Ha avuto plauso della critica e partecipato a importanti festival cinematografici. Il prossimo 6 aprile, in occasione del secondo anniversario del terremoto dell'Abruzzo, il documentario di Paolo Pisanelli 'Ju Tarramutu', girato all'Aquila e dintorni dopo il tragico evento, verrà proiettato contemporaneamente in 20 città italiane. Film auto prodotto "con tanti sforzi" da OfficinaVisioni, Big Sur e PMI, 'Ju Tarramutu' è stato partorito con un lavoro sul campo durato quindici mesi. Il suo regista Paolo Pisanelli è anche direttore artistico della Festa di Cinema del reale, che si svolge ogni anno d'estate in Salento.
In attesa di una presentazione a Parigi in maggio e di accordi per poterlo distribuire a livello internazionale, 'Ju Tarramutu' il 6 aprile verrà visto per la prima volta da un vasto pubblico anche nelle sale digitali. Una proiezione che vuole essere quindi anche un esperimento distributivo originale per l'Italia. Nata in collaborazione con ZaLab, questo tipo di distribuzione si propone di diventare un momento "per capire l'importanza di partecipare democraticamente alle scelte che decidono il futuro e lo sviluppo del proprio territorio".
Spiega Pisanelli che rispetto a 'Draquila' di Sabina Guzzanti il suo 'Ju Tarramutu' ha ambizioni diverse. Il lungometraggio della Guzzanti infatti è "un film che dà molte informazioni e svela molte cose, un documentario reportage nello stile di Michael Moore, dove il protagonista e l'obiettivo è Silvio Berlusconi", mentre "al centro di 'Ju Tarramutu' ci sono le trasformazioni che subiscono i luoghi, i territori e le vite degli abitanti".
Niente interviste ai politici quindi, né a esperti e opinion maker. Al centro della narrazione c'è la gente comune, gli abruzzesi che vivono "negli insediamenti del Progetto C.AS.E. o nei M.A.P. (Moduli abitativi provvisori) e hanno paura che la loro casa non verrà ricostruita". Ecco come Paolo Pisanelli racconta la lavorazione del film.
In che modo attraverso il suo film si è realizzato all'Aquila un processo di 'democrazia partecipativa'?
Nel filmare il territorio aquilano ho scelto di "adottare" dei luoghi, in genere le piazze dei centri storici dei paesi dove si poteva accedere senza troppe difficoltà. Io iniziavo a filmare, qualcuno si avvicinava e mi veniva a raccontare. Dare spazio ai racconti delle persone che ho incontrato è stato un modo per reagire alla propaganda mediatica che ha paralizzato e stordito per lunghi mesi i "terremotati". Lo spazio del film è diventato una sorta di spazio pubblico, un'agorà nella quale e dalla quale far risuonare le voci della gente di L'Aquila. Una popolazione che dopo le bugie e le mistificazioni del governo ha deciso di prendere nelle proprie mani la gestione dei problemi della ricostruzione. Le persone che raccontano scelgono di mettersi in scena e vengono coinvolte nel "gioco del cinema": allora nasce una complicità creativa nello scegliere il modo migliore di raccontare o ricostruire le esperienze vissute. Forse è una sorta di solidarietà fattiva che, di fronte all'impossibilità di tornare ad abitare le proprie case, permette se non altro di abitare un film. Ho sempre cercato di non rubare lacrime e di non espropriare gli aquilani della loro dignità e del loro dolore. Bisogna difendere il loro diritto di tornare ad abitare la loro città, nonostante che le scelte politiche siano andate in tutt'altra direzione.
Quali sono state le maggiori difficoltà nel realizzare il documentario?
Per me "Ju Tarramutu" è stato un esorcismo contro la distruzione e il dolore causato dal terremoto e da tutto quello che è seguito. E' stato un atto di follia produttiva, poiché è stato interamente auto prodotto, ed è stato un atto di rabbia rispetto alla distruzione del territorio, un atto d'amore verso la città e i suoi abitanti. Le maggiori difficoltà sono state economiche, non voglio aggiungere niente sulla crisi e a quanto si sa già dell'abbandono di chi si avventura in imprese culturali: ogni volta che è possibile, bisogna gettare il cuore oltre l'ostacolo per non restare muti.
In che modo 'Ju Tarramutu' è originale rispetto alle tante rappresentazioni mediatiche del sisma abbruzzese?
La narrazione si sviluppa attraverso ciò che succede ai protagonisti e alle trasformazioni del territorio. Ho cercato di raccontare soprattutto il silenzio, le persone che andavano in giro come fantasmi in centri storici deserti, ma anche il coraggio e la capacità di ironizzare sulle proprie disgrazie. Il film non si preoccupa tanto di puntare il dito e di denunciare, quanto di coinvolgere lo spettatore e farlo stare accanto a chi ha vissuto il sisma in prima persona. Abbiamo lavorato sul tempo, seguendo il ritmo e gli sviluppi di eventi collettivi e personali. Dopo mesi di tende, silenzio e smarrimento alla fine è esplosa la rivolta di una città, con tanti cittadini che si oppongono all'idea di sopravvivere tristi "in un deserto di macerie" e vogliono riconquistare gli spazi urbani divenuti inaccessibili e abbandonati all'incuria. Nel tempo lo smarrimento degli abitanti è diventato rabbia, ribellione contro gli sprechi, le carenze organizzative, le speculazioni politiche ed economiche… credo che il film racconti bene il montare di questa rivolta.
La proiezione avverrà il prossimo 6 aprile, a due anni di distanza del terremoto e nel giorno in cui a Milano si apre il processo a Berlusconi sul caso Ruby. Nel documentario come viene raccontata la gestione dell'emergenza terremoto da parte del Governo? Il 6 aprile è una data simbolica: chi governa un paese deve rendere conto di quello che fa, forse dovrebbe rendere conto anche della gestione dell'emergenza terremoto di fronte allo stato attuale delle cose. Sappiamo quanto hanno lavorato i Vigili del Fuoco e i volontari di tutta Italia per aiutare la popolazione, nel film si sente questa attività febbrile. Ma sappiamo anche come ha lavorato la "cricca" di affaristi sciacalli che si arricchiva sugli appalti gestiti dalla Protezione Civile . Berlusconi è sempre presente in proclami televisivi o radiofonici, appare in ogni televisore piazzato nelle tende o nelle villette di Onna appena costruite: è il segno di una conquista mediatica dei territori terremotati, divenuti il teatro di una scenografia di grande effetto drammatico per propagandare l'efficienza politica e organizzativa del governo, deciso persino a spostare il G8 pur di puntare i riflettori internazionali sul terremoto dell'Aquila.
Questa politica-spettacolo ha di fatto militarizzato il territorio e spogliato i cittadini della possibilità di riunirsi e decidere del proprio futuro. Senza alcuna progettazione urbanistica adeguata il territorio è stato bombardato di nuovi insediamenti abitativi, provvisori ma dal costo enorme. Poiché non si è potuto avere il tempo di pensare, nel film ricorrono scene frenetiche girate con la 'camera car' di gru e mezzi che lavorano incessantemente per tirare su pannelli e prefabbricati, che ancora oggi continuano a spuntare ovunque divorando la terra.Alla violenza naturale del terremoto si è sovrapposta la voracità degli interessi, la velocità delle urbanizzazioni, l'impatto violento del Progetto C.A.S.E. che ha sconvolto senza pianificazione un territorio bellissimo, ancora di impianto medioevale.
Pensa che il suo documentario abbia uno sguardo oggettivo? All'interno della pellicola ci sono anche 'voci' di aquilani soddisfatti dell'opera del Governo?
Credo che nessun film documentario possa essere oggettivo, è sempre l'espressione di un punto di vista. Nei miei film spesso raccolgo opinioni diverse, spesso anche contrapposte, è un'esigenza dialettica per la costruzione narrativa. In 'Ju Tarramutu' ci sono persone che apprezzano l'aspetto delle nuove case, operai fieri di rispettare le date di consegna, persone che applaudono alle inaugurazioni, qualcuno che spera in un intervento provvidenziale del Presidente del Consiglio… I protagonisti del film sono persone dalle idee politiche molto diverse ma ognuno è costretto a mettere in pratica una strategia di sopravvivenza e di resistenza rispetto alle grandi difficoltà che hanno dovuto affrontare.
Dal momento in cui avete terminato di girare ad oggi cosa è cambiato all'Aquila?
Ci sono ancora molti cantieri in attività, gli edifici del centro storico sono tutti transennati e messi in sicurezza, ma non ci abita nessuno. Ha riaperto qualche locale sul corso principale ma la sensazione che si ha è quella di una città vuota. La situazione più drammatica è quella dei paesi intorno: pochi giorni fa ho ripercorso tutti i luoghi dove ho girato il film (Camarda, Paganica, Tempera, Poggio Picenze, San Gregorio, Villa Sant'Angelo…) e ho constatato che tutto è fermo e abbandonato, tranne qualche ulteriore crollo. A Onna, luogo simbolico della ricostruzione, hanno costruito un edificio sociale all'ingresso del paese (Casa Onna) tutto intorno molti edifici sono stati spianati. A Poggio di Roio hanno spianato l'intero centro storico, non è rimasto un muro in piedi. Sembra azzerata anche la memoria, forse era meglio l'abbandono.
Quali sono i suoi prossimi impegni professionali e dove si troverà il 6 aprile per la proiezione di 'Ju Tarramutu?'
Sto lavorando a due film: uno è sulla nascita di una radio web nel centro diurno per la salute mentale di Via Montesanto a Roma; un secondo su "Vituccio Nigro", un cantore-pastore eccezionale che porta a pascolare le sue capre a 20 km dall'ILVA di Taranto, il territorio più italiano più inquinato dalla diossina. Il 6 aprile presenterò il film al cinema Movieplex de L'Aquila, stabilendo dei collegamenti in rete con le altre città.