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Attualità
novembre, 2014

All'Europa non resta che Mario Draghi

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Le lusinghe di chi lo vuole al Quirinale. I nemici tedeschi fautori del rigore. Ma SuperMario resiste a Francoforte. Per difendere la moneta. E prepara sorprese per il 2015. Ecco quali

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Oggi, venerdì 21 novembre, Mario Draghi trasloca. Documenti, libri, segreti, effetti personali e fotografie (inclusa quella che lo ritrae assieme a Giorgio Napolitano e sempre presente nel suo studio) lo seguono nel nuovo e avveniristico palazzo della Banca Centrale Europea, costruito dove prima c’erano i mercati generali, nella zona Ostende.

Qui starà fino al novembre 2019. Chi, in Italia, lo vorrebbe spingere a un secondo trasloco nel giro di pochi mesi, al Quirinale, resterà deluso. La presidenza Bce lo colloca tra gli uomini più potenti del mondo e questo ruolo da tecnico con visione politica internazionale è più in linea con la sua esperienza. Sull’ipotesi di trasferirsi al Colle si è espresso apertamente quest’estate, in una riunione al parlamento europeo: onorato dell’eventuale richiesta, ma meglio andare avanti a Francoforte.

Perché dovrebbe abbandonare il campo di battaglia proprio adesso che il gioco si fa duro, tra economia che non riparte, incubo deflazione, opposizioni e duelli su iniziative storiche da prendere nel 2015? Come ha scritto su questo giornale Luigi Zingales, andare al Quirinale sarebbe un bene per l’Italia, ma suonerebbe come una sconfitta contro i tedeschi.

Già, i tedeschi. Ancora loro. Hanno un’economia che perde sì qualche colpo ma gira meglio rispetto alle altre, una disoccupazione anche giovanile a livelli minimi, esportazioni stellari, tassi d’interesse sui debiti vicini allo zero. Perché complicarsi la vita discutendo di acquisti di titoli di Stato da parte della banca centrale? L’ipotesi, tornata a circolare nelle ultime settimane, viene sonoramente bocciata e qui non si perde occasione per attaccare a priori Draghi.

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L’assalto è sistematico e spalleggiato da una parte dei governatori del Nord Europa, incluso il lussemburghese Yves Mersch, a dimostrazione del legame stretto che esiste tra i due Paesi. Non stupisce il silenzio sul caso di Jean-Claude Juncker, neopresidente della Commissione europea accusato da un’inchiesta giornalistica mondiale di aver trattato superagevolazioni fiscali con un folto gruppo di multinazionali, azienda per azienda, argomento al centro di una forte critica nell’ultima riunione del G20. Mentre si mette nel mirino Draghi per le iniziative che vogliono aiutare l’Europa a evitare una terza recessione e a salvare la moneta unica dal tracollo. Fa parte di quel pragmatismo un po’ opportunistico della cancelliera Angela Merkel, che certamente stima più il banchiere italiano del politico lussemburghese (non sembrò mai molto convinta quando in primavera il partito popolare lo candidò leader alle Europee), ma preferisce stare un passo indietro, da un lato per non intralciare l’offensiva della Bundesbank, notoriamente l’istituzione più amata dai tedeschi, dall’altro per evitare traumi e dimissioni a Bruxelles.

Veniamo dunque alla partita di Draghi. La premessa d’obbligo è che il clima economico europeo presenta un imprevisto peggioramento rispetto a quanto si pensasse prima dell’estate. I dati sul prodotto interno lordo dell’Eurozona del terzo trimestre hanno salvato la Francia e la Grecia (per il turismo) rivelando una frenata in Germania e Italia. In più si affaccia il rischio di deflazione, che può diventare molto pericoloso, e dal Giappone arrivano notizie disastrose sugli effetti della politica di forte sostegno alla crescita detta Abenomics, dal nome del premier Shinzo Abe, che si è dimesso mandando il Paese al voto.

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Che fare in questa situazione? Nel corso dei tre anni di gestione Draghi sono diverse le iniziative assunte per immettere liquidità nel sistema e fare in modo che le banche potessero riprendere a dare soldi a imprese e famiglie. Solo per citare le più recenti, il “Targeted longer-term refinancing operation” (Tltro), che permette alle banche di prendere soldi a prestito a bassissimo costo in otto differenti finestre (il primo prelievo, a settembre, è andato in realtà sotto le aspettative della Bce), e un programma di acquisti di obbligazioni e titoli cartolarizzati. Ci sono poi stati i ribassi del tasso di riferimento, a più riprese. I mercati hanno apprezzato e l’euro è sceso parecchio nei confronti del dollaro, dando fiato alle esportazioni europee nel resto del mondo, italiane e tedesche in prima fila. Se si unisce questo al crollo della quotazione del petrolio avvenuta nelle ultime settimane ne viene un quadro che potrebbe far sorridere gli italiani, una condizione da sfruttare che ricorda un po’ la situazione in Italia negli anni Settanta, quando si sfruttavano contemporaneamente svalutazione della lira e crollo dell’oro nero. Intendiamoci, nessun rimpianto. Oggi le condizioni sono ben più stabili e qualche vantaggio potrebbe uscirne.

Scelte in gran parte ostacolate dalla Germania. Il duello ai piani alti della Bce finisce sulle prime pagine dei giornali a ondate, quasi a dire «sì, ogni tanto capita che non si è d’accordo». In realtà è una condizione permanente. Il rappresentante della Bundesbank, Jens Weidmann, esprime molto spesso il suo dissenso e vota contro. E così anche la rappresentante tedesca nel comitato esecutivo, Sabine Lautenschläger, o il già citato lussemburghese Mersch, tra gli altri. Draghi lo sa e non drammatizza, come ha fatto capire nell’ultima conferenza stampa: dice che è un normale dibattito e che poi passa il voto a maggioranza. Non esistono complotti, è l’interpretazione del presidente, ma una discussione continua a tratti anche accesa. Tra l’altro, una novità dell’ultimo consiglio dei governatori è stata la dichiarazione introduttiva della stessa conferenza stampa, firmata da tutti, nella quale si citano esplicitamente i mille miliardi di euro, di quanto cioè si potrà espandere il volume del bilancio Bce per dare liquidità al sistema finanziario dell’Eurozona.

Nel 2015 le iniziative di politica monetaria si dovrebbero intensificare per arrivare alla resa dei conti sull’acquisto generalizzato di titoli di Stato da parte della Bce. Sarebbe una specie di strappo, una novità storica difficile da far digerire ai tedeschi e ai loro simpatizzanti. Lunedì 17 novembre Draghi l’ha ribadito nell’audizione al parlamento europeo, ha ricordato che il Consiglio dei governatori ha votato all’unanimità l’impegno a usare nel caso «strumenti non convenzionali», all’interno ovviamente del proprio mandato. Philip Plickert, editorialista della “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, molto vicina alla Bundesbank, sottolinea che il 14 gennaio l’Avvocato generale della Corte di giustizia europea si pronuncerà e orienterà una risposta negativa al ricorso presentato dalla Corte costituzionale tedesca sulla cosiddetta “Outright monetary transaction”, vale a dire l’acquisto di titoli di Stato subordinato a certe condizioni, e questo darà lo spunto a Draghi per accelerare.

È vero che la sentenza non sarà comunque definitiva e che la palla tornerà in Germania, ma molti economisti tedeschi e il leader della Bundesbank Weidmann sono certi che un no della Corte di giustizia europea aprirebbe la strada a Draghi, dando il via a una mossa che loro ritengono dirompente. I tedeschi propendono per lo status quo. Stanno bene così, temono che acquistare titoli di Stato sia un rischio soprattutto nel caso del debito dei Paesi in difficoltà, si potrebbero perdere dei soldi e i governi “aiutati” avrebbero meno motivazioni a cambiare le cose in casa propria. Draghi ripete alla nausea che la politica monetaria non basta e che i governi devono intervenire proprio facendo le riforme strutturali, su questo le posizioni sono identiche.

Di quali titoli di Stato parliamo? Di quali Paesi? L’argomento per ora è tabù, troppo presto per parlarne risponde chi viene interpellato. I criteri possono essere due: quello che considera il peso di ciascun Paese nella Bce e quello che tiene conto del debito pubblico più alto. Nel primo caso vince la Germania, nel secondo l’Italia. Quindi non c’è discussione, passerebbe il primo criterio. Secondo Plickert, invece, non ci sarà discussione perché la Germania è contraria e basta, anche per le condizioni di mercato locale. I titoli tedeschi danno molto poco, sono già vicini allo zero, con gran dispiacere dei risparmiatori e soprattutto dei pensionati che hanno messo i soldi nei bond pubblici puntando ai loro rendimenti. Insomma, non ci guadagnerebbero nulla da un’operazione di “quantitative easing” sul modello americano.

Anche sull’origine di una decisione in questa direzione a Berlino e Francoforte storcono il naso. La grande paura di questo momento è la deflazione, oggetto poco conosciuto nei tempi moderni ma che in casi estremi può portare alla depressione vera e propria. Siamo, per fortuna, ben lontani da questa eventualità, ma i timori aumentano. Tranne che in Germania, dove l’inflazione non è bassa come in altri Paesi europei, pur essendo abbondantemente sotto il 2 per cento. Paradossi della storia: la nazione che ha sempre avuto la paranoia dei prezzi alti gode oggi i benefici di un’inflazione più alta che negli altri Paesi.

Insomma, Berlino e la Bundesbank non toccherebbero nulla. Il banchiere italiano, che sente la responsabilità di un impegno europeo, ha capito che i provvedimenti della Bce sono apprezzati dai mercati e vuole andare avanti. Al suo fianco i francesi, i belgi, il vicepresidente portoghese Vítor Constâncio, ma anche il finlandese Erkki Liikanen, governatore della banca centrale di Helsinki, considerato competente e autorevole, addirittura indicato come possibile futuro presidente nel 2019, a dimostrazione che non esiste una spaccatura manichea Nord-Sud d’Europa.

I nemici di Draghi, però, in Germania crescono. Di alcuni si è già detto. Tra i più recenti e rumorosi spicca l’Afd (Alternative für Deutschland), il partito populista e antieuro che sta guadagnando consensi e che sta ringalluzzendo l’ala destra della Cdu, gli storici cristiano-democratici della Merkel. La Cancelliera evita di intervenire un po’ perché crede all’indipendenza delle banche centrali e un po’ perché stretta nella morsa tra l’alleato socialdemocratico nella grande coalizione e l’emergente populismo. Se da un lato non abbandona il mantra dell’austerità, rischiando di trascinare l’Europa al collasso, dall’altro scansa sostegni espliciti alla Bundesbank. E questo potrebbe facilitare SuperMario.

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