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Attualità
luglio, 2013

Carlà e la 'cybercatastrophe'

Una petizione online, una pagina Facebok in rivolta, una questione ormai difficile da insabbiare sui cui aleggia lo spettro della raccomandazione. Non solo il sito ufficiale della ex premier dame è costato la bellezza di 410 mila euro, ma per quella cifra in risultato è talmente modesto che lo scandalo è venuto a galla. E ora quei soldi vanno restituiti

Falsità inaccettabili o puro favoritismo? Vicenda d'amore, questione d'onore, o cyber catastrofe? Deve, sì o no, l'ex-première dame, Carla Bruni dal 2008 maritata Sarkozy, restituire ai cittadini francesi i soldi che secondo una carta ufficiale l'Eliseo ha destinato al finanziamento del suo sito internet, ai bei tempi in cui lei era la regina e suo marito il re elettivo plenipotenziario di Francia?

Deve insomma la 45enne ex-modella italiana, attrice per Woody Allen, cantante, donna libera e madre, generosa ambasciatrice della bellezza e del buon vivere, personaggio socievole e solidale, rendere quel che per lei, fortunata di famiglia, in fin dei conti rappresenterebbe poco più che una bazzecola: 410 mila euro, che una parte del paese conta ancora in «tre milioni di franchi», e un'altra parte in trecento milioni di «anciens francs», e che, se fossimo in quell'agitato aprile della Comune del 1814, equivarrebbero a un buon sacchetto di «Anges de Paix» d'argento? Allora, deve o non deve?

Le minacce di denuncia dei legali della bella italo-francese, pronti a difendere il suo «onore», non sembrano aver intimorito né i promotori della petizione che circola su internet - la trovi qui - né i giornalisti, né i firmatari o gli attori dei social network, risoluti più che mai a evitare l'insabbiatura di uno altro, piccolo, «scandalo di Stato».

O che siano le normali verifiche da parte di un potere di controllo, dalle buone intenzioni, che in cuor serba un recondito «souvenir» di decenza repubblicana? O al contrario: volontà di nuocere assortita ad interesse personale? O ancora una congiunturale scivolata di stile?

Già pieni di preoccupazioni - per la crisi, per i ritardi di pagamento delle imprese, per la disoccupazione crescente, per l'incombere degli spauracchi che vanno dall'invadenza cinese, alla burkinite, per lo sgranchimento di gambe, anche di gente perbene che talvolta rimpiangeva di non aver scelto la partita di golf, durante la battaglia di strada contro il matrimonio gay - già pieni di preoccupazioni, dicevamo, i «bonnets phrygiens» della Repubblica, sono traboccati il 19 luglio, quando è stata diffusa l'informazione di quel documento, firmato dal primo presidente della Corte dei Conti, in cui ai francesi si presenta «l'addition, s'il vous plait».

Una petizione online, un popolo sempre più vasto, ormai arrivato a 87.207 firme, con effetto palla di neve assicurato per i prossimi giorni e settimane a causa del buzz, «bien sûr». Un popolo di rivoltosi che chiedono, si può annotare, con una certa classe, alla signora Bruni-Sarkozy, non di restituire ma di «versare ad opere caritative» il corrispettivo sottratto alle imposte dei cittadini, per la realizzazione del sito Internet della Fondazione Carla Bruni-Sarkozy, sito che oggi è stato recuperato con password e codici, dalla Fondazione - cioè da lei - e che all'epoca era completato dalle pagine sulle attività «private» dell'allora nuova regina italiana di Francia. Un'epoca finita, passata. Imbalsamata dal ritorno della «gauche» all'Eliseo, nel maggio 2012, un'epoca considerara da cancellare, da un paese che ogni cinque anni vota per eleggere un nuovo Re, ma che nel sangue ha il regicidio.

Non basteranno gli ombrelli, spalancati da fior fior di difensori, avvocati, servizi, amici, parenti, followers, politici (pochi i politici, anzi, a dir il vero, né politici né artisti si sono manifestati in difesa di Carlà), ad insabbiare la questione.

Il monsone torrenziale arriva ad ondate, il trambusto crescerà, almeno fino a quando continueranno ad aumentare le firme sul sito change.org che ospita la domanda a cui Carlà non vuole, o non può, o non sa ancora, dare una vera risposta.

Sarà pur laborioso, ma checché ne dica l'avvocato di Carlà, stavolta va così. Soprattutto perché, tutti lo sanno, ma nessuno osa dirlo, forse per timore dello scoop, che l'albero di Carlà, nasconde la foresta del nepotismo, dell'oligopolio, della spintarella, della raccomandazione, leggi fattualmente inviolabili del sarkozysmo quando si concedeva accessi di berlusconismo. Questa leggerezza, congiunturale forse, nell'attribuzione degli appalti, di questo, e di tutti gli altri siti dei ministeri francesi, anzi «tutti tranne uno», secondo uno dei funzionari, «tutti tranne il mio».

Le cose andavano così: c'è un evento, o nasce un nuovo ministero, i funzionari incaricati lanciano un bando pubblico per la realizzazione di un sito ufficiale, ricevono il preventivo di almeno tre imprese fra cui, sempre, quella «amata» dal Re. Fra le tre, spesso quella amata dal Re era la più cara, talvolta nemmeno la migliore, ma al momento della scelta, l'emissario di turno o il suo portaborse o il consigliere, consigliavano al funzionario di privilegiare il webmaster di fiducia, foss'anche quello più caro, foss'anche il più occupato, foss'anche quello meno adatto.

Se il funzionario rifiutava, o chiedeva una mail di autorizzazione, la vicenda finiva lì e le regole del «merito» tanto proclamate dal Re, ritornavano in auge. Il funzionario sarebbe caduto in piedi. Ma per stanchezza, riorganizzazione della scala dei valori, sovraccarico di lavoro, il funzionario poteva chiudere un occhio e firmare la carta favorevole all'amico del monarca. Quando il monarca era un altro, perché, con François Hollande, cioè con i socialisti, per la comunicazione internet, l'Eliseo, ma lo Stato in generale, spende veramente molto poco. Forse anche troppo poco, come conferma sempre lo stesso rapporto della Corte dei Conti.

Se lo scandalo Carlà è scoppiato, è proprio per questa ragione. Il sito è una «cybercatastrophe» rispetto a quello che avrebbe dovuto o potuto essere sulla base dei soldi investiti. Con gli «0,33 milioni di euro spesi nel 2011 e gli 0,08 milioni di euro spesi nel 2012» secondo l'inciso nel documento ufficiale della Corte dei Conti - consultabile qui - il webmaster avrebbe potuto regalare a Carlà un piccolo «bijou» pieno di paillettes e sortilegi 2.0. «E invece», insorgono programmatori e esperti del settore, che si spalmano in dettagliatissimi documenti web - consultabili qui e qui, per esempio - «invece, del sito unico ed irripetibile, hanno solo copiato un Opensource, sfruttando cioè il lavoro gratuito di milioni di internauti che lo hanno composto».

Come sarà andata? Che Nicolas era stanco, nelle orecchie aveva ancora i rumori dei piatti rotti da Cécilia, in quel momento finalmente ritrovava un po' di serenità, ma c'era la crisi, canticchiava sotto la doccia, Carlà non se l'è proprio sentita di dirgli: «Caro, dovremmo parlare di soldi».  E poi  l'importante era lanciare la Fondazione, in modo che potesse iniziare subito le sue opere di bene. Chi non sapeva leggere, stava lì ad aspettare di poter imparare, gli studenti delle superiori di ottenere borse di studio per superare gli scogli psicologici, geografici o solo finanziari per poter proseguire il percorso formativo sognato, gli artisti chiedevano sostengno per poter creare... E poi i malati africani aspettavano i medicinali anti-Aids e gli esclusi, la reinserzione sociale... Insomma, Sarko canticchiava la sua canzone sotto la doccia e lei pensava che in fondo quei soldi non se li metteva in tasca lei.

Carlà. Presa fra l'incudine del marito generoso con soldi non suoi, e il martello della sua volontà di far del bene. Che sarà mai, si sarà detta l'ex-radical chic, una scivolata di stile, una caduta di «classe», a fronte della febbre latente dell'ignoranza, in favore della rivolta insolente della cultura. Indossò un maglioncino rosa.

La folla, in collera, tese un copricapo rosso, il «bonnet phrygien» a Luigi XVI, in segno di accessione all'unione rivoluzionaria. Lui lo indossò, ma non salvò la testa. Sul nuovo francobollo di Francia c'è una Femen, donna libera e nuda più di quanto Carla sia mai stata, in pubblico.

Sulla sua pagina Facebook, centinaia di commenti prendono l'allure dei cori da stadio, o dei discorsi da bistrot dei quartieri più popolari della capitale. I più gentili propongono di realizzare un sito, come il suo, per 19 euro all'ora. A quelle condizioni il webmaster avrebbe lavorato 35 ore a settimana per un anno e 7 mesi, con i 410.000 euro attribuiti al sito. Per Carla Bruni, all'Eliseo, lavoravano all'epoca 8 collaboratori - contro i 5 della nuova première dame de France, Valérie Trierweiler - ma la gestione del sito era esternalizzata... Alcuni media, sbagliando, attribuiscono i collaboratori al sito e l'avvocato di Carlà ha l'occasione di minacciare querela. Marcia indietro, di chi sa ammettere d'aver sbagliato - consultabile qui - «Il sito è una cosa, i dipendenti dell'Eliseo un'altra, i bilanci non sono gli stessi». Qualcosa che non gira giusto c'è, ma non è detto che la vera questione sia quella evidenziata dalla petizione. E per ora, basta così, la Francia ha un gran bisogno di vacanze.

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