagati dai club dovrebbero tenere non assembrati e seduti disciplinatamente al posto assegnato. Questa sì sarebbe una novità assoluta.

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