Partite truccate. Processi sportivi e penali. Campioni in fuga. Stadi vecchi semivuoti. Abbonamenti a rilento. C'era una volta, ormai tanti anni fa, il campionato più bello del mondo. La serie A che parte sabato 25 agosto è un sistema in piena recessione, con uno spread di credibilità rispetto ai maggiori tornei d'Europa a 1200, per dirla con il premier Mario Monti. Le convergenze parallele dell'Italia e del suo culto nazionale maggioritario dicono che la nottata è ancora lunga e che la crisi aumenta scendendo dal vertice verso la base. In Lega Pro, la vecchia serie C, negli ultimi cinque anni la crisi finanziaria ha ridotto i club da 127 a 69. Non è più un calcio per piccoli se anche i grandi faticano.
A tenere in piedi la baracca è sempre più la televisione. Ma le due piattaforme pay (Sky e Mediaset Premium) si fanno una tale concorrenza sui prezzi che per mettersi in fila ai tornelli di uno stadio ormai serve il coaching motivazionale. L'inizio della stagione è stato il peggiore possibile con una Supercoppa italiana giocata tra Juventus e Napoli a Pechino. L'idea della Lega calcio, la litigiosa confindustria del pallone, era di aprire un varco nei mercati asiatici ricchi di tifosi-consumatori e poveri di squadre ad alto livello. È finita in bagarre per l'arbitraggio, con il Napoli sconfitto che si è rifiutato di presentarsi alla premiazione. Più facile piazzare un Btp a dieci anni che un teatrino del genere. E del resto, con la stessa ottica evolutiva, dieci anni fa la Supercoppa si è giocata a Tripoli (Juventus-Parma) in omaggio alla famiglia Gheddafi.
Allora come oggi, gli alti dirigenti del calcio nazionale hanno spiegato che bisogna mettersi al passo con la modernità. Deve essere che la modernità si è allenata meglio perché non ci fa vedere palla.
La Procura attacca a pieno organico
Le nuove abitudini del campionato 2012-2013 includono, tra un match e l'altro, il notiziario delle Procure penali che indagano sul sistema delle partite truccate. Le inchieste di Cremona, Bari, Napoli, con la probabile aggiunta di Genova, proseguiranno a lungo. Nel frattempo i processi sportivi stanno definendo un elenco già lungo di penalizzazioni tra serie A e serie B. Le sentenze di primo grado emesse dalla Disciplinare hanno mostrato i limiti dell'autonomia giudiziaria del calcio: pentiti credibili a corrente alternata, patteggiamenti anche troppo comodi, multe alla portata di tutte le tasche e una buona fetta di assoluzioni.
Il risultato più clamoroso rimane la squalifica a dieci mesi per l'allenatore della Juventus campione d'Italia, Antonio Conte, condannato per due omesse denunce risalenti alla sua esperienza sulla panchina del Siena. Inizialmente, il club della famiglia Agnelli ha sciorinato una strategia processuale all'insegna dello scontro frontale. Per quanto giovane, il presidente Andrea Agnelli fatica a liberarsi di un revanscismo nato con i due scudetti tolti ai bianconeri per Calciopoli e proseguito con una richiesta di danni alla Figc per 400 milioni di euro, una somma pari ai trasferimenti di un anno dallo Stato alle 45 federazioni sportive nazionali.
Quando qualcuno ha convinto Agnelli a fare meno il tifoso e a non trasformare il calcioscommesse in un processo alla Juve, la Vecchia Signora ha cambiato linea difensiva. Sono arrivate così le assoluzioni di Simone Pepe e, soprattutto, del titolare della Nazionale di Prandelli, Leonardo Bonucci, un capitale tecnico ed economico molto consistente.
Conte, che era stato costretto a patteggiare dalla società, passa al giudizio di secondo grado in Corte Federale con scarse speranze di assoluzione e concrete aspettative di sconto. Se tornasse sulla panchina bianconera all'inizio del 2013 non ci sarebbe da stupirsi.
In 60 mila allo stadio, per costruirlo
La legge bipartisan sugli stadi forse ce la fa a passare. A settembre va in terza lettura al Senato, dopo un blocco di tre anni alla Camera dovuto in larga parte ai tentativi di emendamento del presidente laziale e latinista Claudio Lotito. Emendamenti pro domo sua, absit iniuria verbis. «La legge sugli impianti sportivi», dice il senatore Pdl Butti, che dà il nome al provvedimento insieme al deputato Pd Giovanni Lolli, «sarà approvata entro l'anno. Non è una legge per speculatori, non è un ladrocinio legalizzato di denaro pubblico come Italia '90 e non sono previste deroghe ai vincoli urbanistici. Se questo fa arrabbiare qualche presidente, pazienza. A regime, la legge creerà 60 mila posti di lavoro».
Il nuovo stadio della Lazio avrà dunque vita dura visto che la zona prescelta è in Val Tiberina, sui terreni a rischio idrogeologico di Cristina Mezzaroma in Lotito e del fratello Marco Mezzaroma in Mara Carfagna, coinvolti nella gestione della Salernitana del multiproprietario Lotito.
L'Udinese sarà il primo club ad affiancare la Juventus nello sviluppo di un nuovo impianto. All'inizio di agosto Gianpaolo Pozzo ha firmato l'accordo con la giunta comunale per la ristrutturazione del “Friuli” entro il 2014. Un accordo simile sembra in dirittura di arrivo tra Aurelio De Laurentiis e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, alla guida di una giunta che perde pezzi come il San Paolo.
A settembre la Roma annuncerà il fortunato estratto fra gli oltre 80 lotti di terreno offerti dai palazzinari della Capitale impantanati nella crisi del real estate.
Il gruppo dei possibili vincenti si è già ridotto a meno di una decina di aree dopo una prima selezione dell'advisor immobiliare Cushman & Wakefield. All'ultimo minuto, l'Eni ha proposto l'ex Gazometro che ha il merito di essere centrale e in una zona (Ostiense-Testaccio-Garbatella) dove i laziali sono rari come i panda. Il problema sta nei lavori di bonifica, stimati in una cifra astronomica (200 milioni di euro). Inoltre i lavori in piena città paralizzerebbero il sud di Roma per quattro anni
Il sindaco Gianni Alemanno preferisce Tor di Valle (Parnasi), già collegata dalla linea ferroviaria Roma-Lido. La scelta finale sarà frutto di una mediazione tra il Campidoglio e il futuro presidente romanista Jim Pallotta. Per ora, il nuovo stadio ha fatto il miracolo di distendere i rapporti Roma-Juventus magari anche perché Cushman & Wakefield appartiene al gruppo Exor, la holding che è principale azionista della Fiat e della Vecchia Signora. Al clima da intesa cordiale resiste mister Zdenek Zeman, mangiatore di bambini juventini e critico sul fatto che Conte continui ad allenare la Juve anche se non siede in panchina.
Nuovo stadio in vista anche per il Cagliari a Quartu Sant'Elena, dove sarà ristrutturato il vecchio impianto di Is Arenas, e per la Sampdoria neopromossa dei Garrone. L'usato, per lo più, prevale sul nuovo. Tra le eccezioni c'è l'Inter in formato Repubblica popolare cinese del presidente Massimo Moratti e del figlio vicepresidente Angelomario detto, con lungimiranza, Mao.
La China Railway Construction dovrebbe costruire l'impianto dei nerazzurri, mentre altri investitori cinesi ancora da individuare entreranno nel capitale del club più in rosso d'Italia (quasi 1,5 miliardi di euro di perdite sotto la gestione Moratti) con una quota tra il 15 e il 30 percento.
Cinesi, americani e la fabbrica dei debiti
Con conti economici e stati patrimoniali da retrocessione, i club di serie A sperano nei cavalieri bianchi, o di qualunque colore eventuale, in arrivo dall'estero con container di denaro al seguito. I sogni sono duri a morire. Finora l'unico zio d'America, Tom Di Benedetto della Roma, è arrivato per tagliare stipendi (da 101 a 80 milioni di euro). L'unico mezzo oligarca russo, Yuri Korablin, bivacca a Venezia, dove la squadra è appena riuscita a salire dalla serie D alla Seconda divisione di Lega Pro, l'ex C2. Non proprio il Chelsea di Roman Abramovich.
La quota libica nella Juve è svanita dopo il crollo della famiglia Gheddafi. I cinesi, anche quelli interisti, sono businessmen poco inclini allo sperpero. Gli arabi che dovevano entrare nel Palermo di Maurizio Zamparini sono diventati una gag da Ficarra&Picone e anche gli emiri interessati a una fetta di Milan non hanno ancora trovato un motivo valido per comprare una quota di minoranza in una società in perdita dove non conterebbero nulla e dove, presidente o non presidente, trapiantato o calvo, da 26 anni comanda sempre lo stesso.
I capitali esteri non salveranno la serie A. Del resto non hanno salvato, anzi, hanno devastato la Premier League che ha tolto alla serie A il titolo di campionato più bello a costo di un indebitamento mostruoso. L'ultima Review of Football Finance curata da Deloitte lo stima in 2,4 miliardi di sterline (oltre 3 miliardi di euro) contro i 2,6 miliardi della serie A. Quanto alla Liga, è tecnicamente fallita. I finanziamenti del consorzio Bankia presi dalla Bce e girati ai top club spagnoli rappresentano uno dei maggiori scandali finanziari del 2012. I trionfi mondiali ed europei della nazionale di don Vicente Del Bosque passano attraverso un indebitamento che supera i 3,5 miliardi di euro. Di questi, oltre 2 miliardi derivano dalle follie di mercato dei top club come Real Madrid (589 milioni di debiti), Barcellona (578 milioni), Atlético Madrid (514 milioni) e Valencia (382 milioni).
Tuttavia, il tifoso se ne frega della finanza. Il calciomane italiano è scontento solo perché, sul piano tecnico, le squadre inglesi, il Barça, il Real che ha suonato il Milan in amichevole estiva, sono fuori dalla portata delle nostre squadre, salvo difendere in undici sulla linea di porta. Detto che i nuovi stadi comporteranno un aumento consistente dell'indebitamento lordo, è anche vero che la nuova autarchia potrebbe essere un'opportunità per lavorare al rilancio, se il fair-play finanziario promosso da Michel Platini aiuta il sistema del calcio continentale a ritrovare un minimo di equilibrio tra poveri ma intenditori e scialacquatori incompetenti. Intanto, prosegue il valzer degli addii.
Uscenti ed emergenti
Quest'anno la rubrica “ci hanno lasciato” è ricca di nomi. Zlatan Ibrahimovic, Thiago Silva, Ezequiel Lavezzi, Fabio Borini sono gli scappati eccellenti. Da qui alla chiusura del mercato a fine agosto potrebbero essercene altri. La novità è che persino la Francia è diventata un concorrente, grazie al Psg dei principi del Qatar, la famiglia al Thani (145 milioni spesi soltanto per Thiago, Ibra e il brasiliano Lucas). Per tenere buoni i tifosi, i presidenti nostrani fanno la faccia triste e allargano le braccia. In realtà, non vedevano l'ora che qualcuno li liberasse dal ricatto finanziario delle star superpagate.
Silvio Berlusconi ha dato la scossa più forte con un taglio degli ingaggi da 190 a 130 milioni di euro. La figlia Barbara, erede designata agli affari rossoneri, ha unito l'utile al dilettevole sgombrando Milanello dai rivali del fidanzato Pato. L'Inter è talmente giovanilista da avere confermato in panchina l'ex allenatore della Primavera romanista Andrea Stramaccioni.
La serie A ha quindi accettato il ruolo di mercato secondario e si è buttata sui giovani, non necessariamente italiani. Nel giro di poche settimane lo slogan si è diffuso nell'intera Lega calcio. Il mantra di tutti è diventato Moneyball, un film dell'anno scorso con Brad Pitt e Philip Seymour Hoffman. La trama, ispirata a una storia vera, racconta di una squadra di baseball che ingaggia per un pugno di dollari un gruppo di giocatori incompresi e li valorizza. Messa così, sembra facile. Molti incompresi sono tali a buon diritto e non sempre i giovani mantengono le promesse.
Le maggiori aspettative sono su Mattia Destro. L'attaccante comprato dalla Roma è stato l'uomo-mercato. Occhio anche a Ciro Immobile (Genoa), di scuola zemaniana, e a Luis Muriel, l'ennesimo acquisto che procurerà plusvalenze multimilionarie all'Udinese.
Ma il vero colpo l'ha fatto il Napoli prendendo dal Pescara Lorenzo Insigne, seconda punta alta 163 centimetri, 21 anni, made in Naples. Sul Golfo i profeti in patria sono rari (Totonno Iuliano, i fratelli Cannavaro, Ciro Ferrara) ma su Insigne si può scommettere anche senza il trucco. Un italiano così forte a 21 anni non si vedeva da parecchio. Il problema sarà tenere lui e gli altri a giocare in serie A per più di un paio di stagioni.